PRIMA DI MEZZANOTTE

marzo 8, 2005

La scena si svolge in uno squallido bar di periferia della cittadina centro-insulare.

Sul fondo, un bancone di granito lucido. Sopra, un espositore di patatine, una macchinetta che distribuisce palline colorate al costo di un euro, un vassoio straripante di bustine di zucchero.  A sinistra, in un angolo della parete, un frigorifero per i gelati ricoperto di adesivi scrostati e un mobile di vetro che espone un panino al salame, due tramezzini con tonno e maionese e una mosca che cerca disperatamente una via di fuga. Sulla parete di destra, due fotografie con la scritta Via Majore riproducono lo splendore del centro città agli inizi del secolo scorso. Poco più in alto, una mensola verdina regge un gagliardetto del Cagliari, tre bottiglie di cannonau e un guantone da boxe.
Venti sedie e cinque tavolini di plastica bianca completano l’arredamento.
Una luce al neon illumina la sala maleodorante di birra stantia, fumo di sigarette e detersivo per pavimenti.
Gli unici clienti, due uomini intorno ai quarant’anni, occupano il tavolino più vicino alla serranda abbassata a metà. Uno è grosso, con una pancia deforme, l’altro è piccolo, secco e scuro come un olivastro. Bevono birra, in quantità spropositata, a giudicare dalle decine di bottiglie vuote allineate davanti a loro. Il primo parla con un volume di voce altissimo, non si capisce bene cosa dica ma sembra avercela con qualcuno, l’altro guarda fisso il suo bicchiere, dondola leggermente la testa e si sforza di tenere gli occhi aperti. Il proprietario del bar, dietro il banco, risciacqua qualcosa nel lavandino con l’aria svogliata di chi vuole andare a dormire.

Sono le ventitre e quarantacinque. Si sente il rumore della serranda che si solleva leggermente. Entra un uomo, alto quasi due metri, magro, vestito di nero, pallido in volto. Si dirige verso il barman.

– Un caffè ristretto, grazie.

– Mi dispiace, niente caffè, ho già spento la macchina, stiamo per chiudere.

– Mi dia un cognac, allora. Vado via subito. Anzi, le chiedo scusa per il disturbo.

– Si direbbe che lei non è di queste parti, dall’accento. –

– No.

– Da dove viene?

– Non lo so

– Come sarebbe a dire?

– Non lo so, sarebbe a dire

– Senta… devo sopportare questi due ubriachi, è tardi e non ho nessuna voglia di scherzare. Cosa vuole da me?

-Che versi due cognac, uno per me e uno per lei. Dopo, quando sarò andato via, dovrà consegnare un biglietto al tizio che urla alle mie spalle. Prima di mezzanotte.

– Perché non lo fa lei stesso visto che ha quest’urgenza?
– Non posso, in questo caso quell’uomo non può vedermi in faccia.
– Già, potrebbe spaventarsi…

– Non faccia dello spirito gratuito, potrei cambiare idea e destinatario. In fondo devo solo consegnare l’ultima chiamata. In questa città deve morire almeno un’altra persona prima di domani. Si ritenga fortunato ad avere ancora degli avventori, l'ha scampata bella. Fra poco succederà qualcosa e allora capirà. Ecco il biglietto.

– Ma proprio qui doveva venire? Non poteva sbrigare altrove la faccenda? –

– Non c’è anima viva in tutta la città, oggi giocava la Juventus. Così mi sono infilato nell’unico posto aperto. Non è eticamente corretto ma vedo che i due sbronzi sono vivi per caso, quindi non avrò molti sensi di colpa. –

– Si può sapere cosa c’è scritto? –

– No, non legga, è meglio per lei. Si troverebbe coinvolto in una storia che non la riguarda. Ora mi dica quanto le devo.

– Lasci stare, offro io. Non capita tutti i giorni di bere con uno stravagante come lei.

L’uomo beve il cognac, appoggia sul bancone un biglietto ripiegato in quattro, sussurra qualcosa all’orecchio bel barista. Va via, non prima di aver gettato un rapido sguardo al tavolino occupato.

Subito dopo, il gestore del locale batte uno scontrino al registratore di cassa. Lo porta ai clienti assieme al biglietto.

– Signori, è quasi mezzanotte, dobbiamo chiudere.

I due, che hanno mantenuto per tutto il tempo la stessa posizione, uno monologante, l’altro apparentemente assente, all’improvviso cambiano atteggiamento. Quello silenzioso, come se avesse udito qualcosa di fastidioso, comincia a parlare in modo concitato e aggressivo. Articola una frase sconnessa, con la lingua impastata. Si capiscono distintamente solo le parole “birra” e “ite cazzu”. L’altro lo guarda con un sorrisetto che sa di pena e di disprezzo, prende il portafogli e mette sul tavolo una banconota da cinquecento euro.
A quel punto si sente in modo chiaro un’altra parola, urlata, scandita con rabbia: “mi-se-ra-bi-le”.
Il grasso si alza, afferra il secco per il collo, lo solleva di forza. Con l’altra mano appallottola il biglietto e glielo ficca in bocca. Lo lascia ricadere di peso sopra la sedia, ride. Un silenzio di dieci secondi. L’altro mastica la carta, con calma, la inghiottisce. Poi infila la mano in una tasca dei pantaloni, estrae una pistola.
Il barista fa appena in tempo a vedere un bagliore.
Uno schianto. Schizzi di sangue sul bianco dei tavoli. Il guantone da boxe che rimbalza su una sedia.   

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: