dicembre 24, 2004

Andavo tranquillo per la strada.

Cioè non ero proprio tranquillo tranquillo avevo appena litigato con la mia fidanzata per via di un torsolo di mela che avevo lasciato dentro un posacenere anziché buttarlo nella spazzatura e si sa che i torsoli di mela si ossidano dopo cinque secondi e dopo sette attirano l’attenzione di Giovanna che dopo dieci ti urla di non fare il maiale e tutto il resto figuriamoci se sopra ci spegni pure le cicche e in più pioveva avevo finito le sigarette tutti i tabaccai erano chiusi e non mi era rimasto neanche uno spicciolo per il distributore automatico o una banconota da farmi cambiare figuriamoci il bancomat che la banca me l’ha ritirato dopo due giorni lei signor Birambai l’ha usato male no veramente credo di averlo usato benissimo mi ha dato i soldi lo scontrino e tutto quanto anzi io quei soldi neanche li avevo sul conto quindi forse l’ho usato meglio di quanto si aspettasse lui stesso. Lui stesso chi? No cioè volevo dire lei la carta non pensava a quelle prestazioni straordinarie.

Insomma ero nero come il tempo e verde di bolletta quindi non so perché ho detto andavo tranquillo forse perché è un modo come un altro per cominciare una storia e mi sembra che così con quell’aggettivo uno si prepara ad eventuali colpi di scena che possono sempre arrivare se cammini tranquillo per la strada che cioè se vai per la strada e basta uno non sa se sei tranquillo oppure ansioso oppure di fretta per recuperare un ritardo invece così gli dai un’indicazione l’illusione che tutto proceda bene e che però qualcosa potrebbe succedere da un momento all’altro.

Dunque andavo tranquillo per la strada non mi aspettavo nulla dalla stupida vita in quella stupida sera di pioggia ma d’altra parte cosa potevo aspettarmi? Fatta eccezione per quella volta che una zingara mi lesse la mano dicendomi che la mia vita sarebbe scivolata via stupidamente per il resto degli anni non ricordo niente di veramente interessante successomi per strada mentre camminavo oltretutto mi trovavo in una strada di Nuoro mica al Sunset Boulevard o agli Champs Elisée o in una via di Città del Messico che lo dicono anche le classifiche del Sole 24 ore che qui non accade mai nulla che siamo fra gli ultimi per la qualità della vita ma primi per il numero esiguo degli scippi ma chi vuoi scippare se non c’è nessuno per le strade e qualche volta mi chiedo se non siano tutti fuggiti perché sta per arrivare un terremoto. Che poi neppure il terremoto può arrivare siamo la terra più antisismica ecchecavolo passiamo dalla siccità alle alluvioni come se qualcuno cambiasse col telecomando risparmiateci almeno le scosse. A Mario Faularzu invece succede di tutto vede elettricisti che cascano dai pali della luce turisti francesi che dicono bella questa città gente che sorride e ti saluta cordialmente elicotteri che scaricano l’acqua sui boschi in fiamme e assieme all’acqua un sub che hanno pescato in mare mentre faceva immersione.

Io sono sfigato non vedo mai niente.

Dunque andavo tranquillo per la strada senza aspettative desideravo solo che smettesse di piovere anche se queste precipitazioni non avevano niente di normale e probabilmente i pastori avevano fatto un rito propiziatorio sbagliando le dosi oppure gli americani avevano rovesciato l’isola e non ce n’eravamo neanche accorti e a casa erano esplose pure le scatole di riso soffiato per colpa dell’umidità.

Ecco ero immerso in questi pensieri quando a un certo punto sento uno che mi urla buon natale mi giro e alle mie spalle c’è uno vestito da Babbo Natalebagnato con le launeddas in mano e un sacco sulle spalle tipo”bertula” una di quelle sacche fatte al telaio che usavano i contadini prima che diventassero souvenir delle vacanze le bertule dico non i contadini.

-Buon Natale Antò- urla di nuovo guardando verso di me che faccio dietro- front e gli vado incontro non tanto per ricambiare gli auguri quanto per chiedergli una sigaretta grazie grazie bella questa iniziativa di mandare qualcuno per rallegrare un po’ la città ce n’era proprio bisogno era ora che l’amministrazione comunale pensasse ai nuoresi scusa non è che avresti una sigaretta?-

-Ma perché tu ti chiami Antonio?

-No, veramente sono Gianni.

-E allora che cavolo vuoi?

-Beh mi guardavi pensavo che ti rivolgessi a me.

