gennaio 31, 2005


                                  
                                   Sintassi dei casi

Eravamo io, Gavino Palighetta e Bulgaria e ce ne stavamo lì,
indrommigati dal dopo panino con pancetta e svariate birrette, sotto la
pineta di Malamurì, alle tre del pomeriggio con un caldo che non veniva
bene neanche a dirlo. Così, come tre
ballalloi, muovendoci appena
appena per cercare una posizione più comoda, sotto il cuscino di aghi
di pino e asciugamano. Io non l’avevo mai visto un calore così da
morire. Finchè stavi a mollo ancora ancora andava bene, anche se
l’acqua sembrava uscita dallo scaldabagno, ma  fuori sembrava che la mamma del sole esisteva davvero e che ti
cuoceva l’uovo in testa.

Praticamente eravamo rimasti solo noi. Noi e una coppia di tedeschi,
rossi come la cipolla, che la notte avrebbero cantato di sicuro. L’altra gente se n’ era andata a casa e anche noi l’avremmo fatto ma
eravamo senza mezzo e toccava aspettare il postale alle sette. Cercare
di dormire era impossibile, non era cosa col sudore a
zampillo e con la sete che sapeva di lardo. In più Bulgaria ogni dieci
secondi faceva un rutto che sembrava la voce della grotta de Sa ‘Oche, e
Palighetta rispondeva col suo repertorio di irrochi :
sa matta, crepau,
s’istrale
e così via. Quell’altro rideva. Ruttava e rideva. E in più,
per vendicarsi cantava
Inter merda Inter merda alè alè òò: secondo me
Bulgaria non è sano in testa, come si fa a ridere e cantare con quella
temperatura, che c’era da piangere c’era.



– Forse è meglio se frazziamo una canna – faccio io, dopo un dieci
minuti buoni – almeno ci
stontoniamo un altro po’ e sentiamo meno il
caldo –

– Oh, mì che il fumo l’abbiamo finito stamattina mì! E cosa
aspettavo a te se ce n’era ancora? 
Pistiddori
che caldo, ma cosa c’è incendi? – Questo, Gavino.

– Pezzemmerda, te lo sei girato da solo e ora cambi anche discorso, ma cosa hai mangiato pane e volpe? –

Mì chi ses tontu, ma se siamo rimasti tutto il tempo in acqua, cosa facevo canne in salamoia? Che ti ho chiesto anche se avevi mangiato
pollo con le mani, che l’ultimo carciofo ti è rimasto attaccato alle
dita! –

– A comprarne di più sia, la prossima volta! – dice Bulgaria. E
attacca a ridere. Da quello abbiamo capito che l’ultimo tocchetto se
l’era fatto lui quando era andato a pisciare dietro una macchia di
lentisco.

Insomma eravamo un po’ scimmiati e crepati dall’afa, l’unica
lattina di birra rimasta sembrava piscio e di andare al baretto sulla
spiaggia neanche a parlarne.  Così siamo di nuovo caduti in una specie
di catatonia, come dice la professoressa Dettori. Sembravamo
imbalsamati, fermi come
crasti e con gli occhi spalancati a guardare le
pigne sopra di noi.

A un certo punto sento che quei rompicazzo di grilli -o forse
cicale erano, boh- che non avevano mai smesso di rompere,
all’improvviso stanno zitti. Sì, sento che stanno zitti, proprio così, e mi accorgo che qualcuno sta venendo verso
di noi. Alzo la testa e vedo questo: uno, vestito di velluto pesante, col
bonette in testa e con i gambali. – Robba da matti – ho pensato – il
sole mi sta facendo male, non si poteva
agguantare nudi figuriamoci
vestiti in quel modo! –

E invece non era una visione. Arriva fino a due metri da noi un
pastore che sembrava scappato da un documentario su Orgosolo. Si guarda
intorno e con aria circospetta ci fa: – Oh, formaggio ne volette? Robba
buona eh, fatta in casa – Era una cosa da non credere, troppo strano.

Io e Bulgaria ci guardiamo in faccia e nello stesso istante capiamo che ci sta proponendo della "maria".

– E a quanto ce la dai? – chiede Palighetta, anche lui sgamando l’affare.

