marzo 23, 2005

                                              

                                             Rosso un fiore

Il telefono comincia a squillare. Non mi chiama mai nessuno, proprio ora che c’è la punizione dal limite. Richiameranno, ora non mi muovo. Neanche se fosse Mariantonia Marratzu, la velina di Sunis.
Insiste. Driin a oltranza. Che poi sono biip, l’antico driin non esiste più, già da qualche anno.
– Eeeeh, che ti stanchi prima tu, mancari ti crepes, ora smetti ora smetti ora smetti.
Niente, non smette. Neppure in “C’era una volta in America” ho sentito un telefono suonare così a lungo. E la barriera non è posizionata a distanza regolamentare, c’è da ricontare i passi. Mi devo alzare, speriamo che sia uno che ha sbagliato numero.

– Proo-ntooo – faccio, con una voce finto-flebile, finto-rauca, finto-febbricitante.
– Ciao, scusa, se ti disturbo a quest’ora… ma stai male?
– No, no, figurati, non c’è problema, un raffreddore…
Intanto origlio nell’altra stanza, con un esercizio di training autogeno estendo la superficie del padiglione auricolare sinistro. La tv si sente pochissimo, forse è gol, forse dice che l’hanno annullato.
– Vaff.
– Come?
– No niente, non ce l’ho con te, è questo mal di gola. Chi sei?
– Sono il segretario provinciale.
Panico. E’ la fine, addio partita. Lo sapevo, lo sapevo, non dovevo rispondere, ecco cosa succede a essere troppo scrupolosi.
– Senti, ti sto chiamando per chiederti un favore – mi fa – stiamo organizzando la festa di Partito, ci serve il tuo aiuto.
– Come, il mio aiuto? Io non saprei organizzare neppure una partita a tressette.
– Sì, ma potresti intervenire con un momento di lettura, vogliamo dare spazio alla cultura, non solo al dibattito.

Odio quel tipo di espressioni e lui mi dice proprio così: “un momento di lettura”. Sta per partire un altro vaff… involontario, da faringite. Ma provateci voi a dire di no al responsabile politico provinciale! Cosa potevo dire? Ero un militante riconosciuto, un giovane comunista, da sempre, da quando ero giovane tessera n.126 del circolo locale; ero cresciuto a pane e sezioni, a pane e disciplina di partito, a pane e cosa c’è da fare per la causa. E la cultura conta, si sa, per noi giovani comunisti, e di più se hai superato i trentacinque e continuano a chiamarti giovane comunista. Insomma, per farla breve, balbetto che forse è meglio chiamare un gruppo musicale, fare uno spettacolo leggero, comico ma intelligente, che la gente ha voglia di divertirsi, in una festa, che dopo il dibattito ha bisogno di rilassarsi un po’. Macché, quello ha già deciso che sarò io a coprire lo spazio culturale e mi fa capire che nelle casse della federazione non è rimasto neanche un centesimo per chiamare chicchessia.
– Va bene, allora, se non c’è alternativa… ma di cosa avete bisogno, esattamente?
– In questo ti lasciamo libertà assoluta, naturalmente ricordati che la festa è anche un momento politico.
– Certo, certo, un momento politico, “un momento politico”. Va bene, ci penserò, ti faccio sapere fra qualche giorno.
– Nooo, che fra qualche giorno! Domani vanno in stampa i manifesti, ti richiamo fra un’ora per il titolo, ciao compagno, grazie compagno, a presto compagno.

Ecco, le cose andarono più o meno così, forse ho dimenticato di riportare qualche “momento di riflessione”, e qualche “momento di approfondimento” ma il tono del colloquio è assolutamente fedele.
Nel frattempo la partita è finita, “strepitosa prestazione del Cagliari negli ultimi dieci minuti”, certo, quelli che non ho visto, figuriamoci.
Disperato chiamo la mia fidanzata, le spiego tutto, faccio appello a tutto il potere di convincimento, invoco il suo soccorso. Parlo anche dei nostri nonni antifascisti.
– Facciamo una cosa insieme, se mi accompagni col flauto, posso leggere qualche poesia, un intervento di dieci minuti. Con te mi sentirei al sicuro, ti prego, se mi ami aiutami, fallo per me, e poi sei comunista pure tu.
– Misurati la febbre – mi fa, con un tono sarcastico. Poi, però, dopo le mie insistenze, accetta la proposta: credo che in quel periodo mi amasse alla follia.
– Sto pensando di fare un poema di Majacovskij.
– Rimisurati la febbre – replica, ancora più caustica.
– Ma sì, facciamo La nuvola in calzoni, vedrai che ci divertiamo!
Chiudo così, categorico e stranamente ottimista. E, con ritrovata energia, indosso, davanti allo specchio, la blusa gialla da bellimbusto che qualche anno prima avevo fatto fare alla mia sarta di fiducia. Con la fusciacca, il basco nero, la schiena ben dritta e lo sguardo lanciato al futuro (che non so bene cosa voglia dire, ma in questo caso ci sta proprio bene). Forse pronuncio anche qualche parola in un russo inventato: mi vedo poeta tribuno, tovarisc poetie!

