Polanca si monta la testa

ottobre 3, 2011

Polanca si  monta la testa: “Guarda qui, tu sei nulla rispetto a me”.
“Io ti ho creato e io ti distruggo” gli ho risposto.
Allora si è avvicinato e ha cominciato a urlare:”Che fai, mi cacci? Che fai, mi cacci?”
“Se non stai zitto convoco la commissione di garanzia e faccio una conferenza stampa “.
“Fine impero, taci!”
Poi, per fare pace, ci siamo scolati altro mezzo litro.

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settembre 5, 2011

Dalla porta socchiusa si fa strada, ogni tanto, un alito d’aria. Una pallina di sporco rotola  sul tavolato, il pulviscolo fa una strana danza sugli ultimi barbagli di un tramonto.  Poi, di nuovo, l’immobilità. I rumori arrivano attutiti. In lontananza  la romanza  di una donna,  il pianto di un bambino,  una moto. Più vicino, dalla strada sotto,  il passo stanco di un uomo, un borbottio di  fastidio.
 
Antonio Bandinu ha lo sguardo fisso sulla pagina di un libro, il braccio sinistro staccato dal corpo, un dito puntato in avanti. Qualcosa lo ha lasciato così, un po’ curvo, vicino allo scrittoio di castagno, in una posa di marmo. A guardarlo, ricorda proprio una  statua malinconica di San Giovanni Battista.
Chissà  su cosa rimugina, Antonio. Con ogni probabilità, sta ricordando la sua infanzia. Si aggrappa al rimpianto, quando arriva il buio.
La quarta riga, sulla pagina di sinistra,  riporta l’ aforisma di un anonimo in cui si parla di una possibilità di fuga.  Più avanti, quasi in fondo all’altra pagina, la parola “mancanza”,  posta in risalto da una traccia di matita, ricorda la fatica.

La fantasia lo aiutava, in giorni così, ma ora non basta più a salvarlo dallo sconforto. Non bastano più i libri, i rifugi in cui da ragazzo trovava riparo. Non trova  più i magnifici sogni drogati dall’inganno, i fantastici viaggi  sul binario di un artificio.  L’impostura, ora, mostra solo impostura. Marmo, appunto.
Dopo un paio di minuti Antonio abbassa il dito. Lo alza ancora , adagio lo sposta con lo sguardo contro il soffitto.  Una mosca canta la sua agonia intorno alla lampadina spoglia,  prima di posarsi di nuovo. Antonio la guarda.
Guarda  di nuovo il ricordo.  

Un campo di calcio, un ragazzino magro sulla fascia sinistra, un tiro all’incrocio, una maglia biancorossa, la fascia da capitano, gli abbracci, il sorriso di Marta fra i tifosi.
Una spiaggia,  pochi anni dopo. La sabbia finissima, la risacca lunga, uno spicchio di luna sopra il molo. Marta lancia un sasso, quattro rimbalzi sull’acqua. Lui la guarda da lontano, la ama da lontano.
La mosca non trova riposo, si sposta sull’orologio a muro.
 
Col suo amico Filippo, ora. In campagna, con la bici, fra i covoni di paglia grandi più di cristo.  La canicola di giugno, quaranta gradi all’ombra, tutti chiusi in casa. Noi no, noi  si va al lago, la nostra piscina. La sfida a chi va più sotto, a chi blocca il fiato più a lungo,  a chi più a lungo sopporta una sanguisuga attaccata al polpaccio, a chi avvista  una trota, a chi  provoca il canto di un grillo, a chi si tuffa  dalla roccia più alta. A chi ricorda il Pianto Antico fino in fondo.
 
La mosca casca sul libro. Consuma la sua ultima  vita  ruotando a pancia in su sopra una vita di carta. Il ronzio dura pochi istanti, una trottola rossa avvolta con poco spago. Antonio prova invano a rianimarla, toccandola con l’unghia.
Arriva il buio, tutto il buio, all’improvviso. La nostalgia lo abbandona.
 
