marzo 23, 2005

                                              

                                             Rosso un fiore

Il telefono comincia a squillare. Non mi chiama mai nessuno, proprio ora che c’è la punizione dal limite. Richiameranno, ora non mi muovo. Neanche se fosse Mariantonia Marratzu, la velina di Sunis.
Insiste. Driin a oltranza. Che poi sono biip, l’antico driin non esiste più, già da qualche anno.
– Eeeeh, che ti stanchi prima tu, mancari ti crepes, ora smetti ora smetti ora smetti.
Niente, non smette. Neppure in “C’era una volta in America” ho sentito un telefono suonare così a lungo. E la barriera non è posizionata a distanza regolamentare, c’è da ricontare i passi. Mi devo alzare, speriamo che sia uno che ha sbagliato numero.

– Proo-ntooo – faccio, con una voce finto-flebile, finto-rauca, finto-febbricitante.
– Ciao, scusa, se ti disturbo a quest’ora… ma stai male?
– No, no, figurati, non c’è problema, un raffreddore…
Intanto origlio nell’altra stanza, con un esercizio di training autogeno estendo la superficie del padiglione auricolare sinistro. La tv si sente pochissimo, forse è gol, forse dice che l’hanno annullato.
– Vaff.
– Come?
– No niente, non ce l’ho con te, è questo mal di gola. Chi sei?
– Sono il segretario provinciale.
Panico. E’ la fine, addio partita. Lo sapevo, lo sapevo, non dovevo rispondere, ecco cosa succede a essere troppo scrupolosi.
– Senti, ti sto chiamando per chiederti un favore – mi fa – stiamo organizzando la festa di Partito, ci serve il tuo aiuto.
– Come, il mio aiuto? Io non saprei organizzare neppure una partita a tressette.
– Sì, ma potresti intervenire con un momento di lettura, vogliamo dare spazio alla cultura, non solo al dibattito.

Odio quel tipo di espressioni e lui mi dice proprio così: “un momento di lettura”. Sta per partire un altro vaff… involontario, da faringite. Ma provateci voi a dire di no al responsabile politico provinciale! Cosa potevo dire? Ero un militante riconosciuto, un giovane comunista, da sempre, da quando ero giovane tessera n.126 del circolo locale; ero cresciuto a pane e sezioni, a pane e disciplina di partito, a pane e cosa c’è da fare per la causa. E la cultura conta, si sa, per noi giovani comunisti, e di più se hai superato i trentacinque e continuano a chiamarti giovane comunista. Insomma, per farla breve, balbetto che forse è meglio chiamare un gruppo musicale, fare uno spettacolo leggero, comico ma intelligente, che la gente ha voglia di divertirsi, in una festa, che dopo il dibattito ha bisogno di rilassarsi un po’. Macché, quello ha già deciso che sarò io a coprire lo spazio culturale e mi fa capire che nelle casse della federazione non è rimasto neanche un centesimo per chiamare chicchessia.
– Va bene, allora, se non c’è alternativa… ma di cosa avete bisogno, esattamente?
– In questo ti lasciamo libertà assoluta, naturalmente ricordati che la festa è anche un momento politico.
– Certo, certo, un momento politico, “un momento politico”. Va bene, ci penserò, ti faccio sapere fra qualche giorno.
– Nooo, che fra qualche giorno! Domani vanno in stampa i manifesti, ti richiamo fra un’ora per il titolo, ciao compagno, grazie compagno, a presto compagno.

Ecco, le cose andarono più o meno così, forse ho dimenticato di riportare qualche “momento di riflessione”, e qualche “momento di approfondimento” ma il tono del colloquio è assolutamente fedele.
Nel frattempo la partita è finita, “strepitosa prestazione del Cagliari negli ultimi dieci minuti”, certo, quelli che non ho visto, figuriamoci.
Disperato chiamo la mia fidanzata, le spiego tutto, faccio appello a tutto il potere di convincimento, invoco il suo soccorso. Parlo anche dei nostri nonni antifascisti.
– Facciamo una cosa insieme, se mi accompagni col flauto, posso leggere qualche poesia, un intervento di dieci minuti. Con te mi sentirei al sicuro, ti prego, se mi ami aiutami, fallo per me, e poi sei comunista pure tu.
– Misurati la febbre – mi fa, con un tono sarcastico. Poi, però, dopo le mie insistenze, accetta la proposta: credo che in quel periodo mi amasse alla follia.
– Sto pensando di fare un poema di Majacovskij.
– Rimisurati la febbre – replica, ancora più caustica.
– Ma sì, facciamo La nuvola in calzoni, vedrai che ci divertiamo!
Chiudo così, categorico e stranamente ottimista. E, con ritrovata energia, indosso, davanti allo specchio, la blusa gialla da bellimbusto che qualche anno prima avevo fatto fare alla mia sarta di fiducia. Con la fusciacca, il basco nero, la schiena ben dritta e lo sguardo lanciato al futuro (che non so bene cosa voglia dire, ma in questo caso ci sta proprio bene). Forse pronuncio anche qualche parola in un russo inventato: mi vedo poeta tribuno, tovarisc poetie!

