dicembre 3, 2004

Affondo i piedi nudi nel fango e aspetto la dura terra intorno alle caviglie, limpido pomeriggio e sentore di morte e formiche che salgono fra i peli delle gambe, gonfio di pianto, perduto. E cosa sono questi ricordi e perché strillano questi “gosos” nelle mie orecchie, chi siete cosa volete.

Schiaccio le formiche ad una ad una, fra il pollice e l’indice, scricchiolio d’inutili corazze-lacrime, suono del mare, battito d’ali sopra la testa.

Voglio avere gli occhi di mio nonno e guardarmi da quella sua foto che guardo ogni sera, senza più domande da fare. Ricordare la voce di otto anni, dire salvitutti, io torno a casa ho fame ho fame ho fame, nel campo è rimasto solo silenzio.

Coniugare al tempo presente io ho molti fiori raccolti nel bosco, tu hai molti fiori raccolti nel bosco, egli ha molti fiori raccolti nel bosco.

Colpire al volo quel pallone e abbracciare i miei compagni e vedere il sorriso di Marta dietro la porta, il cuore che batte veloce, sono più alto e “acconsentite a chiamarmi fratello”.

Voglio dire “ho visto”. Ripetere ho visto. Daccapo, ancora, pausa più lunga, senza colori, il tema di Monk, lega affamate-nude-isteriche.

Correre per strada da un capo all’altro della città, senza mai fermarmi, fino a cadere sfinito in un angolo di periferia scrivere sui muri, con uno spray rosso, rossi segni d’amore, Anita ti amo dove sei, vedi la mia solitaria esistenza.

Voglio sentire il freddo che punge come il maglione di lana grezza che mia madre mi regalò un natale bambino, tremare e battere i denti e urlare fanculo fanculo a tutti, io sono qui, ora.

Voglio una sera dopo cena, sui gradini della facoltà, a parlareparlare del mondo e dei nostri paesi, il futuro è con noi, promettimi di non vendere la tua intelligenza, la “tudda” che sale, sabato andiamo a pescare.

Una lettera scritta a mano coi disegni di Volodia – e tu sei Lilik e io ho una blusa gialla che parla di baci e si possono fare progetti comuni.

Voglio quel giorno, quell’ora, quel minuto, istante in cui ti voltasti a guardarmi. Era il mio compleanno e non c’erano torte risate d’amici.

“Voglio l’amore per il quale sono nato”, voglio non dover sempre dire.

Voglio il tempo. Quello del fieno, del pane, dei libri con pagine scritte per me, dei film visti e rivisti, delle afasiche brame. Voglio il senso.

E’ secca la terra e si leva un odore di mare. Altre formiche, voci, aria calda, sudore sulla fronte, palpebre serrate, un ginepro, una striscia nel cielo, la calma, voci.

Voci.

Chi siete, cosa volete?

Sono qui, al centro dello stagno prosciugato, non posso più muovermi, andate via, andate via. Dimentico.

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