Mentre glielo dico lo guardo in faccia e mi accorgo che è totalmente strabico con un occhio al prezzo e uno alla qualità come dice il mio amico Polanca ha gli occhi talmente storti che non capisco più se sta guardando me o un tipo che sta affacciato ad una finestra lì affianco probabilmente Antonio comunque scusa ti faccio i complimenti lo stesso e chissà come suoni bene le launeddas… maaa… una sigaretta?

-Non fumo.

  • E allora vaffanculo tu e il Natale.
  • Non ci crederete in quell’istante la terra ha tremato un po’.

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dicembre 15, 2004

PAESIA


Mara Doliànova

Lei, sola, russa.
Anela Carlo: forte, bono.
Anela villa urbana, villa mar,
piscina su l’assai villa grande.
Anela sole, ministri.

E i padri:
Amara chi amore sposa da saga! –

Ma monti già vedono riflussi
O Mara, sola russa, sorgono neon
e lì, tu, l’amore smonti.

dicembre 8, 2004

 Dejà vu
 
 
Sì, io l’ho già visto questo momento, non scherzo, non scherzo.
Ora, una donna si affaccerà a quel palazzo, guarderà noi e il cielo, per un istante, e chiuderà rumorosamente le imposte. Tu mi dirai che sta per piovere, io ti chiederò se ricordi quella volta in cui il temporale ci sorprese a Madrid.
Non mi risponderai, distratta da due gatti che si inseguono, e il tuo sguardo di meraviglia mi sembrerà diverso da tutti i tuoi sguardi che conosco. Mi ricorderà, ma non sarà la stessa, l’espressione dei tuoi occhi davanti al fiume di Bosa, quando il tempo si dilatò su noi due, era maggio, e cercavamo speranze nei fossili, fra la sabbia e le canne.
Mi verrà voglia di prenderti per mano e dirti che voglio fissare i dettagli, elencarli ad uno ad uno, su un foglio a quadretti, per essere sicuro di averli vissuti.
Non lo farò, prigioniero di un nuovo pudore. Dirò solo “che strano un minuto fa c’era il sole”.
Sono sicuro. Fra pochi secondi ti volterai per chiedermi una sigaretta. Una ciocca di capelli ti cadrà sulla fronte, la tua nuova sciarpa mi sembrerà più colorata, fisserò una ruga sottile che si formerà in un sorriso forzato. Mi domanderai a cosa penso. A te, risponderò, alla tua sciarpa. E a come tutto si mostri diverso, oggi, non avevo mai visto così. Guarda, anche queste case di pietra e questa piazza, dove ho passato migliaia di giorni, e questa pianta che ha visto mio nonno bambino, tutto mi appare come nuovo. Anche il monumento ai caduti. Mi mostra lo strazio, con quelle lettere staccate nei nomi, Atnio Dga e Mrio Deog. Di soldati che urlano contro l’oblio, che chiedono di non morire un’altra volta, sfigurati da granate e scordati per sempre in un silenzio immedicabile. Antonio Daga, Mario Delogu, ripeterò ad alta voce.
Mi guarderai stupita, lo so, e io non saprò se quella che sento è voglia di amarti.
Sarà allora che cominceranno a cadere le prime gocce di pioggia, mentre mi dico che i mutamenti del nostro sentire sono lentissimi, a volte. Oppure improvvisi, come il tempo variabile di questa mattina d’autunno.
Affretteremo il passo. Poi tu ti metterai a correre, per cercare riparo. Io no, guarderò la tua nuca, da lontano, sparire dietro l’angolo, all’incrocio più avanti. Penserò che è inutile cercare un’alleanza fra noi. Mi lascerò bagnare, fino a rendere goffi gli abiti che indosso, fino a confondere un lieve tremore del labbro con un accesso di pianto.
Ho già visto, sono certo.
Ti raggiungerò, sotto i portici di Via delle viole, fra qualche minuto. Vedendomi, mi dirai che ti sembra di aver già vissuto quel momento, ma in un altro luogo, con un altro uomo. E io, per la prima volta, ti chiederò di pronunciare il mio nome.












dicembre 3, 2004

Affondo i piedi nudi nel fango e aspetto la dura terra intorno alle caviglie, limpido pomeriggio e sentore di morte e formiche che salgono fra i peli delle gambe, gonfio di pianto, perduto. E cosa sono questi ricordi e perché strillano questi “gosos” nelle mie orecchie, chi siete cosa volete.

Schiaccio le formiche ad una ad una, fra il pollice e l’indice, scricchiolio d’inutili corazze-lacrime, suono del mare, battito d’ali sopra la testa.