Due giorni dopo, un orribile manifesto, un metro per settanta, pieno di scritte rosse su sfondo giallo -che manco nelle liquidazioni totali di Confezioni Porcheddu- compare sui muri della cittadina. E sotto una sfilza di dibattiti, con inizio alle sette e mezza del mattino e che vanno dal “Nuovi imperialismi: la critica marxista nel terzo millennio, le risposte della classe operaia al neo-capitalismo nell’era della globalizzazione” fino al “Internazionalismo proletario, la modernità del pensiero di Lenin dalla rivoluzione d’ottobre ai giorni nostri”, leggo, con un leggero malore: “ Spettacolo teatrale con Gianni e Stefania”. Non è possibile, non è possibile.
E invece è possibile. Anche con gli occhi sbarrati, la dicitura è proprio quella. Anzi, sembra che più la guardo e più diventa grande e irriverente. Impreco contro il mondo, anche quello migliore e possibile.
– E adesso chi lo ferma Polanca? – Polanca è quel coglione del mio amico che passa il suo tempo a sintetizzare battute velenose contro chi gli capita sotto tiro, senza guardare in faccia nessuno, neppure la mamma se è il caso. E infatti per due giorni non fa altro che chiamarmi: – Sono Al Bano, c’è Romina? – Oppure: – Sono Wess, c’è Dori Ghezzi? Ho sbagliato numero? Allora mi passi Gianni e Stefania, il duo di Barbagia, vorrei proporre un gemellaggio con i Vianella.
– No, qui Che Guevara – rispondo, cercando impossibili vie di scampo: una sofferenza così non la ricordavo dai tempi in cui dovevo confessare al parroco le mie prime pulsioni masturbatorie.
Per una settimana dovetti fissarmi nella mente il sol d
ell’avvenire e farmi nascere in petto un fiore ancora più rosso. Poi, finalmente, arrivò il tredici settembre.

La festa si tenne a Bosa, località balneare, centro medioevale con castello, fiume navigabile che attraversa l’abitato, buona cucina, clima perfetto. In pratica tutti i presupposti per fare, se non altro, una bella gita turistica.
E così, Gianni e Stefania decidono di partire con largo anticipo, rispetto all’orario previsto per la loro esibizione: i giovani comunisti vanno a fare un bagno, prima della prima.
Di buon mattino siamo già in spiaggia. C’è tutto il tempo per fare una bella nuotata e respirare un po’ di iodio. Ma anche per rotolarsi sulla sabbia ferrosa, rituffarsi, abbronzarsi un po’, mangiare un panino, dare uno sguardo al giornale. E poi addormentarsi sotto l’ombrellone, essere svegliati da un bambino che piange, chiedersi dove siamo, constatare che non abbiamo studiato una mazza, stabilire che forse è meglio l’improvvisazione totale, tuffarsi un’altra volta, guardare l’orologio, capire che siamo in ritardo all’appuntamento col comitato organizzatore, dire all’unisono “merda dobbiamo correre”. Correre, dunque.
Dopo aver chiesto indicazioni a mezzo paese, finalmente arriviamo sul luogo stabilito.
Più che una piazza è un enorme sterrato, abbandonato all’incuria dei vicini, circondato dai palazzoni Gescal costruiti con progetto del geometra del comune, negli anni del boom economico e dell’edilizia popolare. Una via di mezzo fra un campo di calcio senza porte e un orto comunitario dove piantare basilico e prezzemolo, installare piccole officine all’aperto, stendere il bucato, far giocare i bambini del quartiere.
– Che squallore! – esclama Stefania – Con tutti gli spazi incantevoli che ci sono, proprio qui dovevano organizzare?
– Beh, siamo ad una festa comunista, mica alla convention dei giovani industriali, bisogna pur valorizzare le periferie sottoproletarie. Non dobbiamo dimenticare le nostre radici.
Non mi risponde, ma capisco che sta pensando che ho detto una stronzata. E non insisto oltre.
Da veri professionisti, prima ancora di incontrare i responsabili delle festa, andiamo a controllare il palco. Costruito con una struttura di tubi innocenti e traballanti tavoloni da muratore, è alto almeno quattro metri, una vera e propria trappola, che se ti avvicini troppo in proscenio e inciampi penseranno che Majacovskij si è suicidato buttandosi da una finestra. Ci sono due microfoni, recuperati dal locale gruppo rock anni-settanta, collegati a due altoparlanti “biforcuti” – quelli che la sezione ha utilizzato, dal ’48 in poi, per i vari annunci, alle varie popolazioni, dei vari “compagni e concittadini tutti, stasera alle diciottoetrenta parlerà l’onorevole Taldeitali della segreteria nazionale”. C’è una scala a pioli, ancorata col filo di ferro, che costituisce l’unica facilitazione per la scalata verso i riflettori della ribalta – se chiamassimo riflettori le lampadine colorate che pendono da un filo teso in senso orizzontale al di sopra delle tavole. Ci sono due bandiere rosse, che nessuno si è premurato di stirare, rette da due manici di scopa infilati nei tubi innocenti laterali. Mostrano, orgogliose, il simbolo immortale. E c’è un caldo, alle sei di pomeriggio, che invita al coprifuoco. Nessuno, tutt’intorno, tranne un paio di ragazzetti che in un tratto d’ombra giocano svogliatamente a pallone, uno è Maldini, l’altro è Zola. Per qualche secondo mi sento smarrito.
Per fortuna ci viene incontro un tipo: – ciao compagni, sono Alfonso, il vicesegretario di circolo, non vi preoccupate, abbiamo sospeso i lavori per qualche ora, faceva troppo caldo, abbiamo dovuto accompagnare un relatore al pronto soccorso per un colpo di sole. Ma ora riprendiamo. Il vostro intervento, a questo punto, sarà spostato alle ventidue. Tenetevi pronti per le nove, comunque.