La corda si trova lì, a un passo dalla cucina. L’ha posizionata un’ora prima, annodata al soffitto, a un gancio fissato col trapano.
Tutto organizzato, tutto disposto fino ai minimi particolari: una bottiglia di cognac,  un sigaro, l’addio sopra il tavolo,  su un foglio bianco. La mancanza, ha scritto.

luglio 28, 2011

Era dall’avvento della moneta unica che non provavo una tale confusione. Quella volta le nuove banconote colorate, prima che mi ci abituassi, avevano scombussolato a tal punto il mio organismo che non riuscivo quasi a stare in piedi quando il bancomat le sputava fuori. E ancora oggi lo stupido odore delle monetine mi dà un tale voltastomaco che sono costretto a sbatterle a terra per non vomitare. Di recente, al macellaio che me ne aveva rifilato una manciata come se niente fosse, ho detto se aveva intenzione di finire il resto dei suoi giorni appeso a uno dei ganci che servono per i quarti di bue.
“Che c’è?” mi ha chiesto, con un’aria da babbeo.
“C’è che non devi fare il furbo con me”, gli ho risposto, facendo digrignare un po’ i denti. Poi ho preso i nichelini ossidati e li ho infilati ad uno ad uno nel culo del pollo che il tipo stava per esporre in vetrina.
Ma è niente rispetto a quello che mi è capitato un anno fa.
Era settembre, me lo ricordo bene, il campionato era iniziato da qualche domenica e faceva ancora un caldo che non veniva bene neanche a dirlo. Fu proprio mentre seguivo in tv un’azione del mio trequartista preferito che cominciai a sudare in modo esagerato. All’inizio, visto il caldo che faceva, non ci feci molto caso ma quando mi guardai le mani e mi accorsi di avere la pelle screpolata e, voltandole, che mi era comparso un discreto numero di verruche, mi resi conto che qualcosa non andava. Abbinato al ronzio dell’orecchio sinistro, era uno dei tipici sintomi del mio malessere interiore. Continuai a sudare per diversi giorni, finché non mi decisi a chiedere aiuto. Non al medico di fiducia , che di fiducia ne era rimasta ben poca; i parenti, come al solito, mi avrebbero detto di andare dal medico; amici non ne avevo più da quando avevo finito le medie. Ma chissenefregava, c’era Facebook.
Mi ricordavo che fra i miei contatti c’era un prete, un certo DonPriamo. Fu a lui che chiesi per primo un parere su quanto mi stava succedendo. Mi rispose senza indugiare, dopo che in chat gli spiegai per filo e per segno tutti i sintomi: “Sei in piena crisi mistica, bello!”
Non avevo mai sopportato che qualcuno si prendesse una confidenza così sfacciata senza avermi mai visto. Tuttavia, per rispetto della sua posizione e poiché quella posizione, in quel momento, mi faceva comodo, evitai di mandarlo a fare in culo.
“Cosa vuol dire, esattamente?”
“Dio ti sta cercando e tu stai cercando Dio”.
“Veramente io sto solo cercando un po’ di fresco e di non toccarmi troppo”.
“Ecco, appunto, sei in una fase di ricerca”.
“E’ una ricerca lunga?”
“A volte dura una vita, però dipende da te, se sei bravo puoi trovarlo presto.”
“Ma dove posso trovarlo?”
“Dentro di te e fuori di te. Ora devo andare, ciao, ho una funzione”.
Nonostante mi avesse lasciato così, appeso a quelle conclusioni che potevano sembrare profonde ma che a me sembrarono cazzate di prima scelta, cominciai immediatamente la ricerca.
Dio è in ogni luogo. Mi ricordavo che una delle cose imparate al catechismo suonava più o meno così. Figuriamoci se non era su FB. Lì ci sono tutti, c’è anche mio nonno morto da tre anni e il gatto rognoso dei miei vicini che non sono ancora riuscito a uccidere.
In “trovamici” digitai la parola in tutte le lingue che conosco: Deus, Theos, God, Dieu e compagnia cantante. Ne trovai più di settecento, ma erano tutti rockettari o greci o sardi o tipi che si credevano spiritosi e che non facevano ridere neanche il pubblico registrato di Paperissima.
Intanto, però, mentre ricevevo migliaia di inviti ad eventi del cazzo e tutti mi proponevano di sottoscrivere le migliori cause del mondo, tipo salvare le zanzare bengalesi e riciclare i calendari del 2010, io cominciavo a vedere doppio e a grattarmi in continuazione la pianta dei piedi.
