gennaio 31, 2005

             abbandoni

1) d2-d4, d7-d5; 2) c2-c4, d5:c4… Gambetto di Donna
accettato. E fin lì tutto bene.
La cessione del centro era solo momentanea e
già pensavo ai possibili sviluppi del mio gioco sull’ala della regina.
Quell’apertura era la mia preferita, quando dovevo giocare col nero. Da sempre. Fin da quando avevo letto, decine d’anni prima, l’opera di Ruy Lopez  vescovo di
Sigura “Libro de la invencion liberal y arte del juego del Axedrez muy util y
prouchosa”. Con quel posizionamento iniziale, seguito da un paziente gioco di
difesa, avevo impattato molte partite e con avversari certamente più forti di
Marta.
Facendo le mosse canoniche avrei consumato pochissimo del mio tempo a
disposizione e solo dopo la decima avrei cominciato a portare qualche attacco ai
suoi pedoni centrali. Naturalmente avrei dato a Marta la possibilità di
applicare qualche variante, per dimostrarle, a fine partita, che per il bianco
la strategia migliore è l’apertura violenta delle colonne centrali.
E
infatti dopo venti minuti avevo un vantaggio di posizione, avevo effettuato
l’arrocco e aperto la grande diagonale.
Ora osservavo Marta. Potevo
sciogliere la mia concentrazione e guardarla. Potevo vedere le piccole smorfie
del suo viso, i suoi occhi che si spostavano rapidamente sui pezzi, le sue mani
intrecciate che sostenevano il mento. Potevo sentire il suo respiro, intuire i
suoi pensieri e quanto questi influenzassero il ritmo del suo cuore. Quanto
l’amavo!
Poi, quella sua mossa inaspettata, quel cavallo che si insinuava
nella mia difesa minacciando torre e regina contemporaneamente.
Ma come era
possibile? Come avevo fatto a non accorgermi di una debolezza così evidente?

Sacrificio di torre. E una inutile difesa ad oltranza.
Ho adagiato
lentamente il re sulla scacchiera e senza pronunciare una parola mi sono alzato
dalla sedia. Non l’ho neppure guardata negli occhi e non le ho stretto la mano,
come normalmente si dovrebbe fare quando si abbandona una partita. Ho infilato
nella tasca della giacca sigarette ed accendino, le ho voltato le spalle e ho
raggiunto la porta. Ho indugiato per qualche secondo pensando a come congedarmi.

– Il tuo gioco è cambiato, è diventato imprevedibile. Ho trascinato
inutilmente questa partita.   Così ho prolungato
la sconfitta-
Mentre dicevo quelle parole, ho sentito dentro di me un
senso di perdita definitiva e irrimediabile: ho capito, in quel preciso istante,
che non l’avrei più rivista.
– Se hai voglia di giocare chiamami – ha detto
distrattamente mentre riordinava con cura i pezzi dentro la custodia, – io
domani riparto ma fra qualche settimana sarò di nuovo qui e così… se vuoi…-
Era
sempre stata lei a chiedermi di giocare e quel rovesciamento di ruoli era il più
esplicito degli addii. – Solo se mi prometti di lasciarmi vincere – le ho
risposto schiarendomi la voce. Lei mi ha guardato dritta negli occhi e mi ha
sorriso, con una espressione d’intesa che non lasciava spazio ad altre parole.
Avrei voluto dirle addio.
Milo, il cucciolo meticcio che aveva adottato da
qualche giorno, mordicchiava incessantemente i lacci delle mie scarpe riuscendo
a strapparmi un sorriso prima di scendere le scale.
Ho raggiunto velocemente
la strada e prima di entrare in macchina ho dato uno sguardo alla sua finestra
illuminata, sperando inutilmente di vederla affacciata. Per l’ultima volta.

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