Consumiamo le tre ore d’attesa nel bar più vicino, fra qualche bicchiere di Malvasia e un ripasso generale per “fine dicitore e flauto traverso”, con i rari avventori che ci guardano come se fossimo dei marziani ubriachi.
Quando torniamo, il sole è già tramontato. Dietro un tavolino coperto dai manifesti giallorossi, un giovane barbuto sta enfaticamente parlando di valori e plusvalori, di Keynes e welfare, di concertazione e precarietà, a un uditorio composto da cinque bambini e un vecchio ottantenne militante. Quest’ultimo ogni tanto si gira e chiede al nipotino: “Itte at nadu?”. “Itte n’isco!” risponde l’altro. A cento metri di distanza la cooperativa pescatori di Bosa è super impegnata a preparare grigliate di sardine e muggine fresco. Poco più in là, una bancarella improvvisata distribuisce vino e birra a volontà al popolo disidratato, ai simpatizzanti, agli iscritti, al comitato federale, alla responsabile delle politiche femminili, al compagno segretario. Insomma sono tutti lì, che bevono e chiacchierano e ridono. E non ascoltano una parola del barbuto intellettuale organico che “orienta”, ancora per un’ora, prima di passare la parola all’altro relatore per il dibattito finale, quello sulla specificità e l’autonomia del marxismo in Sardegna all’interno dell’Internazionale Socialista.

All’una di notte, infine, tocca a noi. Ci cambiamo velocemente, dietro il palco, praticamente in campo aperto. Stefania ha la brillante idea di mettersi “in lungo”e con i tacchi. Così, salire sulla scala diventa la prima stazione della via crucis, praticamente me la devo caricare sulle spalle.
Appena sopra, seppure col fiatone, mi precipito sul microfono e, con fare da invasato, comincio a urlare: “ Il vostro pensiero, sognante sul cervello rammollito, come un lacché rimpinguato su un unto sofà…
– Carmelobeeeè, finichèla!- sento urlare, da lontano. Ma sono dentro la parte e vado avanti, con foga crescente. Stefania, da par suo, tira fuori dal flauto le dissonanze più idonee, citando l’Internazionale su un irriconoscibile tema di Coltrane.
Dalle postazioni “pescearrosto” e “vinorosso” non si muove nessuno, nessuno si avvicina ad ascoltarci. Tranne i bambini, sempre loro, che s’infilano sotto il palco per cercare di vedere le mutande della flautista e far scoppiare qualche petardo. Poi arriva anche un signore, col suo cane, e si piazza a cinque metri da noi. Rincuorati, ci diamo dentro. Dura poco, però, l’attenzione dell’unico spettatore. Dopo un po’, il tipo raccoglie un pezzo di legno, lo lancia lontano e incita il suo compagno fedele: “porta Bobby, porta Bobby, porta Bobby!”. Sono abituato a ignorare i disturbi, in tutti i laboratori di teatro ho imparato le tecniche per conservare una concentrazione vigile o per mantenere stabile la quarta parete, fra me e il pubblico. Dunque continuo, tenace e saldo sulle gambe. Finché posso, finché è giusto. Fino a quel particolare momento.

Io: “Meno delle copeche d’un pitocco sono gli smeraldi delle vostre follie.”
Lui: “Porta Bobby, porta!”
Un bambino: “L’ho vista, gliel’ho vista!”
Da una finestra di un palazzo: “Basta! Smettetela, qui c’è gente che lavora! Andaeboche!

Ecco, in quel momento ho pensato che mai più, nella mia gloriosa carriera di attore, avrei potuto sperare di avere una scena così felicemente riuscita. Altro che Nanni Moretti, neanche i futuristi della “Luna crepata” avrebbero osato pa
ragonarsi a me, in quell’istante.
Forse fu per questo che mi fermai, levando il pugno al cielo. Mi sentii nell’universo. Mi produssi nel più lungo inchino di ringraziamento. Prima alla finestra del quinto piano, poi al cane scodinzolante e, infine, al quarto di luna crescente.