Stavo quasi per arrendermi, ero sul punto di chiedere conforto a mia mamma, quando in una delle ricerche mi comparve il profilo di un tale che diceva di chiamarsi Il Supremo. Dalle fotografie sembrava il tipo giusto, aveva una lunga barba, le guance scavate, un’aria molto afflitta e settantamila amici sparsi in tutto il mondo. In più, fra i suoi interessi c’era una frase che sembrava scritta apposta per me: “Do ut deus”. Poteva sembrare uno strafalcione, un latinismo maccheronico del cazzo, ma mi fidai, soprattutto dopo aver visto che aveva creato centinaia di eventi dove voleva incontrare la gente e parlare di salvezza.
E uno di questi incontri, manco a farlo apposta, doveva svolgersi proprio nella mia città, di lì a qualche giorno. Risposi subito che avrei partecipato.
Nell’attesa dell’evento non è che mi sentii molto meglio, però mi sembrò che almeno il prurito ai piedi fosse un po’ diminuito.
Quando arrivò il giorno stabilito, mi preparai per bene. Mi rasai a fondo, indossai un abito elegante e mi spruzzai addosso una dose abbondante di profumo.
Giunsi sul posto, in Via Calatafimi angolo Via Bixio, in meno di dieci minuti. C’era un drappello di persone che sembravano arrivate lì con le mie stesse intenzioni. Facce idiote, per lo più, o vecchie beghine che tenevano grossi rosari fra le mani o immaginette di Padre Pio attaccate nelle diverse parti del corpo. Non salutai nessuno, nonostante tutti mi rivolgessero degli strani sorrisi idioti o degli inchini che ricordavano il modo di salutare dei giapponesi. Sul marciapiede erano stati sistemati due pannelli neri a formare una specie di quinta teatrale dove, come scoprii più tardi, il protagonista della scena si stava preparando per la sua esibizione. Non volevo parlare con nessuno ma, visto che i preparativi si prolungavano e la mia pazienza cominciava ad esaurirsi, mi feci forza e mi avvicinai ad un grassone che per tutta l’ora era rimasto immobile a pregare in coda al gruppo.
“Manca molto?” gli chiesi, sottovoce.
“Il tempo dell’attesa è necessario quanto quello che ci sarà dedicato”, mi rispose, con un sorriso che a malapena riuscivo a sopportare.
“Sì…sì…certo, era così, giusto per sapere”.
“Il maestro si sta concentrando, prega anche tu”.
“Tui lo hai già incontrato?”
“Oh, sì, ho avuto altre tre benedizioni in questo mese. E ben quattro rinforzi”.
“Rinforzi?”
“Sì, su Facebook ho ricevuto un bravo, due carezze e uno scapolario”, disse, prima di ricadere in una specie di trance e in un'altra espressione babbea.
A quel punto mi resi conto di essere finito in mezzo a un branco di deficienti. Non ci voleva molto a capire che il grassone si trovava in uno stato pietoso. E se la sua fiducia nella guarigione era ancora così fervidamente riposta, Il Supremo non poteva che essere un cialtrone.
Ricominciai a sudare copiosamente. I palazzi intorno cominciarono a ruotare come una giostra. E quando il tipo comparve sulla scena mi sembrò di precipitare in un incubo.
Era vestito come il mago Otelma e del mago aveva le stesse movenze e lo stesso doppio mento: se quello era Dio o uno che pensava di somigliargli, io ero Napoleone in persona.
Senza dire nulla e ignorando completamente gli altri, puntò dritto su di me. Mi prese per una mano e mi condusse dentro un cerchio che era stato disegnato per terra col gesso, proprio davanti a quella specie di sipario. “Baciatelo” disse, sollevando la mano libera e continuando a stringermi con l'altra tutta molliccia.
“Baciami il culo”, dissi a quel punto, ritrovando un po’ di forze e spintonando il santone.
Spinsi via anche un paio di vecchiette che caddero malamente sul marciapiede con un rumore sinistro di osteoporosi. L’unico che tentò di fermarmi fu il grassone, riuscii a sentire che mi urlava qualcosa a proposito del pentimento e dell’elevazione, mentre scappavo a tutta birra.
Arrivai a casa sfinito, con le tempie che sembravano un motopicco, deluso e triste come la statua di Aznavour.
“La mia ricerca finisce qui”, mi dissi, dopo essermi ripreso con una birra ghiacciata.
In internet trovai alcune sbarbe che avevano voglia di parlare con me. Per diversi giorni, alternai le loro vomitevoli frasi poetiche con alcuni siti porno che tornarono ad aggredirmi e a spingermi oltre ogni limite della masturbazione.
Le verruche mi sparirono. Al mercoledì cominciò a piovere. A DonPriamo mandai un Poke.

