settembre 8, 2005

                                                  TRENI

Lo scirocco ha portato un po’ d’Africa. Una cappa umidiccia e carica di sabbia staziona sopra la costa da almeno tre giorni. Dentro casa tutto è diventato appiccicoso. Anche le mosche volano pesanti e rumorose e si attaccano al vetro della finestra. Una è caduta e continua a roteare su se stessa con le zampe all’insù, in un angolo della cucina. Pare non volersi arrendere.

Dal ventilatore arriva un controcanto d’impotenza.

Un ronzio metallico, il lamento intermittente della mosca e l’abbaiare di un cane in lontananza, sono gli unici rumori che posso ascoltare nella città deserta, dalla mia fissità di questa domenica pomeriggio.

Sono steso sul pavimento, nel punto della casa che mi sembra meno caldo. Fra tutte le posizioni, quella supina è la meno scomoda per morire lentamente. Gli occhi sbarrati, la bocca aperta, a pancia in su, nudo: sto così, immobile, da almeno due ore e da due ore continuo a sudare e a guardare il soffitto. E nel soffitto, in quella porzione perpendicolare alle pupille, fra i puntini più scuri dell’intonaco, arriva un bambino.

 

 

“Piripicchio fa la corsa, Piripicchio fa la corsa”, canta. E corre lungo la ferrovia in direzione delle vigne di Sunis. Ogni tanto si ferma e appoggia l’orecchio sui binari. Come nei fumetti di Zagor, vuole sentire il rumore del treno ancora lontano. Poi riprende la sua corsa felice e scavalca una muriccia. Lo vedo sparire fra le macchie di papavero e il fieno più alto di lui. Lo sento che incita il suo cavallo immaginario “trù s’eeeh, trù s’ebba niè”.  Il suo corpo è un guizzo, nel sole di giugno, nei silenzi sonori di campagna.

 

 

Ora arriva il treno. E’ pieno di ragazzi e di ragazze che cantano. Alcuni sono affacciati ai finestrini, con il vento che sbatte forte sui capelli. Vanno al mare, a Bosa Marina, coi panini nelle sacche. Stasera, quando torneranno, con la littorina delle otto, con i visi arrossati e gli occhi pieni di luce, avranno ancora voglia di cantare. Si daranno appuntamento per il dopo cena, alla piazza del Rosario, ché il sabato la notte è lunga e stanotte ancora più lunga per la festa di San Giovanni. Intorno ai fuochi qualcuno reciterà una formula per diventare compari in eterno, un altro abbrustolirà un mazzetto di spighe di grano. Qualcuno aspetterà l’alba per passare per primo sotto casa di Francesca e raccogliere la rosa che lei avrà lasciato sulla strada per il suo futuro sposo. E Francesca chiederà a San Giovanni di far passare Antonio, che oggi, in spiaggia, era il più bello.

 

 

Eccolo Antonio, anche lui fra i puntini del soffitto. – Che fai- mi dice, -guarda che in paese tutti ti aspettano, è una vita che non ti fai vedere, che compare sei? Non ti ricordi le parole? “Pro tottu sa vida mia” dicevamo. Non ti ricordi?-

Il suo sorriso è quello di sempre, una speranza immutabile. – Ajò, alzati, vieni con me. Andiamo a Sunis, qua fa un caldo da crepare, fra un po’ questa città muore per sempre.

Mi porge la mano, mentre anche il bambino mi chiama.  “Ci vieni alla linea? C’è un treno più grande, quattro vagoni, lo sento anche tre minuti prima!”

 

 

Mi accorgo di un’altra mosca che cade. Poi più nulla.

 

 

 

 

 

  

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14 Risposte to “”

  1. Q.lla said

    Per Piripicchio: hip hip, hurrà!

    “Poi più nulla” potrebbe anche non esserci, o cmq suona un po’ melodrammatico. O no?

  2. Da rileggere infinitevoltemente.

  3. buon per lei: stava per iniziare “l’invasione dei porceddus” (little pigs invasion)

  4. triana said

    Ma come hai potuto resistere all’invito di Piripicchio (quasi un fratellino per me che mi chiamo anche Piripicchia)!

    Il pezzo è bellissimo e giustamente breve, la visione luminosissima che buca il soffitto col ricordo dell’infanzia e della gioventù ha bisogno di poche parole.

    Senti bobbotino, ma poi lui muore? Facciamo che sviene soltanto, poi si sveglia, si fa una doccia e va a Sunis a ritrovare i suoi amici…eh? Eh bobbotì? Eddai..

  5. Petarda said

    quante svenevolezze. mi starà mica diventando orecchione?

  6. Un mood assolutamente isolano, sospeso tra la grevità di un tempo fossile e la “speranza immutabile” che riverbera nel sorriso di un amico. Chapeau, anzi: berritta! Solo una piccola osservazione, se me la concede: perchè “Treni” e non – più propriamente – “Littorine”? Spero di rileggerla presto. A menzus biere.

  7. utente anonimo said

    Un pezzo di casa, in questa grigia Milano. Ti ringrazio.
    Ma quanti sono i sardi nella blogosfera??? Peggio che a Firenze.
    A rileggerci
    Carlotta
    PS: Mio padre è nato Bosa, ma io non ho mai lanciato le rose dalla finestra… rimedierò stanotte.

  8. utente anonimo said

    illustre gf: treni perché nei sogni di quel bimbo annisessanta, in quel natio borgo selvaggio, c’erano i treni con più carrozze. Che ogni tanto passavano quando l’utenza lo richiedeva. A quel bimbo apparivano bellissimi, come i disegni dei fumetti. Più tardi, assieme alle strisce di Blak Macigno e Capitan Miki, sparirono anche i treni e le littorine. Ora, in qualche parte dell’isola, li si può vedere sbuffanti e turistici. Sbuffanti perché costretti a un lavoro che non gli piace, credo.

