novembre 14, 2004

Perché Polanca è fatto così. Se ne può stare ore e ore senza spiccicare parola,muto come una campana senza batacchio, con uno sguardo che ti fa sentire inutile e un’aria eternamente annoiata che alla lunga può risultare indisponente.
L’altra sera c’era anche lui al bar di Canneddu. Con Gavino Palighetta parlavamo delle conseguenze politiche sul nostro paese dopo la riforma della costituzione. S’era accesa una discussione che non portava da nessuna parte, avevo messo a dura prova tutte le mie capacità dialettiche. Per quanto sostenessi che così si rischiava una deriva autoritaria a danno della parte più sana della nazione, Gavino continuava a ripetere che la cosa più importante era il prezzo della benzina, altro che cazzi. E da lì non lo smuovevi. Diceva che col controllo del petrolio si poteva tenere sotto scacco il mondo intero e che io mi preoccupavo solo del cortile di casa con ragionamenti di conservazione.
Ma tu la vuoi salvare o no la democrazia – certo, ma vorrei salvare anche il pianeta – le cose non sono separate… cose così.

Nelle brevissime pause cercavo di capire come la pensava Polanca, cercavo di intuire qualcosa dall’espressione dei suoi occhi, un moto delle sopracciglia, un cenno delle labbra. Niente: sembrava immerso in un pensiero che non era di questa terra, come se avesse staccato la spina o messo le cuffie per isolarsi dal nostro cianciare.
Si muoveva solo per accendersi una sigaretta dietro l’altra e versare la birra, appena vedeva i bicchieri a metà.
A un certo punto, infastidito dalla sua ignavia, così palesemente ostentata nella pesantezza delle palpebre, interrompo un ragionamento sulla devolution e gli chiedo: – Ma tu, Polà, cosa ne pensi? –
– Niente –
– Come, niente? Avrai un’opinione! Stiamo parlando da tre ore e tu manco ci degni di una smorfia. Neanche un “crepa”-
– Ma tanto, anche se te lo dico, a cosa serve? Non cambia niente, niente –
– Beh…serve ad arricchire il dialogo, magari con un altro punto di vista.

Non risponde. Mi offre una Camel e ripiomba immediatamente nella sua apatia, si isola, come prima. Noi continuiamo ad argomentare, ancora un poco, finché non subentra un po’ di noia, una stanchezza da monotonia. Decidiamo di andarcene, sono le due di notte.
Polanca abita vicino a casa mia, così decidiamo di fare a piedi la strada, anche se Palighetta insiste per accompagnarci in macchina.

Camminiamo, in silenzio. Fa freddo. L’aria è carica di umidità, le vie della città sono deserte e tristi come sempre, illuminate da pochi lampioni giallo-depresso, freddi e spettrali come lune d’autunno. Con le mani affondate nel giaccone di pelle e lo sguardo attaccato ai lastroni del corso, Polanca zoppica, trascinando la sua gamba più corta colpita dalla poliomielite. Mi concentro sul ritmo asincrono della nostra andatura e ho un brivido, nel sentire quell’unico suono controtempo, sento una sensazione di irrealtà che segue i miei passi. La solita malinconia mi spinge alle spalle. M’interrogo sull’inutilità della vita passata così, che trascorre senza chiederti un parere, un giorno uguale all’altro, nella ripetizione dei nostri ruoli all’interno del gruppo. E mi pento di tutte le chiacchiere vane che ho detto nella serata, troppe e banali, quando tutto sembra perduto.
– Per fortuna, per oggi, l’unica parola che dovrò ancora dire è ciao – penso – la stessa che sentirò da Polanca, non c’è rischio che lui mi chieda qualcosa a interrompere questa pena. Lui, questa specie di Mammutone sordomuto cui voglio così bene senza sapere perché, non spreca parole. E forse fa bene –

Stiamo per arrivare sotto casa sua, cerchiamo entrambi le chiavi, prima di entrare nel buio dei nostri cortili da edilizia popolare.
D’un tratto si ferma, mi poggia una mano sulla spalla e comincia a parlare, come se volesse rispondere a tutti i pensieri che mi attraversano.

– Bisogna fare “Il monte degli anonimi” – fa, serissimo- loro fanno “L’isola dei famosi”, noi facciamo “Il monte degli anonimi”. O dell’anonima, come volete. Tanto di questi tempi se non fai un realitisciò non ti caga nessuno. Chiamiamo anche Bulgaria e Polso e ce ne andiamo sul Monte Ortobene. Ci accampiamo lì, ci vestiamo di pelli di capra e andiamo a porcini e a caccia di conigli, troveremo qualcosa da mangiare. L’acqua c’è, le sigarette ce le portiamo.
E invece di giocare a Robison Crosue facciamo la civiltà dei neo-nuragici. Dobbiamo solo chiedere a qualcuno di informare Tele Tremula, figurati se quelli non vengono a riprenderci, imitano qualsiasi minchiata dalle televisioni nazionali. Ci facciamo crescere la barba, per qualche giorno emettiamo solo dei grugniti e ci muoviamo come i primitivi. In poco tempo faremo notizia, sono sicuro. Magari troviamo anche un lavoro.
Poi, quando cominceranno con le stronzate delle eliminazioni e ci chiederanno di indicare chi vogliamo salvare, scriviamo tutti la stessa cosa: – La costituzione italiana, i diritti umani, le passeggiate di notte con un mio amico che ascolta i silenzi e si crede un poeta –

Ridiamo, sguaiati, senza riuscire a fermarci, facendo dei versi da scimmia. Per augurarci un buon sonno ci mandiamo a quel paese, fanculo e fanculo.
Quando gli volto le spalle per andarmene, lo sento che fischietta l’Internazionale e che impreca, con molte u, contro l’oscurità e la serratura del portone.
Continuo quel pezzetto di strada che mi è rimasto da fare. Penso che Polanca, per tutta la sera, ha ascoltato tutto, registrato tutto, anche i miei pensieri del cazzo. Sorrido da solo, mentre una nuvola fa spazio alla luna.
Nell’ascensore ripeto a me stesso che Polanca è fatto così.































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