  

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fretta e velocità

marzo 18, 2005

Franco Bulla è la persona più appiccicosa che io abbia mai conosciuto. Che non vi capiti d’incontrarlo, soprattutto se andate di fretta. Ieri, mentre andavo a comprare il pane da tia Mallena, lo vedo che parla a tutta birra con un tipo che aveva arpionato per strada. Lo sfortunato ascoltava in silenzio, ma era chiaro che non vedeva l’ora di mollarlo, faceva di sì con la testa e avanzava di qualche passo, come per andarsene. Bulla lo inseguiva, però. Lo tratteneva per la manica della giacca e, ti fippo narande, continuava nel suo monologo ininterrotto, sembrava avesse sniffato Duracell con repeat. Poi, il passante-bersaglio ha avuto una botta di culo: il suo cellulare ha squillato, lui ha risposto alla chiamata e, come si fa in questi casi, ha voltato le spalle al polpo. In quell’attimo, Franco si è girato. E ha visto me, porca puttana.

– Ooooh, ciao, ebbè – urlava come un giocatore di rugby impazzito.
– Non b’at male. Ciao, ciao.
– Aspeeè, ascò una cosa, ti devo parlare, ooh, ti devo chiedere una cosa.
– No, Frà, vado di fretta, scusa ma mi chiude il negozio.
– Ebbè, un minuto no, e cosa hai i cani appresso? Già sei poco…


Prima ancora di riempire i puntini di sospensione, sento una manata sulla schiena, come una frustata di battipanni. – Arte drammatica, no ? – mi fa, a mo’ di saluto, con un sorriso tutto felice. E il disco riparte, probabilmente da dove era stato interrotto pochi secondi prima.

– Ma tu lo sapevi che in Argentina ci sono venti milioni di cavalli allo stato brado? Sto pensando di andarci e catturarne qualcuno, poi me li vendo. Hai visto come va di moda il cavallo, per non parlare della possibilità di partecipare al palio e vincere qualche decina di milioni. I fantini buoni non mancano, qui a Sunis. Cosa dici, mi conviene? Perché lì sono gratis eh! Tu vedi un cavallo, lo prendi al lazzo ed è tuo. Certo c’è da calcolare il costo del trasporto, il tempo che ci vuole per arrivare sul posto e quello del rientro, soprattutto. Quanto tempo ci vuole per l’America Latina? Mio nonno, mi ricordo, raccontava che lui ci impiegava un mese con la nave, e di sicuro dovrò usare la nave anch’io, non posso certo trasportare cavalli non ancora domati in aereo! E poi l’aereo costa troppo, a quel punto non mi conviene più, tanto vale che un buon cavallo me lo compri a Sedilo o a Santulussurgiu, che i mezzosangue che stanno allevando in quella zona sono i migliori nelle gare lunghe, pare che abbiano più resistenza.

Prende mezzo fiato, guardo l’ora, provo a dire che è tardi. Ma sulla sillaba “de” di “devo correre al market”, lui è già ripartito.

– Però a me più che la resistenza mi interessa la velocità, la velocità naturale. Per questo mi piacciono i cavalli. E gli atleti, quando non sono dopati. O gli struzzi, al limite. Sto pensando che in Sardegna sarebbe bene allevare struzzi da corsa anziché da carne, con tutto lo spazio che abbiamo possiamo farli allenare dove ci pare. E costruire delle piste, con le tribune per gli spettatori e tutto il resto, secondo me è un affare. Ma lo struzzo in sardo come si chiama? Istruzzu? Non credo. Bisognerebbe chiedere a Pillolla, lui queste cose le sa. No, sai, perché con la storia del bilinguismo è meglio saperle certe cose, non puoi farti prendere in castagna per una stupidaggine del genere, metti che stampiamo i biglietti d’ingresso anche in limba, per dire.Organizziamo le gare, altro che formula uno! La gente, qui, neanche lo sa quanto vanno veloci gli struzzi.
A proposito, ma tu pensi che la terra vada a una velocità pazzesca, nell’universo, o che stia ferma? Sai quella cosa della teoria della relatività, non mi convince del tutto. Certo che a pensarci fa una certa impressione, è peggio che stare sulle montagne russe, rischiamo di schiantarci. Dio non è mica un vigile urbano eh! Sempre che Dio esista, naturalmente. Da qualche parte ho letto anche che il suo movimento produce un rumore infernale. Noi non lo sentiamo perché siamo nati con lui, col rumore, dico. E’ come abituarsi al rumore del traffico o al suono della sveglia, dopo un certo tempo, non lo senti più.

Si blocca, per qualche secondo. Alza lo sguardo verso il cielo pieno di stelle, con un’espressione di stupore. Scuote la testa, mi sorride di nuovo. Sembra un bambino al circo. Mi risveglio.

