settembre 29, 2005

E’ sempre lo stesso evento ma vale doppio.

settembre 27, 2005

 

I
 

poetende sonende Einsturzende.
Ansuini  a Nuoro.
Benende sezzis?


settembre 8, 2005

                                                  TRENI

Lo scirocco ha portato un po’ d’Africa. Una cappa umidiccia e carica di sabbia staziona sopra la costa da almeno tre giorni. Dentro casa tutto è diventato appiccicoso. Anche le mosche volano pesanti e rumorose e si attaccano al vetro della finestra. Una è caduta e continua a roteare su se stessa con le zampe all’insù, in un angolo della cucina. Pare non volersi arrendere.

Dal ventilatore arriva un controcanto d’impotenza.

Un ronzio metallico, il lamento intermittente della mosca e l’abbaiare di un cane in lontananza, sono gli unici rumori che posso ascoltare nella città deserta, dalla mia fissità di questa domenica pomeriggio.

Sono steso sul pavimento, nel punto della casa che mi sembra meno caldo. Fra tutte le posizioni, quella supina è la meno scomoda per morire lentamente. Gli occhi sbarrati, la bocca aperta, a pancia in su, nudo: sto così, immobile, da almeno due ore e da due ore continuo a sudare e a guardare il soffitto. E nel soffitto, in quella porzione perpendicolare alle pupille, fra i puntini più scuri dell’intonaco, arriva un bambino.

 

 

“Piripicchio fa la corsa, Piripicchio fa la corsa”, canta. E corre lungo la ferrovia in direzione delle vigne di Sunis. Ogni tanto si ferma e appoggia l’orecchio sui binari. Come nei fumetti di Zagor, vuole sentire il rumore del treno ancora lontano. Poi riprende la sua corsa felice e scavalca una muriccia. Lo vedo sparire fra le macchie di papavero e il fieno più alto di lui. Lo sento che incita il suo cavallo immaginario “trù s’eeeh, trù s’ebba niè”.  Il suo corpo è un guizzo, nel sole di giugno, nei silenzi sonori di campagna.

 

 

Ora arriva il treno. E’ pieno di ragazzi e di ragazze che cantano. Alcuni sono affacciati ai finestrini, con il vento che sbatte forte sui capelli. Vanno al mare, a Bosa Marina, coi panini nelle sacche. Stasera, quando torneranno, con la littorina delle otto, con i visi arrossati e gli occhi pieni di luce, avranno ancora voglia di cantare. Si daranno appuntamento per il dopo cena, alla piazza del Rosario, ché il sabato la notte è lunga e stanotte ancora più lunga per la festa di San Giovanni. Intorno ai fuochi qualcuno reciterà una formula per diventare compari in eterno, un altro abbrustolirà un mazzetto di spighe di grano. Qualcuno aspetterà l’alba per passare per primo sotto casa di Francesca e raccogliere la rosa che lei avrà lasciato sulla strada per il suo futuro sposo. E Francesca chiederà a San Giovanni di far passare Antonio, che oggi, in spiaggia, era il più bello.

 

 

Eccolo Antonio, anche lui fra i puntini del soffitto. – Che fai- mi dice, -guarda che in paese tutti ti aspettano, è una vita che non ti fai vedere, che compare sei? Non ti ricordi le parole? “Pro tottu sa vida mia” dicevamo. Non ti ricordi?-

Il suo sorriso è quello di sempre, una speranza immutabile. – Ajò, alzati, vieni con me. Andiamo a Sunis, qua fa un caldo da crepare, fra un po’ questa città muore per sempre.

Mi porge la mano, mentre anche il bambino mi chiama.  “Ci vieni alla linea? C’è un treno più grande, quattro vagoni, lo sento anche tre minuti prima!”

 

 

Mi accorgo di un’altra mosca che cade. Poi più nulla.