novembre 26, 2004

-Datemi s’istentu. Tia Juà, ha detto mamma di darmi s’istentu, per piacere –
– Ehi, fizigheddu meu, siediti lì, adesso te lo do –
E stavo lì, seduto in cucina, in silenzio, ad aspettare quella cosa che immaginavo tanto preziosa.
Intanto, tia Juanna, continuava il suo lavoro. Con un piccolo pennello colorava i dolci, per farne dei frutti. Distese di palline in pasta di mandorle, davanti a me, nelle canistedde di asfodelo, pronte a diventare mele, pere, fichi d’india, ciliegie per gli sposi. Piccola, con le braccia muscolose a furia d’impastare, sembrava una pittrice attenta alle sfumature, girava e rigirava le sue creature, aggiungeva un po’ di rosso un po’ di giallo. Non sbagliava quasi mai, difficilmente una melina malriuscita addolciva la mia attesa: lè, coro ‘e ma’, mandigadila. Osservavo a bocca aperta la lentezza dei suoi gesti, la stanza che si riempiva di un miracolo. Solo dopo molto tempo mi ricordavo del compito assegnatomi da mia madre:
– Ma s’istentu, tia Jua, non me lo date?
– Sai una cosa? Mi sono ricordata proprio ora che l’ho finito. Ma domani lo rifaccio, torna domani -.
Quando tornavo a casa, mia madre aveva finito di lavare il pavimento.

Datemi s’istentu.

Con Roberto andavamo ad avvistare gli Ufo, prima o poi sarebbero passati, sopra Sunis, c’erano i nuraghi ad incuriosire i marziani.
Ore e ore a pancia in su, stesi sulla notte umida, a parlare poco e piano. No, quello è un aereo, quella è Sirio, chissà se loro ci vedono. E ridere, quando il raglio di un asino rompeva all’improvviso la magia. E allora sì, parlare, parlare, che tanto il rito s’era infranto. Parlare. Di Francesca che mi piace, di Valeria che ti piace, di Filippo che è partito, chissà come si sta in Germania. – Forse emigriamo anche noi-
E lunghi silenzi, sotto quel cielo che tutto raccoglieva, cazzate e cose serie, dubbi e certezze sedicenni. In quella radura che mutava il mondo, che ti dava il diritto di perderti. Nell’amicizia, bellezza adolescente. Il tempo del mistero, finché il freddo, più che il sonno, ci riportava alla realtà e ci conduceva, fra i sentieri di campagna, alla periferia di Sunis. Un pugno finto sulla spalla, domani passa tu.

Datemi “s’istentu”

L’aeroporto è uno spazio desolato, alle dieci di sera. Torno nell’isola, uscita nove, imbarco immediato. La stanchezza nello zaino-spalla sinistra, notte insonne, l’occhio a un terzo fra l’orologio grande delle partenze, la vetrina di cravatte e l’espressione di lei.
– Ti chiamo quando arrivo, se non è troppo tardi –
– Chiamami, sarò sveglia –

Uno strano vuoto, che copre anche l’ansia del volo imminente, s’impadronisce dei sensi, li addormenta. Vorrei dire tante cose, ringraziare, accompagnare le parole con un gesto.
Ripasso le attenzioni di lei, i fiori freschi sul tavolo da cucina, i biglietti per il cinema. Due giorni d’affetto, cercato come il pane.
– Sono stato bene con te. Tu? Ti sei annoiata?- riesco a dire.
– Ma ti pare!- mi sorride.
– Ora vieni tu a trovarmi – riesco a dire.
Le luci assordanti dei neon, due che parlano d’affari, costruzioni in Costa Smeralda. La voce inglese dell’altoparlante e ricontrollo la carta d’imbarco, non ci sono ritardi.
Dilato il tempo.
– Allora ciao –
– Ciao. A presto –
Gli occhi di lei sono pieni di sonno. E di una malinconia che avrei voluto cancellare.

Datemi “s’istentu”.

Quel tempo lento dell’attesa, inutile e prezioso dell’indugio. Per contare i passi alle formiche, finire un gelato da cinquanta, gettare i sassi dentro un pozzo. Che si perde senza perdere. Piano piano.



































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