– Eh, già ve lo lascio a un prezzo buono, che non ve ne pentite di
sicuro, se volete potete chiedere in giro, per dire.  Poi, dipende anche dalla quantità, per dire –

-Beh non è che c’ abbiamo tanti soldi eh! Arriviamo sì e no a cinquanta euro, per dire – fa timidamente Gavino.

– Tramite che per quello già ci arrangiamo, certo ve ne esce poco
eh, ma almeno l’assaggio… ajò, venite con me – E si dirige verso la
stradina sterrata che stava a trenta metri dalla pineta. Noi dietro.

-Oh, se vi ferma la finanza dite che ve l’hanno regalato eh, che
quelli stanno cominciando a
segae sa matta – ci dice, sottovoce, nel
tragitto.

– Tranquillo, tranquillo, tanto viaggiamo in corriera –



Arriviamo davanti a un fuori strada che minimo minimo costava centomila euro, nuovo fiammante.

Tira fuori il telecomando e fa scattare le chiusure centralizzate.
Noi eravamo un po’ in para, guardando se c’era gente nei pressi.

– A quindici ve lo posso lasciare. Perché siete voi. Lo stanno
dando anche a venti e a venticinque, in costa. Una
pischedda piccola
forse mi è rimasta –

Io continuavo a farmi in testa la traduzione simultanea di quel
linguaggio cifrato e mi immaginavo bustine più o meno grandi di
mariuana ben impacchettata. E pensavo al perfetto travestimento del
tipo, che nonostante l’abbigliamento sembrava non soffrire minimamente
il caldo.

Gli diamo i soldi. E lui apre il cofano: un’ondata di pecorino
stagionato ci investe in tutta la sua violenza, almeno cinquanta forme,
ben allineate nel bagagliaio, dalle più grandi alle più piccole.

– Dev’essere per nascondere il fiago ai cani – mi fa, ad un orecchio, Bulgaria.

Eia, ista mudu però – faccio io, mentre il pastore frugava dentro l’auto.

– Ecco qua, questa pesa all’incirca tre chili e mezzo buoni, ci state anche guadagnando –

E mette in mano a Palighetta questa forma di formaggio oleoso e a odore di piedi.

– Aspettate che vi do una busta, che sennò vi sporcate. La borsa frigo ce l’avete? –

– Sì, sì ce l’abbiamo, ma tanto ce lo facciamo fuori adesso –

Lui sale in macchina, con un sorriso soddisfatto, e noi ci
ritroviamo con questo fagotto di plastica da supermercato. Eravamo
incazzati come iene ma nessuno osava aprire bocca.

E cosa potevamo fare? Dirgli che avevamo capito aglio per
cipolla? Io una figura di merda così non la volevo proprio fare. Pure la
mano ci ha stretto, con una forza che sembrava Marieddu Tenaglia.



– Ma almeno i soldi per il pulmann ci sono rimasti? –
– Oh merda!-

– Ebbè, tanto ce lo torniamo a vendere, no?-


Ma che cazzo, perché in quest’isola succedono queste cose? Mi sembra che io imparo un azìco di inglese e mi dimetto da sardo.

gennaio 31, 2005

             abbandoni

1) d2-d4, d7-d5; 2) c2-c4, d5:c4… Gambetto di Donna
accettato. E fin lì tutto bene.
La cessione del centro era solo momentanea e
già pensavo ai possibili sviluppi del mio gioco sull’ala della regina.
Quell’apertura era la mia preferita, quando dovevo giocare col nero. Da sempre. Fin da quando avevo letto, decine d’anni prima, l’opera di Ruy Lopez  vescovo di
Sigura “Libro de la invencion liberal y arte del juego del Axedrez muy util y
prouchosa”. Con quel posizionamento iniziale, seguito da un paziente gioco di
difesa, avevo impattato molte partite e con avversari certamente più forti di
Marta.
Facendo le mosse canoniche avrei consumato pochissimo del mio tempo a
disposizione e solo dopo la decima avrei cominciato a portare qualche attacco ai
suoi pedoni centrali. Naturalmente avrei dato a Marta la possibilità di
applicare qualche variante, per dimostrarle, a fine partita, che per il bianco
la strategia migliore è l’apertura violenta delle colonne centrali.
E
infatti dopo venti minuti avevo un vantaggio di posizione, avevo effettuato
l’arrocco e aperto la grande diagonale.
Ora osservavo Marta. Potevo
sciogliere la mia concentrazione e guardarla. Potevo vedere le piccole smorfie
del suo viso, i suoi occhi che si spostavano rapidamente sui pezzi, le sue mani
intrecciate che sostenevano il mento. Potevo sentire il suo respiro, intuire i
suoi pensieri e quanto questi influenzassero il ritmo del suo cuore. Quanto
l’amavo!
Poi, quella sua mossa inaspettata, quel cavallo che si insinuava
nella mia difesa minacciando torre e regina contemporaneamente.
Ma come era
possibile? Come avevo fatto a non accorgermi di una debolezza così evidente?