Due giorni dopo, un orribile manifesto, un metro per settanta, pieno di scritte rosse su sfondo giallo -che manco nelle liquidazioni totali di Confezioni Porcheddu- compare sui muri della cittadina. E sotto una sfilza di dibattiti, con inizio alle sette e mezza del mattino e che vanno dal “Nuovi imperialismi: la critica marxista nel terzo millennio, le risposte della classe operaia al neo-capitalismo nell’era della globalizzazione” fino al “Internazionalismo proletario, la modernità del pensiero di Lenin dalla rivoluzione d’ottobre ai giorni nostri”, leggo, con un leggero malore: “ Spettacolo teatrale con Gianni e Stefania”. Non è possibile, non è possibile.
E invece è possibile. Anche con gli occhi sbarrati, la dicitura è proprio quella. Anzi, sembra che più la guardo e più diventa grande e irriverente. Impreco contro il mondo, anche quello migliore e possibile.
– E adesso chi lo ferma Polanca? – Polanca è quel coglione del mio amico che passa il suo tempo a sintetizzare battute velenose contro chi gli capita sotto tiro, senza guardare in faccia nessuno, neppure la mamma se è il caso. E infatti per due giorni non fa altro che chiamarmi: – Sono Al Bano, c’è Romina? – Oppure: – Sono Wess, c’è Dori Ghezzi? Ho sbagliato numero? Allora mi passi Gianni e Stefania, il duo di Barbagia, vorrei proporre un gemellaggio con i Vianella.
– No, qui Che Guevara – rispondo, cercando impossibili vie di scampo: una sofferenza così non la ricordavo dai tempi in cui dovevo confessare al parroco le mie prime pulsioni masturbatorie.
Per una settimana dovetti fissarmi nella mente il sol d
ell’avvenire e farmi nascere in petto un fiore ancora più rosso. Poi, finalmente, arrivò il tredici settembre.

La festa si tenne a Bosa, località balneare, centro medioevale con castello, fiume navigabile che attraversa l’abitato, buona cucina, clima perfetto. In pratica tutti i presupposti per fare, se non altro, una bella gita turistica.
E così, Gianni e Stefania decidono di partire con largo anticipo, rispetto all’orario previsto per la loro esibizione: i giovani comunisti vanno a fare un bagno, prima della prima.
Di buon mattino siamo già in spiaggia. C’è tutto il tempo per fare una bella nuotata e respirare un po’ di iodio. Ma anche per rotolarsi sulla sabbia ferrosa, rituffarsi, abbronzarsi un po’, mangiare un panino, dare uno sguardo al giornale. E poi addormentarsi sotto l’ombrellone, essere svegliati da un bambino che piange, chiedersi dove siamo, constatare che non abbiamo studiato una mazza, stabilire che forse è meglio l’improvvisazione totale, tuffarsi un’altra volta, guardare l’orologio, capire che siamo in ritardo all’appuntamento col comitato organizzatore, dire all’unisono “merda dobbiamo correre”. Correre, dunque.
Dopo aver chiesto indicazioni a mezzo paese, finalmente arriviamo sul luogo stabilito.
Più che una piazza è un enorme sterrato, abbandonato all’incuria dei vicini, circondato dai palazzoni Gescal costruiti con progetto del geometra del comune, negli anni del boom economico e dell’edilizia popolare. Una via di mezzo fra un campo di calcio senza porte e un orto comunitario dove piantare basilico e prezzemolo, installare piccole officine all’aperto, stendere il bucato, far giocare i bambini del quartiere.
– Che squallore! – esclama Stefania – Con tutti gli spazi incantevoli che ci sono, proprio qui dovevano organizzare?
– Beh, siamo ad una festa comunista, mica alla convention dei giovani industriali, bisogna pur valorizzare le periferie sottoproletarie. Non dobbiamo dimenticare le nostre radici.
Non mi risponde, ma capisco che sta pensando che ho detto una stronzata. E non insisto oltre.
Da veri professionisti, prima ancora di incontrare i responsabili delle festa, andiamo a controllare il palco. Costruito con una struttura di tubi innocenti e traballanti tavoloni da muratore, è alto almeno quattro metri, una vera e propria trappola, che se ti avvicini troppo in proscenio e inciampi penseranno che Majacovskij si è suicidato buttandosi da una finestra. Ci sono due microfoni, recuperati dal locale gruppo rock anni-settanta, collegati a due altoparlanti “biforcuti” – quelli che la sezione ha utilizzato, dal ’48 in poi, per i vari annunci, alle varie popolazioni, dei vari “compagni e concittadini tutti, stasera alle diciottoetrenta parlerà l’onorevole Taldeitali della segreteria nazionale”. C’è una scala a pioli, ancorata col filo di ferro, che costituisce l’unica facilitazione per la scalata verso i riflettori della ribalta – se chiamassimo riflettori le lampadine colorate che pendono da un filo teso in senso orizzontale al di sopra delle tavole. Ci sono due bandiere rosse, che nessuno si è premurato di stirare, rette da due manici di scopa infilati nei tubi innocenti laterali. Mostrano, orgogliose, il simbolo immortale. E c’è un caldo, alle sei di pomeriggio, che invita al coprifuoco. Nessuno, tutt’intorno, tranne un paio di ragazzetti che in un tratto d’ombra giocano svogliatamente a pallone, uno è Maldini, l’altro è Zola. Per qualche secondo mi sento smarrito.
Per fortuna ci viene incontro un tipo: – ciao compagni, sono Alfonso, il vicesegretario di circolo, non vi preoccupate, abbiamo sospeso i lavori per qualche ora, faceva troppo caldo, abbiamo dovuto accompagnare un relatore al pronto soccorso per un colpo di sole. Ma ora riprendiamo. Il vostro intervento, a questo punto, sarà spostato alle ventidue. Tenetevi pronti per le nove, comunque.