– Mannaggia a te e alla sveglia, che ore sono? Ecco, le sette e mezza, addio pane. Anche stasera dovrò mangiare pane carasau bagnato. Per colpa tua, Frà.
– Eeeeh, mì che sei, mì. A proposito di pane carasau, ma tu lo sapevi che…
– Lascia stare, questa me la racconti un’altra volta. Cosa mi dovevi chiedere, piuttosto?
– No, niente, volevo solo sapere che ora era, quel signore di prima non aveva l’orologio. Ma mi hai appena detto che sono le sette e mezza.

Sto per mandarlo al diavolo. Poi, invece, improvvisamente, mi prende una strana letizia. Forse quel suo sguardo.
– Senti, Frà, facciamo una cosa. Andiamo su a casa mia, ti invito a cena. Ho due buone bistecche e una bottiglia di vino. Col carasau, così mi spieghi tutto.

marzo 18, 2005

 

                                                     

                                      fretta e velocità

Franco Bulla è la persona più appiccicosa che io abbia mai conosciuto. Che non vi capiti d’incontrarlo, soprattutto se andate di fretta. Ieri, mentre andavo a comprare il pane da tia Mallena, lo vedo che parla a tutta birra con un tipo che aveva arpionato per strada. Lo sfortunato ascoltava in silenzio, ma era chiaro che non vedeva l’ora di mollarlo, faceva di sì con la testa e avanzava di qualche passo, come per andarsene. Bulla lo inseguiva, però. Lo tratteneva per la manica della giacca e, ti fippo narande, continuava nel suo monologo ininterrotto, sembrava avesse sniffato Duracell con repeat. Poi, il passante-bersaglio ha avuto una botta di culo: il suo cellulare ha squillato, lui ha risposto alla chiamata e, come si fa in questi casi, ha voltato le spalle al polpo. In quell’attimo, Franco si è girato. E ha visto me, porca puttana.

– Ooooh, ciao, ebbè – urlava come un giocatore di rugby impazzito.
– Non b’at male. Ciao, ciao.
– Aspeeè, ascò una cosa, ti devo parlare, ooh, ti devo chiedere una cosa.
– No, Frà, vado di fretta, scusa ma mi chiude il negozio.
– Ebbè, un minuto no, e cosa hai i cani appresso? Già sei poco…

Prima ancora di riempire i puntini di sospensione, sento una manata sulla schiena, come una frustata di battipanni. – Arte drammatica, no ? – mi fa, a mo’ di saluto, con un sorriso tutto felice. E il disco riparte, probabilmente da dove era stato interrotto pochi secondi prima.

– Ma tu lo sapevi che in Argentina ci sono venti milioni di cavalli allo stato brado? Sto pensando di andarci e catturarne qualcuno, poi me li vendo. Hai visto come va di moda il cavallo, per non parlare della possibilità di partecipare al palio e vincere qualche decina di milioni. I fantini buoni non mancano, qui a Sunis. Cosa dici, mi conviene? Perché lì sono gratis eh! Tu vedi un cavallo, lo prendi al lazzo ed è tuo. Certo c’è da calcolare il costo del trasporto, il tempo che ci vuole per arrivare sul posto e quello del rientro, soprattutto. Quanto tempo ci vuole per l’America Latina? Mio nonno, mi ricordo, raccontava che lui ci impiegava un mese con la nave, e di sicuro dovrò usare la nave anch’io, non posso certo trasportare cavalli non ancora domati in aereo! E poi l’aereo costa troppo, a quel punto non mi conviene più, tanto vale che un buon cavallo me lo compri a Sedilo o a Santulussurgiu, che i mezzosangue che stanno allevando in quella zona sono i migliori nelle gare lunghe, pare che abbiano più resistenza.

Prende mezzo fiato, guardo l’ora, provo a dire che è tardi. Ma sulla sillaba “de” di “devo correre al market”, lui è già ripartito.

– Però a me più che la resistenza mi interessa la velocità, la velocità naturale. Per questo mi piacciono i cavalli. E gli atleti, quando non sono dopati. O gli struzzi, al limite. Sto pensando che in Sardegna sarebbe bene allevare struzzi da corsa anziché da carne, con tutto lo spazio che abbiamo possiamo farli allenare dove ci pare. E costruire delle piste, con le tribune per gli spettatori e tutto il resto, secondo me è un affare. Ma lo struzzo in sardo come si chiama? Istruzzu? Non credo. Bisognerebbe chiedere a Pillolla, lui queste cose le sa. No, sai, perché con la storia del bilinguismo è meglio saperle certe cose, non puoi farti prendere in castagna per una stupidaggine del genere, metti che stampiamo i biglietti d’ingresso anche in limba, per dire.Organizziamo le gare, altro che formula uno! La gente, qui, neanche lo sa quanto vanno veloci gli struzzi.
A proposito, ma tu pensi che la terra vada a una velocità pazzesca, nell’universo, o che stia ferma? Sai quella cosa della teoria della relatività, non mi convince del tutto. Certo che a pensarci fa una certa impressione, è peggio che stare sulle montagne russe, rischiamo di schiantarci. Dio non è mica un vigile urbano eh! Sempre che Dio esista, naturalmente. Da qualche parte ho letto anche che il suo movimento produce un rumore infernale. Noi non lo sentiamo perché siamo nati con lui, col rumore, dico. E’ come abituarsi al rumore del traffico o al suono della sveglia, dopo un certo tempo, non lo senti più.