Voglio avere gli occhi di mio nonno e guardarmi da quella sua foto che guardo ogni sera, senza più domande da fare. Ricordare la voce di otto anni, dire salvitutti, io torno a casa ho fame ho fame ho fame, nel campo è rimasto solo silenzio.

Coniugare al tempo presente io ho molti fiori raccolti nel bosco, tu hai molti fiori raccolti nel bosco, egli ha molti fiori raccolti nel bosco.

Colpire al volo quel pallone e abbracciare i miei compagni e vedere il sorriso di Marta dietro la porta, il cuore che batte veloce, sono più alto e “acconsentite a chiamarmi fratello”.

Voglio dire “ho visto”. Ripetere ho visto. Daccapo, ancora, pausa più lunga, senza colori, il tema di Monk, lega affamate-nude-isteriche.

Correre per strada da un capo all’altro della città, senza mai fermarmi, fino a cadere sfinito in un angolo di periferia scrivere sui muri, con uno spray rosso, rossi segni d’amore, Anita ti amo dove sei, vedi la mia solitaria esistenza.

Voglio sentire il freddo che punge come il maglione di lana grezza che mia madre mi regalò un natale bambino, tremare e battere i denti e urlare fanculo fanculo a tutti, io sono qui, ora.

Voglio una sera dopo cena, sui gradini della facoltà, a parlareparlare del mondo e dei nostri paesi, il futuro è con noi, promettimi di non vendere la tua intelligenza, la “tudda” che sale, sabato andiamo a pescare.

Una lettera scritta a mano coi disegni di Volodia – e tu sei Lilik e io ho una blusa gialla che parla di baci e si possono fare progetti comuni.

Voglio quel giorno, quell’ora, quel minuto, istante in cui ti voltasti a guardarmi. Era il mio compleanno e non c’erano torte risate d’amici.

“Voglio l’amore per il quale sono nato”, voglio non dover sempre dire.

Voglio il tempo. Quello del fieno, del pane, dei libri con pagine scritte per me, dei film visti e rivisti, delle afasiche brame. Voglio il senso.

E’ secca la terra e si leva un odore di mare. Altre formiche, voci, aria calda, sudore sulla fronte, palpebre serrate, un ginepro, una striscia nel cielo, la calma, voci.

Voci.

Chi siete, cosa volete?

Sono qui, al centro dello stagno prosciugato, non posso più muovermi, andate via, andate via. Dimentico.

dicembre 1, 2004

Sette novembre 1917, Fedora Zoe Zenobia, scontrino N.00123 € 14,80 W koinon autadeljon Ismhnhs kara, piacere mi chiamo Rosetta Cappelletti, dossilamina succinato 0,0250g, Les Films du Carrosse, il novanta ritardatario da 147 estrazioni, Salmo 72-Io non capivo…

Maledizione, ho la testa piena come un uovo di struzzo lessato per due ore, sento un ingombro insopportabile, sto per scoppiare e non riesco a dimenticare nulla. Possibile che non ci sia un modo per cancellare qualcosa, tipo cestino- sei sicuro di voler eliminare, sì sono sicuro-sono sicuro, fanculo alla memoria e tutto il resto?
Ricordo sempre tutto.

Ma no, non le date storiche, le capitali, i fiumi e così via, troppo facile! Anche quelle cose lì, certo, ma anche tutto ciò che ho visto o sentito almeno una volta. Anche un commento su quello che ho appena detto, lo ricorderò per sempre, anche gli ehm, la tossicchia, le risatine e tutto il resto. Proprio tutto, capite, tutto tutto.
Per esempio. Ho ancora qui davanti agli occhi la linea della vita sul palmo della mano dell’ostetrica che mi aiutò a nascere: era molto corta e frastagliata e soprattutto s’interrompeva bruscamente, così, di netto. Non l’ho più vista da quel giorno.
Mi ricordo della tonalità del mio primo vagito, era un MI minore, e della prima parola che udii, fu CI. Siamo la seconda. Poi sentii lo voglio vedere, ma forse c’era anche un non davanti, non sono sicuro.
Ricordo che a cinque mesi e ventuno giorni dissi “ngaaha”, che a tredici mesi e due giorni caddi dal seggiolone mentre cercavo di prendere una forchetta dal tavolo apparecchiato con quattro piatti, dodici posate, otto bicchieri e due bottiglie d’acqua Ferrarelle –un’etichetta era stata incollata leggermente storta- mia madre scolava la pasta e mio padre leggeva, a pagina dieci del Resto del Carlino, della vittoria del Genoa. Mio fratello piangeva per la fame e anch’io piangevo.

