gennaio 20, 2005


                                       CASTAGNE
                             
Antoni Bandela è depresso, si è mollato con la sua fidanzata milanese.

Aveva voglia di parlare, ieri, e così abbiamo passato la domenica pomeriggio chiusi in casa a confessarci i nostri malumori.

Ho acceso il caminetto, ho messo ad arrostire un po’ di castagne e
ho sintonizzato la radio sulla cronaca di Lazio-Cagliari, così, tanto
per non farci mancare niente. Ma comunque la metti, la domenica
pomeriggio, qui a Sunis, si porta con se la tristezza e te l’appiccica
addosso come un post-it. “La domenica ti fa vedere le cose”, dice il
nostro amico Polanca, “basta osservare Costanzo per trenta secondi”.



E’ arrivato con la faccia di uno che non dorme da giorni e con un
“oh” privo d’intonazione. Qualcosa non andava. Nel suo saluto laconico,
in genere, c’è sempre una sfumatura d’allegria, una variazione, un
accento d’ironia. Quando lo raddoppia in “oh oh”, con uno staccato
perfetto, ci mette anche del buon umore. Stavolta, invece, sembrava un
prologo di tragedia. Ma la certezza l’ho avuta quando è rimasto
immobile sul divano al gol di Langella. Io, ancora un po’, stavo per
spaccare il tavolino con un pugno da ultrà, lui niente, un baccalà.

– Cosa c’è? Guarda che non l’hanno annullato! Questa volta rischiamo di vincere.

– Non me ne frega niente.

A quel punto mi sono preoccupato. Antoni Bandela è uno che sa le formazioni rossoblù del 1962, tanto per intenderci.

– Si può sapere che cazzo c’hai?

– Niente. Ma io sono venuto per parlare con te, non per ascoltare
le urla di Vittorio Sanna fra le interferenze di musica sbungi-sbungi.

– Cavolo, ma è il Cagliari! Vabbè, parla, allora. Aspetta che abbasso il volume.

Si incupisce ancora di più, guarda fisso una mattonella del
pavimento, che poi è quella che guardo sempre anch’io, quando sono solo
e m’incanto sullo stupido disegno che ti attira in visioni stravaganti.



– Mi sono lasciato con Barbara.

– Eja, l’hai detto mille volte.

– Stavolta è una cosa seria, non ritorno sui miei passi. Basta così.

-Che è successo, ha un altro?

-No, non credo. O forse sì, boh.

– Beh, l’avevi messo nel conto, no? Tu qui, lei là… vi vedete due
volte l’anno. E poi, lo sai meglio di me: i sardi, per le continentali,
funzionano solo nella pubblicità del mirto e per le vacanze estive, non
quando si tratta di averceli come fidanzati.

– Ma non è una storia di tradimenti o di gelosie da lontananza o
di mancanze. Non c’entra il mare di mezzo e quella solita solfa. E’ che
mi sono stancato. E’ troppo stupida.



Fa una breve pausa. Prende una castagna non ancora abbrustolita
dalla padella bucata. Mentre cerca di sbucciarla, con mani nervose,
vedo che irrigidisce i muscoli vicino alla mandibola e che il pomo
d’Adamo va su e giù. Nella radio s’infila Ramazzotti, dalla strada
arriva un suono di pioggia e di grondaie.



– Non ne posso più dei suoi messaggini del cazzo e sempre uguali. Guarda, adesso te li faccio vedere.


Prende il suo telefonino e comincia a far scorrere davanti ai
miei occhi gli ultimi dieci sms salvati nella memoria. “ Un bacione,
sono in pieno aperitivo, stasera discoteca, performance di body-art
bellissima!, domani briefing con i creativi, sono stanca mi sento sola
un bacione, forse vado al reading di un mio amico, che palle questo
tempo, un bacione”. Poi riprende a parlare, senza fermarsi.

-Ecco, la sua voglia di comunicare con me è tutta qui. Non ci
sentiamo quasi più, è sempre troppo impegnata a fare carriera nel suo
lavoro, così le ore libere le dedica alle pubbliche relazioni, che
“sono fondamentali, se vuoi farti conoscere e avere una possibilità di
successo”. Questo mi dice, quando riesco a scroccare una telefonata al
cellulare di mia madre.

Ieri, per dieci minuti, non ha fatto altro che parlarmi del suo
stress e della sua collega arrivista e senza scrupoli. Capisci, non ci
sentiamo per un mese e lei mi racconta della sua collega stronza. A un
certo punto ho interrotto quel fiume di parole, quella voce di testa
che mi trapanava l’orecchio e le ho detto: – ma non mi chiedi come sto?
Non ti viene il dubbio che anch’io possa avere dei problemi?-

-Tu te ne freghi, vivi in quell’isola meravigliosa, col mare più
bello del mondo, con quel clima stupendo, senza niente da fare dalla
mattina alla sera.

-Già, sono disoccupato. E piove che dio la manda. E stanno per
licenziare i miei, li hanno messi in mobilità, la fabbrica sta per
chiudere. Mia sorellina non può continuare gli studi all’università.
Mio padre mi ha detto chiaro e tondo che ci dobbiamo preparare al
peggio, anche ad emigrare.



– Sai cosa mi ha risposto? Che noi sardi la facciamo sempre troppo
tragica, che siamo indolenti, e che io leggo troppi libri e vedo troppi
film.

– Beh, questo è vero, però, – faccio, io – Il soprannome che hai
non deriva certo dal tricolore o dallo stendardo dei quattro mori.

– Sì, sì, lo so, e neppure dall’ardia di Sedilo. Ma non è stato
questo a farmi girare le scatole, a farmi capire il totale fallimento
della mia relazione con Barbara. E’ stata l’espressione che ha usato
per sottolineare la mia passione per il cinema. Sai come mi ha
definito? Un ipercinetico che non muove un dito.



Ci siamo guardati. Ho temuto che una mia risata avesse potuto
offenderlo. Mi sono trattenuto. Per fortuna è stato lui a cominciare
per primo.

Mi sono alzato per togliere le castagne dal fuoco. In quel momento
il Cagliari è passato in vantaggio. Ancora poche ore e la domenica
sarebbe finita.

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