Si blocca, per qualche secondo. Alza lo sguardo verso il cielo pieno di stelle, con un’espressione di stupore. Scuote la testa, mi sorride di nuovo. Sembra un bambino al circo. Mi risveglio.

– Mannaggia a te e alla sveglia, che ore sono? Ecco, le sette e mezza, addio pane. Anche stasera dovrò mangiare pane carasau bagnato. Per colpa tua, Frà.
– Eeeeh, mì che sei, mì. A proposito di pane carasau, ma tu lo sapevi che…
– Lascia stare, questa me la racconti un’altra volta. Cosa mi dovevi chiedere, piuttosto?
– No, niente, volevo solo sapere che ora era, quel signore di prima non aveva l’orologio. Ma mi hai appena detto che sono le sette e mezza.

Sto per mandarlo al diavolo. Poi, invece, improvvisamente, mi prende una strana letizia. Forse quel suo sguardo.
– Senti, Frà, facciamo una cosa. Andiamo su a casa mia, ti invito a cena. Ho due buone bistecche e una bottiglia di vino. Col carasau, così mi spieghi tutto.

La strana interferenza

marzo 16, 2005

Sarà capitato anche a voi di avere una musica in testa. A me è capitato. E non era lo zum-zum-zum di Mina. E neppure il moscone che confonde la memoria al personaggio di Osvaldo Soriano ne “L’ora senz’ombra”, con quel tipo di ronzio mi ero abituato a conviverci da quando il medico alternativo mi aveva diagnosticato una iper-attività del fegato. Non c’entrava neanche la vertebra cervicale fuori posto, la bastarda mi procurava i fischi alle orecchie e le terribili emicranie paralizzanti. No, quel suono che si presentò la mattina del 24 febbraio era del tutto nuovo, mai sentito prima.
Erano più o meno le dieci. Come tutti i giorni, ascoltavo le lamentele di un cliente che protestava davanti a me: la coda eccessiva allo sportello, i nostri disservizi, l’Euro che ci ha rovinato, i sindacati, il magna magna noto a tutti … e contro la mia scarsa attenzione a quanto diceva: “Come fa a non capire che così non si può andare avanti? Ma… ma lei non mi ascolta, lei è un maleducato, sappia che io mi rivolgerò al suo responsabile, comunque ora mi dia il conto e un carniere per gli assegni (sic).
Ecco, “assegni” fu l’ultima parola che udii, più o meno distintamente. Il vecchio rincoglionito continuò nella sua filippica contro il mondo, ma io non sentivo più niente, potevo solo cercare di decifrare il suo labiale del cazzo o intuire le assurdità che metteva insieme, sempre le stesse, da quando lo conoscevo. Mi prese un terribile spavento, pensai di essere diventato improvvisamente sordo. Mi alzai, lasciando il commendator Ramponi come un salame parlante che diceva, almeno mi parve, “lei non sa chi sono io!” e corsi in bagno, col cuore pieno di cattivi presagi e una zampogna nelle tempie. Mi chiusi a chiave. Mi guardai nello specchio e provai a pronunciare qualche parola, tipo prova, pro- prova, uno due tre pro-pro-prova: adesso ci sentivo di nuovo, il suono interferente era scomparso, niente più effetto larsen. – Bah, sarà stato un malessere passeggero, forse quel cornetto della prima colazione, in effetti, la crema mi è parsa un po’ acida – mi dissi. E tornai nel mio box.
Sembrava che tutto fosse tornato alla normalità. Anche la fila che continuava a crescere davanti alla cassa e il solito battibecco fra il capoufficio e il mio collega Peralta sembravano un segno rassicurante della consuetudine.
Per tutto il giorno lavorai alacremente, mi sforzai persino di sorridere ad un correntista ogni tre, guardai l’orologio solo cinquantasette volte e arrivai all’intervallo di pranzo affamato come sempre.
Fu nella trattoria di fronte all’ufficio che l’insolita musica ritornò.