    Carlotta bosinca, sappia che per il solo fatto di avere cotanta origine lei mi sarà simpatica in eterno. Se vuole rimediare alla sua mancanza divinatorpropiziatoria dovrà aspettare il 23 giugno, vigilia di Santu Juanne. Solo in quella notte il Fato decide di parlare.

  9. A un dipresso, il suo borgo selvaggio dev’essere a un tiro di schioppo dal mio Marghine. La sospetto planargino di Modolo, va’ a sapere perché; ma potrebbe non di meno essere di Magomadas, Tinnura, Flussio o Tresuraghes, perché no? Un paese, in ogni caso, attraversato dai binari figli di un dio minore delle gloriose FCS sulla linea Macomer-Bosa Marina. E tenderei a escludere Sindia…Quanto a me, Macopsissa me genuit: nel caso se lo stesse chiedendo. Ciò premesso, sono qui a dirle che la sua puntualizzazione è corretta. Quei treni ho fatto in tempo a conoscerli quando ancora osservavano orari regolari (pochissime corse, è vero, potenziate solo nelle domeniche estive, ma tutte schedulate), ed è ben vero che erano infinitamente più fascinosi di quei goffi “carramerda” meccanici a colori (ne ricordo un modello celeste e un altro giallo: due autentici obbrobri!) che erano le littorine, non v’è dubbio alcuno. E sicuramente i treni avevano molto a che fare, in spirito ed estetica, anche con i Doppio Rhum e Professor Occultis che all’epoca la sollazzavano. Quindi “Treni” va benissimo. Mi ero permesso la pedante (me ne rendo conto) osservazione solo perché colpito nel suo bel racconto
    dall’immagine della littorina carica di occhi pieni di luci e di giovani vite ancora traboccanti di energie da consumare in danze, canti e amori alla luce dei fuochi. Ciò non di meno, l’osservazione era inopportuna. Ma lei, ne sono certo, vorrà e saprà scusarmi. Si mantenga. E soprattutto: scriva!

  10. birambai said

    Beh, Lei caro Zolzi ne sa una più del diavolo. No, non si scusi per la puntualizzazione che era, invece, molto pertinente giacché le littorine erano certamente il mezzo di trasporto più in uso a quei tempi. Chieda venia piuttosto (e io cercherò di essere indulgente) per quell’incomprensibile “tenderei ad escludere…”. Perché, che Le hanno fatto i sindiesi? Forse conserva ancora una memoria atavica delle bardane che quei furfanti compivano nelle terre dei suoi avi? Ha conosciuto la sua prima delusione amorosa con una dolce pulzella dell’altipiano marghinplanargese? O cos’altro?
    Ebbene il natio borgo fu proprio quello:
    naschiu e creschiu in cussa idda a “lacana” con la sua, povera di speranze ma ricca di memorie. Che ogni tanto ritornano, qui, nel capoluogo-nidodicorvi dove vivo da diversi lustri.
    Stasera, proprio stasera, poche ore fa, mi trovavo nella sua Macopsissa a rievocare per alcuni suoi concittadini qualche frammento di quelle memorie. Un reading, come li chiamano adesso, una lettura sonora, con un trio jazz. E contos che avevano come sfondo quei luoghi attraversati dalla gloriosa linea delle fcs. Pensi un po’.
    Viva il Marghine. Ma anche la Planargia. E viva gf.

  11. Sono il solito gaffeur… Niente contro Sindia, e ci mancherebbe!, e men che meno contro i sindiesi, hombres verticales come pochi altri. Per quanto frughi nella memoria, non mi sovvengono traffici amorosi con le sue concittadine, alcune delle quali frequentavano il mio stesso liceo, e questo esclude una prima possibile causa di malanimo. L’altra, il ricordo di ataviche bardane, non sarebbe davvero sufficiente a giustificare ruggini, che a bardana dalle nostre parti si è sempre risposto con bardana, e le cose andavano in pari (a meno che qualche hombre vertical non si trovasse in posizione orizontal… Ma era raro, almeno in quei frangenti). Il mio non immaginarla sindiese (anche se, in verità, per un attimo il pensiero: “E se invece fosse proprio di Sindia?” ha acceso i pochi “special” ancora funzionanti delle mie sinapsi cerebrali) era in relazione alla cappa carica di sabbia sulla costa dell’incipit e all’invito a raggiungere Suni per sfuggire il caldo dell’epilogo: ho dunque immaginato che il suo borgo fosse più vicino al mare e a un’altitudine più bassa di Suni. Il che, appunto, escludeva Sindia. Ma ho puntualmente sbagliato, e ti pareva! Ma sono certo che non me ne vorrà. Per il resto, mi spiace molto non essere stato “in bidda”, l’altra sera. Non avrei mancato l’appuntamento, puo contarci. Ora , però, mi resta ruciante la curiosità di quei frammenti. E confido nella sua generosità per esserne messo in qualche modo a parte. Si conduca bene, per quel che è possibile nel nido-di-corvi che la ospita. E que viva siempre Birambai.

  12. utente anonimo said

    GRAZIE BIRAMBAI!Per i racconti-ricordi,la serata,la musica…Laura,la bella, e gli altri tutti contenti;) VI ASPETTIAMO IN “BIDDA” E…MAGARI A CA!! PER ORA SONNOS DE ORO E…BAE IN BON ORA

  13. tottichapo said

    Aspetterò il 23 giugno e per quella data cercherò anche di essere a Bosa.
    Carlotta

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