luglio 14, 2011

questi , pubblicati oggi su Lessico&Nuvole, sono alcuni esempi. Si tratta di trovare una combinazione fra regista, interprete e colonna sonora di un film.
Nel frattempo ho giocato ancora.
Luci della città : Forman Incerti Piccoli Reverberi Muti. Qui i registi sono due e oltre al compositore abbiamo anche il direttore d'orchestra.

Poi, dato che i giochi sono come le ciliegie, entro in un vortice di infinite varianti. Un disastro.

" Allen attore", un refuso, penso.  Cary Grant e Charlton Heston, con i loro cognomi attaccati (Granteston) mi fanno pensare a un film su Al Capone. La regia affidiamola pure a Coppola, se vogliamo.
Greta Scacchi e Matt Damon sembrano fatti apposta per lavorare insieme, magari con la regia della Torre.  Franca Rame e Turi Ferro li penso diretti da Dario Argento.
E se dico Piccoli Storti e Malfatti (Michel, Bebo e Marina) mi viene in testa quel capolavoro di Freaks, è più forte di me.
Proietti Muti Tedeschi (nel senso di Gigi,Ornella e Gianrico)  li immagino protagonisti di un omaggio a Fritz Lang. E' troppo?
Penso di sì.
Ma, a proposito di omaggi, 8/5 (Otto Barra Cinque, nel senso di Natalino  Peppe e Luigi ) potrebbero comparire fra i compositori della colonna sonora del film  L'enigmista. Testi Guida Degli Esposti. Ottoemezzo permettendo.

luglio 6, 2011

La testa di Polanca è come la presa en passant nel gioco degli scacchi: la capisci, poi te la dimentichi, poi cerchi di impararla di nuovo e infine, ad ogni nuova partita, te la sei ancora una volta scordata.
“Sono un nuovo Signor Palomar!” mi ha detto stamattina.
Era lì che guardava la caffettiera, con gli occhi sbarrati, a dieci centimetri di distanza dall'oggetto, come un entomologo che osserva un insetto sconosciuto. “Sto indagando sull’essenza delle cose”, ha aggiunto, dopo una lunga pausa.
“Polà, accendi il gas, devo andare a lavorare”.
“Aspetta.  Un minuto puoi aspettare. Lei è una vita che passa le notti così, pronta sul fornello ad attendere i nostri comodi. Non ti accorgi che ci sta comunicando il senso dell’attesa? E’ come la volpe sotto il melo”.
“Che volpe?”
“Come, non ti ricordi la storia del rito? Che fine ha fatto quel libro che leggevamo da bambini? Che fine gli hai fatto fare a quella sciarpa gialla che ci legavamo al collo?”.
“Va bene, ve bene, mi arrendo, addomesticami pure”. “Però adesso accendi quel cazzo di fornello”.
“Prima concentrati, però. Trenta secondi, non ti chiedo che trenta secondi”.
Devo cedere. Se voglio arrivare in orario al lavoro, devo fare come dice lui. E così, sentendomi un perfetto idiota, punto anch’io lo sguardo sulla moka, anch’io in preghiera, come il mio amico.
 