Mentre consumavo il mio piatto di fave con lardo, entrò un venditore senegalese col suo borsone bazar e, come tutti i giorni, mi rifilò un paio d’occhiali da sole. Un tale, che stava seduto nel tavolo a fianco, cominciò a dire stronzate – non si può più mangiare in pace, ma tornate a casa vostra che non pagate neanche le tasse, che non c’è lavoro per i nostri figli- cercando una improbabile complicità nel mio sguardo. Dopo dieci secondi arrivò l’effetto acustico che mi isolò dal mondo e l’imbecille m’apparve, all’istante, un pupazzo muto senza ventriloquo. Questa volta, però, l’allarme per la sordità intermittente, fu accompagnato da una inaspettata soddisfazione. Il rumore aveva assunto, per un tempo brevissimo, una forma melodica. Ebbi la sensazione che una specie di canto avesse cercato di farsi spazio nel rumore indistinto. Un canto, mi parve, che avevo già sentito molte altre volte, e piacevolissimo. Tuttavia non ero certo di questo. Quando il cervello fa le bizze, si sa, non si è certi proprio di un bel nulla. Così mi concentrai sulle fave e decisi che il giorno dopo sarei comunque andato dal medico per farmi prescrivere le analisi del caso. Nel pomeriggio chiesi un colloquio col direttore per chiedere un giorno di ferie. – Cosa c’è, ha avuto degli imprevisti?- mi chiese. – Preferirei non parlarne – risposi. – Aaaah, ho capito, un appuntamento galante eh? Lei la sa lunga, mio caro – Poi continuò con altre amenità che però non riuscii ad ascoltare. – Ho delle voci nella testa – gli dissi, molto seriamente. E questo bastò a farmi autorizzare tre giorni liberi, due in più di quanti ne avessi richiesto.
Rinfrancato tornai a casa. Telefonai alla dottoressa Dettori per un appuntamento per il giorno dopo e, per la mezz’ora successiva, pensai a come descrivere i sintomi e rivelare le mie paure. Considerai se fosse il caso o no di raccontarle, per esempio, quello che mi angosciava di più: su serrone.
Su serrone era una paura, per così dire… primordiale. Una di quelle cose che ti raccontano da bambino e che non riesci più a cancellare dalla memoria, neanche con tutti gli strumenti razionali. Quando in paese si verificava qualche caso di pazzia, neanche così raro per la verità, mia nonna mi diceva, : “Il tizio ha su serrone”. Lo diceva sottovoce, come se mi stesse rivelando un segreto importantissimo. E mi spiegava che un verme -lo stesso che bucava il legno, o le ferule secche o le mele cotogne cadute dall’albero- aveva preso casa dentro il cranio dello sfortunato, cibandosi della sua materia grigia e riducendolo in quello stato. “ Se gli vai vicino puoi anche sentirlo mentre mastica. Ma meglio che non ti avvicini mai, potresti prenderlo anche tu”. Ecco, ero un po’ terrorizzato da “su serrone”, ma mi vergognavo tremendamente di parlare di questa fobia irragionevole. Soprattutto con la dottoressa Dettori, nei confronti della quale nutrivo una stima incommensurabile.
Per fortuna, quell’incontro, quella visita preliminare nell’ambulatorio di Via Tirso n.46, non si tenne mai. Saltai l’appuntamento, evitai la fila, il tiket e tutto il resto. Risolsi da solo il caso. O meglio, con l’aiuto della televisione, che, nel mio caso, fu di privata utilità – ma io , d’altra parte, sono uno di quelli che pagano regolarmente il canone.
Dopo aver cenato e dopo aver letto un bellissimo racconto di Melville, ebbi la magnifica idea di accendere la tv. Feci un rapido giro dei programmi e constatai che in alcuni canali l’audio era difettoso, andava e veniva. E quando diventava muto, per esempio nel programma di Vespa, il suono della mattina entrava nella mia testa, piano piano, in insolvenza, fino a diventare un canto a tenore. Sì, erano proprio loro, i tenores di Bitti! Cantavano, a boghe 'e notte, e a ballu, e a boghe sola! Nanneddu meu, Nanneddu meu, Nanneddu meu su mundu er gai.
Per farli tacere, dovevo cambiare programma, trovare un bel film o un documentario. In tutti gli altri casi c’erano i quattro cantori, solo loro, con le loro voci gutturali.
In quel momento mi fu tutto chiaro. Risi da solo. E tanto, con piena soddisfazione.

Ora, però, i Tenores di Bitti li ho ascoltati troppo, per troppe volte al giorno, per troppi, troppi giorni.
Vorrei chiedere alla mia dottoressa se c’è un rimedio per cambiare disco. Avere Su Cuncordu lussurzesu o Sos cantores de Gartéddi, per esempio. Almeno per un anno.

marzo 12, 2005

Campioni di danza

Si chiamava Antonio Madau.

Ballava così bene, ma così bene,

che tutti,  in paese,  lo chiamavano Valzer.

Valzer Madau.

Faceva coppia fissa,

una strana coppia davvero,

con Billalla Lemone.

Ma tutti, in paese,

la chiamavan  Bi llà llà.

PRIMA DI MEZZANOTTE

marzo 8, 2005

La scena si svolge in uno squallido bar di periferia della cittadina centro-insulare.

