dicembre 1, 2004

Sette novembre 1917, Fedora Zoe Zenobia, scontrino N.00123 € 14,80 W koinon autadeljon Ismhnhs kara, piacere mi chiamo Rosetta Cappelletti, dossilamina succinato 0,0250g, Les Films du Carrosse, il novanta ritardatario da 147 estrazioni, Salmo 72-Io non capivo…

Maledizione, ho la testa piena come un uovo di struzzo lessato per due ore, sento un ingombro insopportabile, sto per scoppiare e non riesco a dimenticare nulla. Possibile che non ci sia un modo per cancellare qualcosa, tipo cestino- sei sicuro di voler eliminare, sì sono sicuro-sono sicuro, fanculo alla memoria e tutto il resto?
Ricordo sempre tutto.

Ma no, non le date storiche, le capitali, i fiumi e così via, troppo facile! Anche quelle cose lì, certo, ma anche tutto ciò che ho visto o sentito almeno una volta. Anche un commento su quello che ho appena detto, lo ricorderò per sempre, anche gli ehm, la tossicchia, le risatine e tutto il resto. Proprio tutto, capite, tutto tutto.
Per esempio. Ho ancora qui davanti agli occhi la linea della vita sul palmo della mano dell’ostetrica che mi aiutò a nascere: era molto corta e frastagliata e soprattutto s’interrompeva bruscamente, così, di netto. Non l’ho più vista da quel giorno.
Mi ricordo della tonalità del mio primo vagito, era un MI minore, e della prima parola che udii, fu CI. Siamo la seconda. Poi sentii lo voglio vedere, ma forse c’era anche un non davanti, non sono sicuro.
Ricordo che a cinque mesi e ventuno giorni dissi “ngaaha”, che a tredici mesi e due giorni caddi dal seggiolone mentre cercavo di prendere una forchetta dal tavolo apparecchiato con quattro piatti, dodici posate, otto bicchieri e due bottiglie d’acqua Ferrarelle –un’etichetta era stata incollata leggermente storta- mia madre scolava la pasta e mio padre leggeva, a pagina dieci del Resto del Carlino, della vittoria del Genoa. Mio fratello piangeva per la fame e anch’io piangevo.

Ricordo il sogno che feci fra le 3,45 e le 3,51 del ventisette marzo del 1974: un cavallo mordeva il freno e galoppava su un campo di baseball coperto di materassi gonfiabili emettendo nitriti assordanti e guardando con occhi di fuoco verso la tribuna numerata, desolatamente vuota.
E ricordo che il giorno ventotto, mentre raccontavo il sogno al signor Mario Fabelli, in coda all’ufficio postale di Via Rockfeller n.26, il Franco francese valeva 167 lire, il Marco tedesco 742, la Sterlina 1828. Quel Fabelli aveva un puzzo di sudore da far venire il vomito e le monete che tenevo strette nel pugno sapevano di rame ossidato.
Mi ricordo che la macchia di umidità sul soffitto della cucina di mia nonna cambiò forma per quattro giorni di seguito: un cacciavite si trasformò in tartaruga che diventò albero poi palafitta e infine Polifemo. Quell’occhio mi guardava, sì, mi guardava, avevo una paura da farmela sotto, era maggio del 1970 e pioveva a dirotto da una settimana e io volevo tornare a casa da mamma e papà, “ perché non posso tornare a casa perché?”
Un mese dopo, durante la partita Italia- Svezia della Coppa Rimet, poco prima che Domenghini segnasse il gol della vittoria, il telefono di casa squillò cinque volte e subito dopo chiesi a mio padre il significato di porca puttana. – Ho detto sottana – mi rispose, – chi ha segnato? –
Ricordo che durante i titoli di coda, alla prima di Apocalypse Now, uno spettatore, seduto due file dietro di me, al cinema Ariston nella proiezione delle diciannove e trenta, disse “insomma”. E che Tito Stagno il 20 luglio del 69 portava una cravatta a pallini bianchi. Forse non erano bianchi, non si poteva vedere nella TV in bianco e nero, e infatti mi ricordo che pensai che potevano essere gialli, anzi, come la luna a volte gialli a volte bianchi.

Questo mi succede. Mi si può chiedere anche qualsiasi cosa di cui abbia avuto notizia, da quarant’anni ad oggi, e sono pronto a descriverla nei minimi dettagli.
Questo vale anche per i rumori, i sapori, gli stati d’animo, le sensazioni tattili, eccetera eccetera.
A proposito di etc, nel terzultimo libro che ho letto ve ne compaiono quattordici, nell’ultimo solo due. Ma questo vince sul primo per i però:49 a ventisei, lo stesso punteggio con cui finì il primo tempo della partita di basket fra l’URSS e la Spagna alle olimpiadi di Monaco. 104 a 78 il finale.

Sì, è così. Ho una memoria di ferro. Quelli che mi conoscono lo sanno. E infatti mi chiamano per qualsiasi stronzata, quand’è il compleanno di Marco, quando hanno scoperto l’America, che vestito aveva Marina quando si è sposata, chi ha vinto il festival di Sanremo nel 85 e così via. Porcate.
Una volta ho fatto da testimone in un processo ad un automobilista accusato di omicidio colposo (pronunciò centoundici “non ricordo”) e l’avvocato difensore ha pensato che lo stessi prendendo per i fondelli. Ma quando mi ha chiesto di descrivere con dovizia di particolari l’incidente stradale fra la Fiat Punto targata MI456897K e la Golf Wolksvagen targata MI215337W, che viaggiavano nel senso di marcia opposto al mio, all’altezza del Km 154 della A14, alle 7,32 del 14 agosto del 1989, io ho risposto esattamente come mi era stato chiesto di fare. Dopo un’ora e trentacinque minuti, il giudice mi ha detto che poteva bastare e si è complimentato con me per la memoria. – E’ la parte migliore di me – ho risposto, stringendogli la mano e sentendomi in quell’istante carico di orgoglio.

Ma da allora ho accumulato altri milioni di dettagli dentro il cervello. Dettagli che spingono sulle pareti del cranio, come se volessero trovare un posto nelle prime file, facendo un fracasso da inferno. Ecco, come in questo momento. Sento i colpi . E’ lui, Antoin Doinel, di nuovo:-


– Perché non vuoi bene a tua madre?
– Perché all’inizio mi avevano affidato a una balia, poi quando sono mancati i soldi, mi hanno mandato da mia nonna…quando lei è diventata troppo vecchia per tenermi, allora sono tornato dai miei genitori, in quel momento, avevo già otto anni, mi sono accorto che mia madre non mi voleva molto bene.

Mamma dove sei? Sto naufragando e sento in bocca un sapore che non ricordo.
























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