Sarà stato un caso, sarà stato il desiderio prolungato un minuto di più, o forse la cura con cui Polanca aveva sistemato le tazzine sui piattini e i piattini sulle tovagliette e la zuccheriera perfettamente al centro del tavolo. O chiamatela suggestione, se volete. Fatto sta che il caffè, stamattina, mi è sembrato più buono del solito. Tanto più buono che nel silenzio i nostri sguardi sono caduti dentro le nostre rispettive tazzine vuote, come se ognuno stesse cercando una traccia, una risposta. Una risposta al niente, perché giusto al niente si può rispondere a quell’ora del mattino, mentre conti i minuti che ti separano dall’ufficio.
Vedo sette striature, alcune più scure, altre più chiare. Una serie di puntini che si stanno raggrumando sui bordi interni. Per un momento, nella catatonia, la vista mi si annebbia.
“Stai guardando il tuo futuro?” mi fa, Polanca, senza sollevare lo sguardo dal suo nuovo microcosmo.
“C’è la Via Lattea”, gli rispondo. E mentre lo dico mi sforzo di apparire meno serio di quanto non sia in quel momento. Perché, davvero, mi sembra di vedere il firmamento.
A quel punto Polanca solleva la testa: “Adesso esageri. Non è così che si fa. Devi osservare, non sognare. E poi la Via Lattea nel caffè è impossibile. Sarebbe cappuccino”.
Scoppia in una risata, lasciandomi come un allocco.
Con la stessa espressione babbea, arrivo in ufficio, trafelato. I colleghi sono un coro di “buongiorno” ai loro splendidi orologi alla moda.

le capre e le crepe

giugno 2, 2011

La timidezza di Massimo Zedda a Ballarò, la sua mancanza di disinvoltura in tv, quel "buongiorno" a De Magistris fra le risatine tronfie fuori campo. E ancora: la sobrietà e il garbo di Giuliano Pisapia, le sue parole incagliate, un plurale mal declinato, l’indugio, una risposta che non ti aspetti: forse è anche questa la bellezza che il nostro paese aveva perduto e che sta cercando di ritrovare.

Da troppo tempo eravamo abituati alla sicumera, all’esposizione muscolare, all’ostentazione di sorrisi di plastica, alla declinazione machista del successo. Dove la timidezza e la malinconia erano diventati sentimenti da schernire di fronte al “barzellettismo” e allo “splendidismo” imperanti. O, peggio ancora, dove la buona l’educazione appariva destinata per sempre all’angolo di fronte alla rozzezza e all’arroganza. Pensate per un secondo a quanto tempo ha imperversato nelle nostre visioni la boria insolente della Santanché e a quanto poco televisiva sarebbe stata considerata la compostezza di Berlinguer, quel suo sguardo che molti di noi ancora ricordano. Provate a ripensare a Enzo Biagi e Pasolini in uno studio della Rai in bianco e nero e subito dopo sovrapponete l’immagine di Signorini che intervista Ruby rubacuori, le capre di Sgarbi, i fanghi di Sallusti. Forse si capisce meglio quello che sto cercando di dire.