Sacrificio di torre. E una inutile difesa ad oltranza.
Ho adagiato
lentamente il re sulla scacchiera e senza pronunciare una parola mi sono alzato
dalla sedia. Non l’ho neppure guardata negli occhi e non le ho stretto la mano,
come normalmente si dovrebbe fare quando si abbandona una partita. Ho infilato
nella tasca della giacca sigarette ed accendino, le ho voltato le spalle e ho
raggiunto la porta. Ho indugiato per qualche secondo pensando a come congedarmi.

– Il tuo gioco è cambiato, è diventato imprevedibile. Ho trascinato
inutilmente questa partita.   Così ho prolungato
la sconfitta-
Mentre dicevo quelle parole, ho sentito dentro di me un
senso di perdita definitiva e irrimediabile: ho capito, in quel preciso istante,
che non l’avrei più rivista.
– Se hai voglia di giocare chiamami – ha detto
distrattamente mentre riordinava con cura i pezzi dentro la custodia, – io
domani riparto ma fra qualche settimana sarò di nuovo qui e così… se vuoi…-
Era
sempre stata lei a chiedermi di giocare e quel rovesciamento di ruoli era il più
esplicito degli addii. – Solo se mi prometti di lasciarmi vincere – le ho
risposto schiarendomi la voce. Lei mi ha guardato dritta negli occhi e mi ha
sorriso, con una espressione d’intesa che non lasciava spazio ad altre parole.
Avrei voluto dirle addio.
Milo, il cucciolo meticcio che aveva adottato da
qualche giorno, mordicchiava incessantemente i lacci delle mie scarpe riuscendo
a strapparmi un sorriso prima di scendere le scale.
Ho raggiunto velocemente
la strada e prima di entrare in macchina ho dato uno sguardo alla sua finestra
illuminata, sperando inutilmente di vederla affacciata. Per l’ultima volta.

gennaio 20, 2005


                                       CASTAGNE
                             
Antoni Bandela è depresso, si è mollato con la sua fidanzata milanese.

Aveva voglia di parlare, ieri, e così abbiamo passato la domenica pomeriggio chiusi in casa a confessarci i nostri malumori.

Ho acceso il caminetto, ho messo ad arrostire un po’ di castagne e
ho sintonizzato la radio sulla cronaca di Lazio-Cagliari, così, tanto
per non farci mancare niente. Ma comunque la metti, la domenica
pomeriggio, qui a Sunis, si porta con se la tristezza e te l’appiccica
addosso come un post-it. “La domenica ti fa vedere le cose”, dice il
nostro amico Polanca, “basta osservare Costanzo per trenta secondi”.



E’ arrivato con la faccia di uno che non dorme da giorni e con un
“oh” privo d’intonazione. Qualcosa non andava. Nel suo saluto laconico,
in genere, c’è sempre una sfumatura d’allegria, una variazione, un
accento d’ironia. Quando lo raddoppia in “oh oh”, con uno staccato
perfetto, ci mette anche del buon umore. Stavolta, invece, sembrava un
prologo di tragedia. Ma la certezza l’ho avuta quando è rimasto
immobile sul divano al gol di Langella. Io, ancora un po’, stavo per
spaccare il tavolino con un pugno da ultrà, lui niente, un baccalà.

– Cosa c’è? Guarda che non l’hanno annullato! Questa volta rischiamo di vincere.

– Non me ne frega niente.

A quel punto mi sono preoccupato. Antoni Bandela è uno che sa le formazioni rossoblù del 1962, tanto per intenderci.

– Si può sapere che cazzo c’hai?

– Niente. Ma io sono venuto per parlare con te, non per ascoltare
le urla di Vittorio Sanna fra le interferenze di musica sbungi-sbungi.

