La strana interferenza

marzo 16, 2005

Sarà capitato anche a voi di avere una musica in testa. A me è capitato. E non era lo zum-zum-zum di Mina. E neppure il moscone che confonde la memoria al personaggio di Osvaldo Soriano ne “L’ora senz’ombra”, con quel tipo di ronzio mi ero abituato a conviverci da quando il medico alternativo mi aveva diagnosticato una iper-attività del fegato. Non c’entrava neanche la vertebra cervicale fuori posto, la bastarda mi procurava i fischi alle orecchie e le terribili emicranie paralizzanti. No, quel suono che si presentò la mattina del 24 febbraio era del tutto nuovo, mai sentito prima.
Erano più o meno le dieci. Come tutti i giorni, ascoltavo le lamentele di un cliente che protestava davanti a me: la coda eccessiva allo sportello, i nostri disservizi, l’Euro che ci ha rovinato, i sindacati, il magna magna noto a tutti … e contro la mia scarsa attenzione a quanto diceva: “Come fa a non capire che così non si può andare avanti? Ma… ma lei non mi ascolta, lei è un maleducato, sappia che io mi rivolgerò al suo responsabile, comunque ora mi dia il conto e un carniere per gli assegni (sic).
Ecco, “assegni” fu l’ultima parola che udii, più o meno distintamente. Il vecchio rincoglionito continuò nella sua filippica contro il mondo, ma io non sentivo più niente, potevo solo cercare di decifrare il suo labiale del cazzo o intuire le assurdità che metteva insieme, sempre le stesse, da quando lo conoscevo. Mi prese un terribile spavento, pensai di essere diventato improvvisamente sordo. Mi alzai, lasciando il commendator Ramponi come un salame parlante che diceva, almeno mi parve, “lei non sa chi sono io!” e corsi in bagno, col cuore pieno di cattivi presagi e una zampogna nelle tempie. Mi chiusi a chiave. Mi guardai nello specchio e provai a pronunciare qualche parola, tipo prova, pro- prova, uno due tre pro-pro-prova: adesso ci sentivo di nuovo, il suono interferente era scomparso, niente più effetto larsen. – Bah, sarà stato un malessere passeggero, forse quel cornetto della prima colazione, in effetti, la crema mi è parsa un po’ acida – mi dissi. E tornai nel mio box.
Sembrava che tutto fosse tornato alla normalità. Anche la fila che continuava a crescere davanti alla cassa e il solito battibecco fra il capoufficio e il mio collega Peralta sembravano un segno rassicurante della consuetudine.
Per tutto il giorno lavorai alacremente, mi sforzai persino di sorridere ad un correntista ogni tre, guardai l’orologio solo cinquantasette volte e arrivai all’intervallo di pranzo affamato come sempre.
Fu nella trattoria di fronte all’ufficio che l’insolita musica ritornò.
Mentre consumavo il mio piatto di fave con lardo, entrò un venditore senegalese col suo borsone bazar e, come tutti i giorni, mi rifilò un paio d’occhiali da sole. Un tale, che stava seduto nel tavolo a fianco, cominciò a dire stronzate – non si può più mangiare in pace, ma tornate a casa vostra che non pagate neanche le tasse, che non c’è lavoro per i nostri figli- cercando una improbabile complicità nel mio sguardo. Dopo dieci secondi arrivò l’effetto acustico che mi isolò dal mondo e l’imbecille m’apparve, all’istante, un pupazzo muto senza ventriloquo. Questa volta, però, l’allarme per la sordità intermittente, fu accompagnato da una inaspettata soddisfazione. Il rumore aveva assunto, per un tempo brevissimo, una forma melodica. Ebbi la sensazione che una specie di canto avesse cercato di farsi spazio nel rumore indistinto. Un canto, mi parve, che avevo già sentito molte altre volte, e piacevolissimo. Tuttavia non ero certo di questo. Quando il cervello fa le bizze, si sa, non si è certi proprio di un bel nulla. Così mi concentrai sulle fave e decisi che il giorno dopo sarei comunque andato dal medico per farmi prescrivere le analisi del caso. Nel pomeriggio chiesi un colloquio col direttore per chiedere un giorno di ferie. – Cosa c’è, ha avuto degli imprevisti?- mi chiese. – Preferirei non parlarne – risposi. – Aaaah, ho capito, un appuntamento galante eh? Lei la sa lunga, mio caro – Poi continuò con altre amenità che però non riuscii ad ascoltare. – Ho delle voci nella testa – gli dissi, molto seriamente. E questo bastò a farmi autorizzare tre giorni liberi, due in più di quanti ne avessi richiesto.
Rinfrancato tornai a casa. Telefonai alla dottoressa Dettori per un appuntamento per il giorno dopo e, per la mezz’ora successiva, pensai a come descrivere i sintomi e rivelare le mie paure. Considerai se fosse il caso o no di raccontarle, per esempio, quello che mi angosciava di più: su serrone.
Su serrone era una paura, per così dire… primordiale. Una di quelle cose che ti raccontano da bambino e che non riesci più a cancellare dalla memoria, neanche con tutti gli strumenti razionali. Quando in paese si verificava qualche caso di pazzia, neanche così raro per la verità, mia nonna mi diceva, : “Il tizio ha su serrone”. Lo diceva sottovoce, come se mi stesse rivelando un segreto importantissimo. E mi spiegava che un verme -lo stesso che bucava il legno, o le ferule secche o le mele cotogne cadute dall’albero- aveva preso casa dentro il cranio dello sfortunato, cibandosi della sua materia grigia e riducendolo in quello stato. “ Se gli vai vicino puoi anche sentirlo mentre mastica. Ma meglio che non ti avvicini mai, potresti prenderlo anche tu”. Ecco, ero un po’ terrorizzato da “su serrone”, ma mi vergognavo tremendamente di parlare di questa fobia irragionevole. Soprattutto con la dottoressa Dettori, nei confronti della quale nutrivo una stima incommensurabile.
Per fortuna, quell’incontro, quella visita preliminare nell’ambulatorio di Via Tirso n.46, non si tenne mai. Saltai l’appuntamento, evitai la fila, il tiket e tutto il resto. Risolsi da solo il caso. O meglio, con l’aiuto della televisione, che, nel mio caso, fu di privata utilità – ma io , d’altra parte, sono uno di quelli che pagano regolarmente il canone.
Dopo aver cenato e dopo aver letto un bellissimo racconto di Melville, ebbi la magnifica idea di accendere la tv. Feci un rapido giro dei programmi e constatai che in alcuni canali l’audio era difettoso, andava e veniva. E quando diventava muto, per esempio nel programma di Vespa, il suono della mattina entrava nella mia testa, piano piano, in insolvenza, fino a diventare un canto a tenore. Sì, erano proprio loro, i tenores di Bitti! Cantavano, a boghe 'e notte, e a ballu, e a boghe sola! Nanneddu meu, Nanneddu meu, Nanneddu meu su mundu er gai.
Per farli tacere, dovevo cambiare programma, trovare un bel film o un documentario. In tutti gli altri casi c’erano i quattro cantori, solo loro, con le loro voci gutturali.
In quel momento mi fu tutto chiaro. Risi da solo. E tanto, con piena soddisfazione.

Ora, però, i Tenores di Bitti li ho ascoltati troppo, per troppe volte al giorno, per troppi, troppi giorni.
Vorrei chiedere alla mia dottoressa se c’è un rimedio per cambiare disco. Avere Su Cuncordu lussurzesu o Sos cantores de Gartéddi, per esempio. Almeno per un anno.

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