Ho questa sensazione, per farla breve. Mi sembra, è più che una speranza, che la lunga stagione della tracotanza , il potere come edonismo, quell’omologazione “distruttrice di ogni autenticità” siano finalmente sulla via del declino. E che al “grande comunicatore” non siano più sufficienti gli strumenti che ha utilizzato per quasi vent’anni. La ricerca dei volti che viene prima dei voti; la bellezza dell’imperfezione che vince sulle facce di plastica.

Riprendo una felice espressione di Nichi Vendola per dire che in questo nuova percezione del senso anche le sue scuse, anche l’ammissione pubblica di un errore rispetto a una parola usata male, sono un segno del tutto nuovo.

uno due tre…stella

giugno 1, 2011

1- L'ex Po

2 – Sai papi…l'anagramma è Pisapia.

3 – Vittorio Sgarbi: rito sbrigativo.

marzo 29, 2011

Gli origami sopra il grande camino, farfalle di giornale annerite dal fumo. Una madonnina di plastica con la corona azzurra che si svita, l’acqua di una grotta francese che protegge la casa. Il mobile di formica.  Il Papa Giovanni, viva il Papa- Papa Giovanni e, vicino,  uno strano oggetto di legno con  due grosse chiavi incrociate e tanti gancetti per appendere altre chiavi.  Una radio enorme con i nomi di Istanbul , Mosca, Tolosa e Bonn. Un televisore ancora più grande, scuro e minaccioso, sul piano superiore di un carrello malfermo.  Lo stabilizzatore, il dio potente che si mangia i fulmini.
Una bambola col viso di porcellana, una gonna enorme sparsa sul divano, al freddo.
Uno scrigno con la musica dentro e una ballerina che si risveglia e danza sulle punte.
La tabacchiera di una zia. Una scatola di colori a cera, l’album delle figurine Panini, un pallone sgonfio. Una bardofula con lo spago. Due numeri di Tex Willer, uno di Zagor, Natale calibro 45.
Un armadio che diventa un letto, un altro armadio che diventa un altro letto, una vetrina con il rosolio giallo, un portapenne con un tronco cavo e una stella alpina, una penna stilografica verde e nera, un sacchetto con le biglie di vetro.
Il bagno con tre pettini grandi e uno piccolo, una scatola di lamette, un pezzo di cristallo liscio che ferma il sangue, forcine che sembrano ossa, un profumo verde con il tappo a forma di pigna, il calendario profumato del barbiere vicino allo specchio.
Il braciere, la pedana circolare che contiene il braciere, uno spiedo, un treppiedi, un tostaceci,  appesi dentro il camino. Un letto con la spalliera di ferro, due pomi laterali, un disegno al centro con due angeli, un comò di castagno con il ripiano di marmo, foglie di palma intrecciate da anni, un nodo sul legno della porta che sembra il viso della madonna di plastica. Una foto di guerra, una cartolina, una busta con francobolli stranieri, il sussidiario, l’atlante geografico, un vecchio vocabolario di latino, il libro Cuore, Ventimila leghe sotto i mari, Il corsaro nero, una cinghia elastica per portare i libri a scuola, la scritta W Cagliari.
Un cestino di asfodelo vuoto, un cestino di giunco e rafia con alcune caramelle alla menta. Una pallina da tennis spelacchiata, qualche tappo di latta, un temperino, una lente d’ingrandimento.

Una voce, una risata. Il ripasso della geografia, il gatto che passa e si stiracchia, l'odore di cipolle e lardo fritto. Un'altra voce che imita qualcuno, altre risate.

marzo 25, 2011

Come torno a casa, li trovo che discutono a manetta, sembrano ospiti della tivvù. Manca il conduttore ma Bulgaria e Polanca se le danno di santa ragione.
“Fino a ieri dicevi che il tuo capoufficio è una merda e ora ti preoccupi per lui”.
“Non è che mi preoccupo, però un po’ mi dispiace”.
“Per un’unghia incarnita?”
“E’ doloroso, cazzo!”
“Ma ben gli sta! Sii coerente, almeno, non puoi dirmi che è diventato bravo solo perché ha un’unghia incarnita!”.
“Ho detto solo che mi dispiace vedergli quella smorfia di dolore ogni volta che mi passa vicino”.
“Veramente hai detto che ti senti addolorato”.
“No”.
“Cosa, no?”
“Non ho mai usato quell’espressione”.
“L’hai detto. Tre minuti fa hai fatto una pausa, sembrava che non ti venisse la parola, poi hai detto proprio “addolorato”.
“Polà, tu sei un bugiardo!”
“Attento a come parli”.
“Non posso averlo detto, quella parola mi ricorda le sagrestie”.
“Le sagrestie?”
“Proprio così, mi ricorda il freddo della sagrestia. C’era un’immagine della Maria Addolorata che mi terrorizzava. Aveva un fazzoletto fra le mani e guardava in cielo con un’aria disperata. Piangeva e si disperava. E io pensavo che stesse giudicando i miei peccati.”.
“Che peccati?”
“Quelli che sai anche tu Polà, non ti ricordi quando avevi paura di diventare cieco?”
“Io non mi sono mai masturbato”.
“Non abbiamo mai smesso!”
“…”
“E il capoufficio ha la stessa espressione della Mater Dolorosa?”
“Non guarda in cielo, però un po’ si assomiglia”.
“Ma non è che hai una crisi mistica?”
“Vai al diavolo, discutere con te è come discutere con Luttwak”.
“Chi?”
“Luttwak, l’esperto americano. Sa sempre tutto lui, quando parla sembra pronto a raccogliere le parole che ha appena detto per conservarle in un sacchetto”.
“Esperto di cosa?”
“Di tutto. Ma soprattutto di guerra”.
“Ah, ecco perché mi paragoni a lui. Finalmente lo ammetti, in fatto di guerre ti surclasso”.
“Il comando è mio!”
“Macché tuo, il comando per il momento non è di nessuno”.
“Adesso è mio, te lo dimostro”.
 
A questo punto, Bulgaria si alza, va nell’altra stanza e torna con una scatola di cartone piena di aeroplanini di carta. La poggia per terra, apre la finestra e comincia a lanciarle i razzetti.
Polanca non si fa pregare. Prende anche lui una scatola e comincia a fare altrettanto.
Da sotto, sento una signora che urla: “Ma che fate, siete impazziti?”
“Non si preoccupi signora, sono solo dei Tornado, non fanno del male a nessuno” risponde Polanca.
“Quello non era un Tornado” dice Bulgaria.
“Certo che era un Tornado, era appena partito dalla base di Decimomannu”.
“Vedi che non sai una sega! A Decimomannu i Tornado non ci sono”.
“Il comando è mio e li faccio partire da dove voglio”.
“Addolorato!”
“Luttwak!”
“Addolorato!”
“Unghia!”
“Mi dolgo!”
 
E continuano così. A me neanche mi considerano. Continuano a far volare quei pezzi di carta e a contendersi un pezzo di finestra. Sono proprio scemi.

marzo 11, 2011

E’ la vita loco dolore.

Vota parrà, empia.

E so,

tremo e so.

 

Cori d’eterni aedi,

nuove muse, dee, traci,

nemici, amici d’Ulisse, sirene…

Tra me e voi gemo.

 

Come toro crolla,

arene aimè letali,

così,

tale viril fiacco

-tal potere v’è tra lucidi proci-

reietto, lì sarò.

 

Arretro or, terra.

Ora… sì.

 

Lotte ieri, corpi,

di “cul” arte, vere top.

Là toccai Fli, rivelati “soci”:

La tele mia è nera.

 

Allor coro:

“Temo, come Giove e Marte,

neri sessi ludici.

Mai ci meni carte!”

 

E desumevo un idea:

In rete dirò

cose omertose ai Pm.

 

E arrapato, vero lodo colà ti vale.