– Cavolo, ma è il Cagliari! Vabbè, parla, allora. Aspetta che abbasso il volume.

Si incupisce ancora di più, guarda fisso una mattonella del
pavimento, che poi è quella che guardo sempre anch’io, quando sono solo
e m’incanto sullo stupido disegno che ti attira in visioni stravaganti.



– Mi sono lasciato con Barbara.

– Eja, l’hai detto mille volte.

– Stavolta è una cosa seria, non ritorno sui miei passi. Basta così.

-Che è successo, ha un altro?

-No, non credo. O forse sì, boh.

– Beh, l’avevi messo nel conto, no? Tu qui, lei là… vi vedete due
volte l’anno. E poi, lo sai meglio di me: i sardi, per le continentali,
funzionano solo nella pubblicità del mirto e per le vacanze estive, non
quando si tratta di averceli come fidanzati.

– Ma non è una storia di tradimenti o di gelosie da lontananza o
di mancanze. Non c’entra il mare di mezzo e quella solita solfa. E’ che
mi sono stancato. E’ troppo stupida.



Fa una breve pausa. Prende una castagna non ancora abbrustolita
dalla padella bucata. Mentre cerca di sbucciarla, con mani nervose,
vedo che irrigidisce i muscoli vicino alla mandibola e che il pomo
d’Adamo va su e giù. Nella radio s’infila Ramazzotti, dalla strada
arriva un suono di pioggia e di grondaie.



– Non ne posso più dei suoi messaggini del cazzo e sempre uguali. Guarda, adesso te li faccio vedere.


Prende il suo telefonino e comincia a far scorrere davanti ai
miei occhi gli ultimi dieci sms salvati nella memoria. “ Un bacione,
sono in pieno aperitivo, stasera discoteca, performance di body-art
bellissima!, domani briefing con i creativi, sono stanca mi sento sola
un bacione, forse vado al reading di un mio amico, che palle questo
tempo, un bacione”. Poi riprende a parlare, senza fermarsi.

-Ecco, la sua voglia di comunicare con me è tutta qui. Non ci
sentiamo quasi più, è sempre troppo impegnata a fare carriera nel suo
lavoro, così le ore libere le dedica alle pubbliche relazioni, che
“sono fondamentali, se vuoi farti conoscere e avere una possibilità di
successo”. Questo mi dice, quando riesco a scroccare una telefonata al
cellulare di mia madre.

Ieri, per dieci minuti, non ha fatto altro che parlarmi del suo
stress e della sua collega arrivista e senza scrupoli. Capisci, non ci
sentiamo per un mese e lei mi racconta della sua collega stronza. A un
certo punto ho interrotto quel fiume di parole, quella voce di testa
che mi trapanava l’orecchio e le ho detto: – ma non mi chiedi come sto?
Non ti viene il dubbio che anch’io possa avere dei problemi?-

-Tu te ne freghi, vivi in quell’isola meravigliosa, col mare più
bello del mondo, con quel clima stupendo, senza niente da fare dalla
mattina alla sera.

-Già, sono disoccupato. E piove che dio la manda. E stanno per
licenziare i miei, li hanno messi in mobilità, la fabbrica sta per
chiudere. Mia sorellina non può continuare gli studi all’università.
Mio padre mi ha detto chiaro e tondo che ci dobbiamo preparare al
peggio, anche ad emigrare.



– Sai cosa mi ha risposto? Che noi sardi la facciamo sempre troppo
tragica, che siamo indolenti, e che io leggo troppi libri e vedo troppi
film.

– Beh, questo è vero, però, – faccio, io – Il soprannome che hai
non deriva certo dal tricolore o dallo stendardo dei quattro mori.

– Sì, sì, lo so, e neppure dall’ardia di Sedilo. Ma non è stato
questo a farmi girare le scatole, a farmi capire il totale fallimento
della mia relazione con Barbara. E’ stata l’espressione che ha usato
per sottolineare la mia passione per il cinema. Sai come mi ha
definito? Un ipercinetico che non muove un dito.



Ci siamo guardati. Ho temuto che una mia risata avesse potuto
offenderlo. Mi sono trattenuto. Per fortuna è stato lui a cominciare
per primo.

Mi sono alzato per togliere le castagne dal fuoco. In quel momento
il Cagliari è passato in vantaggio. Ancora poche ore e la domenica
sarebbe finita.