Ricordo il sogno che feci fra le 3,45 e le 3,51 del ventisette marzo del 1974: un cavallo mordeva il freno e galoppava su un campo di baseball coperto di materassi gonfiabili emettendo nitriti assordanti e guardando con occhi di fuoco verso la tribuna numerata, desolatamente vuota.
E ricordo che il giorno ventotto, mentre raccontavo il sogno al signor Mario Fabelli, in coda all’ufficio postale di Via Rockfeller n.26, il Franco francese valeva 167 lire, il Marco tedesco 742, la Sterlina 1828. Quel Fabelli aveva un puzzo di sudore da far venire il vomito e le monete che tenevo strette nel pugno sapevano di rame ossidato.
Mi ricordo che la macchia di umidità sul soffitto della cucina di mia nonna cambiò forma per quattro giorni di seguito: un cacciavite si trasformò in tartaruga che diventò albero poi palafitta e infine Polifemo. Quell’occhio mi guardava, sì, mi guardava, avevo una paura da farmela sotto, era maggio del 1970 e pioveva a dirotto da una settimana e io volevo tornare a casa da mamma e papà, “ perché non posso tornare a casa perché?”
Un mese dopo, durante la partita Italia- Svezia della Coppa Rimet, poco prima che Domenghini segnasse il gol della vittoria, il telefono di casa squillò cinque volte e subito dopo chiesi a mio padre il significato di porca puttana. – Ho detto sottana – mi rispose, – chi ha segnato? –
Ricordo che durante i titoli di coda, alla prima di Apocalypse Now, uno spettatore, seduto due file dietro di me, al cinema Ariston nella proiezione delle diciannove e trenta, disse “insomma”. E che Tito Stagno il 20 luglio del 69 portava una cravatta a pallini bianchi. Forse non erano bianchi, non si poteva vedere nella TV in bianco e nero, e infatti mi ricordo che pensai che potevano essere gialli, anzi, come la luna a volte gialli a volte bianchi.

Questo mi succede. Mi si può chiedere anche qualsiasi cosa di cui abbia avuto notizia, da quarant’anni ad oggi, e sono pronto a descriverla nei minimi dettagli.
Questo vale anche per i rumori, i sapori, gli stati d’animo, le sensazioni tattili, eccetera eccetera.
A proposito di etc, nel terzultimo libro che ho letto ve ne compaiono quattordici, nell’ultimo solo due. Ma questo vince sul primo per i però:49 a ventisei, lo stesso punteggio con cui finì il primo tempo della partita di basket fra l’URSS e la Spagna alle olimpiadi di Monaco. 104 a 78 il finale.

Sì, è così. Ho una memoria di ferro. Quelli che mi conoscono lo sanno. E infatti mi chiamano per qualsiasi stronzata, quand’è il compleanno di Marco, quando hanno scoperto l’America, che vestito aveva Marina quando si è sposata, chi ha vinto il festival di Sanremo nel 85 e così via. Porcate.
Una volta ho fatto da testimone in un processo ad un automobilista accusato di omicidio colposo (pronunciò centoundici “non ricordo”) e l’avvocato difensore ha pensato che lo stessi prendendo per i fondelli. Ma quando mi ha chiesto di descrivere con dovizia di particolari l’incidente stradale fra la Fiat Punto targata MI456897K e la Golf Wolksvagen targata MI215337W, che viaggiavano nel senso di marcia opposto al mio, all’altezza del Km 154 della A14, alle 7,32 del 14 agosto del 1989, io ho risposto esattamente come mi era stato chiesto di fare. Dopo un’ora e trentacinque minuti, il giudice mi ha detto che poteva bastare e si è complimentato con me per la memoria. – E’ la parte migliore di me – ho risposto, stringendogli la mano e sentendomi in quell’istante carico di orgoglio.

Ma da allora ho accumulato altri milioni di dettagli dentro il cervello. Dettagli che spingono sulle pareti del cranio, come se volessero trovare un posto nelle prime file, facendo un fracasso da inferno. Ecco, come in questo momento. Sento i colpi . E’ lui, Antoin Doinel, di nuovo:-


– Perché non vuoi bene a tua madre?
– Perché all’inizio mi avevano affidato a una balia, poi quando sono mancati i soldi, mi hanno mandato da mia nonna…quando lei è diventata troppo vecchia per tenermi, allora sono tornato dai miei genitori, in quel momento, avevo già otto anni, mi sono accorto che mia madre non mi voleva molto bene.

Mamma dove sei? Sto naufragando e sento in bocca un sapore che non ricordo.