Sul fondo, un bancone di granito lucido. Sopra, un espositore di patatine, una macchinetta che distribuisce palline colorate al costo di un euro, un vassoio straripante di bustine di zucchero.  A sinistra, in un angolo della parete, un frigorifero per i gelati ricoperto di adesivi scrostati e un mobile di vetro che espone un panino al salame, due tramezzini con tonno e maionese e una mosca che cerca disperatamente una via di fuga. Sulla parete di destra, due fotografie con la scritta Via Majore riproducono lo splendore del centro città agli inizi del secolo scorso. Poco più in alto, una mensola verdina regge un gagliardetto del Cagliari, tre bottiglie di cannonau e un guantone da boxe.
Venti sedie e cinque tavolini di plastica bianca completano l’arredamento.
Una luce al neon illumina la sala maleodorante di birra stantia, fumo di sigarette e detersivo per pavimenti.
Gli unici clienti, due uomini intorno ai quarant’anni, occupano il tavolino più vicino alla serranda abbassata a metà. Uno è grosso, con una pancia deforme, l’altro è piccolo, secco e scuro come un olivastro. Bevono birra, in quantità spropositata, a giudicare dalle decine di bottiglie vuote allineate davanti a loro. Il primo parla con un volume di voce altissimo, non si capisce bene cosa dica ma sembra avercela con qualcuno, l’altro guarda fisso il suo bicchiere, dondola leggermente la testa e si sforza di tenere gli occhi aperti. Il proprietario del bar, dietro il banco, risciacqua qualcosa nel lavandino con l’aria svogliata di chi vuole andare a dormire.

Sono le ventitre e quarantacinque. Si sente il rumore della serranda che si solleva leggermente. Entra un uomo, alto quasi due metri, magro, vestito di nero, pallido in volto. Si dirige verso il barman.

– Un caffè ristretto, grazie.

– Mi dispiace, niente caffè, ho già spento la macchina, stiamo per chiudere.

– Mi dia un cognac, allora. Vado via subito. Anzi, le chiedo scusa per il disturbo.

– Si direbbe che lei non è di queste parti, dall’accento. –

– No.

– Da dove viene?

– Non lo so

– Come sarebbe a dire?

– Non lo so, sarebbe a dire

– Senta… devo sopportare questi due ubriachi, è tardi e non ho nessuna voglia di scherzare. Cosa vuole da me?

-Che versi due cognac, uno per me e uno per lei. Dopo, quando sarò andato via, dovrà consegnare un biglietto al tizio che urla alle mie spalle. Prima di mezzanotte.

– Perché non lo fa lei stesso visto che ha quest’urgenza?
– Non posso, in questo caso quell’uomo non può vedermi in faccia.
– Già, potrebbe spaventarsi…

– Non faccia dello spirito gratuito, potrei cambiare idea e destinatario. In fondo devo solo consegnare l’ultima chiamata. In questa città deve morire almeno un’altra persona prima di domani. Si ritenga fortunato ad avere ancora degli avventori, l'ha scampata bella. Fra poco succederà qualcosa e allora capirà. Ecco il biglietto.

– Ma proprio qui doveva venire? Non poteva sbrigare altrove la faccenda? –

– Non c’è anima viva in tutta la città, oggi giocava la Juventus. Così mi sono infilato nell’unico posto aperto. Non è eticamente corretto ma vedo che i due sbronzi sono vivi per caso, quindi non avrò molti sensi di colpa. –

– Si può sapere cosa c’è scritto? –

– No, non legga, è meglio per lei. Si troverebbe coinvolto in una storia che non la riguarda. Ora mi dica quanto le devo.

– Lasci stare, offro io. Non capita tutti i giorni di bere con uno stravagante come lei.

L’uomo beve il cognac, appoggia sul bancone un biglietto ripiegato in quattro, sussurra qualcosa all’orecchio bel barista. Va via, non prima di aver gettato un rapido sguardo al tavolino occupato.

Subito dopo, il gestore del locale batte uno scontrino al registratore di cassa. Lo porta ai clienti assieme al biglietto.

– Signori, è quasi mezzanotte, dobbiamo chiudere.

I due, che hanno mantenuto per tutto il tempo la stessa posizione, uno monologante, l’altro apparentemente assente, all’improvviso cambiano atteggiamento. Quello silenzioso, come se avesse udito qualcosa di fastidioso, comincia a parlare in modo concitato e aggressivo. Articola una frase sconnessa, con la lingua impastata. Si capiscono distintamente solo le parole “birra” e “ite cazzu”. L’altro lo guarda con un sorrisetto che sa di pena e di disprezzo, prende il portafogli e mette sul tavolo una banconota da cinquecento euro.
A quel punto si sente in modo chiaro un’altra parola, urlata, scandita con rabbia: “mi-se-ra-bi-le”.
Il grasso si alza, afferra il secco per il collo, lo solleva di forza. Con l’altra mano appallottola il biglietto e glielo ficca in bocca. Lo lascia ricadere di peso sopra la sedia, ride. Un silenzio di dieci secondi. L’altro mastica la carta, con calma, la inghiottisce. Poi infila la mano in una tasca dei pantaloni, estrae una pistola.
Il barista fa appena in tempo a vedere un bagliore.
Uno schianto. Schizzi di sangue sul bianco dei tavoli. Il guantone da boxe che rimbalza su una sedia.