Consumiamo le tre ore d’attesa nel bar più vicino, fra qualche bicchiere di Malvasia e un ripasso generale per “fine dicitore e flauto traverso”, con i rari avventori che ci guardano come se fossimo dei marziani ubriachi.
Quando torniamo, il sole è già tramontato. Dietro un tavolino coperto dai manifesti giallorossi, un giovane barbuto sta enfaticamente parlando di valori e plusvalori, di Keynes e welfare, di concertazione e precarietà, a un uditorio composto da cinque bambini e un vecchio ottantenne militante. Quest’ultimo ogni tanto si gira e chiede al nipotino: “Itte at nadu?”. “Itte n’isco!” risponde l’altro. A cento metri di distanza la cooperativa pescatori di Bosa è super impegnata a preparare grigliate di sardine e muggine fresco. Poco più in là, una bancarella improvvisata distribuisce vino e birra a volontà al popolo disidratato, ai simpatizzanti, agli iscritti, al comitato federale, alla responsabile delle politiche femminili, al compagno segretario. Insomma sono tutti lì, che bevono e chiacchierano e ridono. E non ascoltano una parola del barbuto intellettuale organico che “orienta”, ancora per un’ora, prima di passare la parola all’altro relatore per il dibattito finale, quello sulla specificità e l’autonomia del marxismo in Sardegna all’interno dell’Internazionale Socialista.

All’una di notte, infine, tocca a noi. Ci cambiamo velocemente, dietro il palco, praticamente in campo aperto. Stefania ha la brillante idea di mettersi “in lungo”e con i tacchi. Così, salire sulla scala diventa la prima stazione della via crucis, praticamente me la devo caricare sulle spalle.
Appena sopra, seppure col fiatone, mi precipito sul microfono e, con fare da invasato, comincio a urlare: “ Il vostro pensiero, sognante sul cervello rammollito, come un lacché rimpinguato su un unto sofà…
– Carmelobeeeè, finichèla!- sento urlare, da lontano. Ma sono dentro la parte e vado avanti, con foga crescente. Stefania, da par suo, tira fuori dal flauto le dissonanze più idonee, citando l’Internazionale su un irriconoscibile tema di Coltrane.
Dalle postazioni “pescearrosto” e “vinorosso” non si muove nessuno, nessuno si avvicina ad ascoltarci. Tranne i bambini, sempre loro, che s’infilano sotto il palco per cercare di vedere le mutande della flautista e far scoppiare qualche petardo. Poi arriva anche un signore, col suo cane, e si piazza a cinque metri da noi. Rincuorati, ci diamo dentro. Dura poco, però, l’attenzione dell’unico spettatore. Dopo un po’, il tipo raccoglie un pezzo di legno, lo lancia lontano e incita il suo compagno fedele: “porta Bobby, porta Bobby, porta Bobby!”. Sono abituato a ignorare i disturbi, in tutti i laboratori di teatro ho imparato le tecniche per conservare una concentrazione vigile o per mantenere stabile la quarta parete, fra me e il pubblico. Dunque continuo, tenace e saldo sulle gambe. Finché posso, finché è giusto. Fino a quel particolare momento.

Io: “Meno delle copeche d’un pitocco sono gli smeraldi delle vostre follie.”
Lui: “Porta Bobby, porta!”
Un bambino: “L’ho vista, gliel’ho vista!”
Da una finestra di un palazzo: “Basta! Smettetela, qui c’è gente che lavora! Andaeboche!

Ecco, in quel momento ho pensato che mai più, nella mia gloriosa carriera di attore, avrei potuto sperare di avere una scena così felicemente riuscita. Altro che Nanni Moretti, neanche i futuristi della “Luna crepata” avrebbero osato pa
ragonarsi a me, in quell’istante.
Forse fu per questo che mi fermai, levando il pugno al cielo. Mi sentii nell’universo. Mi produssi nel più lungo inchino di ringraziamento. Prima alla finestra del quinto piano, poi al cane scodinzolante e, infine, al quarto di luna crescente.

  

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