ottobre 29, 2005

                                                                Lacanas

Un sabato pomeriggio era sparita l’ombra del campanile e qualcuno sosteneva di averne visto un pezzetto nel contenitore delle mentine dentro il negozio di Paolino Baralla. Ma questa non ve la posso raccontare.

A Lacanas, il paese che confina col mio, succedono cose strane. Così strane che tutti, quando sentono parlare di una storia singolare, dicono: “Sembra di Lacanas!”
I suoi abitanti sono bizzarri fin dalla tenera età.
Io non ci volevo credere, saranno come tutti gli altri, mi dicevo. Ma un giorno ho sentito questo dialogo fra un bambino e la sua mamma:
– Mà, il gatto ha detto miao.
– mmmh.
– …
– Mà, mì che il gatto ha detto di nuovo miao.
– E perché ha detto di nuovo miao, il matto?
– Perché ha visto il pesce.
– Che pesce?
– Quello dipinto nella maiolica.
E questo dialogo è durato non meno di sette minuti. Per colpa del gatto, che miagolava solo una volta ogni tre minuti, e perché i lacanesi parlano piano piano. Però in tutto quel tempo Giangi ha osservato la mamma che lavava i piatti e il disegno sulla piastrella della cucina, lo stesso disegno che guardava anche il gatto, un pesce marrone con la testa grande.

Un’altra volta, passando di là, ho visto Antonio Cariasa, quello che tutti chiamavano Matteotti. Lo chiamavano così perché era socialista e aveva una figlia che si chiamava così: Matteotti di nome e Cariasa di cognome. Anche quel giorno Antonio stava arringando le folle col suo immancabile comizio che teneva tutte le domeniche, alle undici, davanti al monumento ai caduti. Nello slargo c’erano vecchi e bambini, casalinghe e muratori, il fabbro, il falegname, tre contadini, Giangi e il suo gatto e un perito elettronico. Tutti ascoltavano a bocca aperta, tranne il gatto che così fermo sembrava morto ma stava dormendo.
Antonio dopo una pausa più lunga del solito, sembrava aver perso il filo del discorso e non si decideva a riprendere. Allora qualcuno aveva applaudito e aveva detto “Avanti!”. Lui aveva chiuso con grande enfasi: “…perché il nostro paese è veramente autonomo, sinceramente autonomo, autenticamente autonomo e dunque la lotta di classe e pertanto mi dimetto per futili motivi”. Non si è mai saputo se intendesse dire utili motivi, ma i lacanesi erano tornati a casa contenti di aver assistito a quel memorabile discorso. Però Antonio non si era dimesso e ancora fa il consigliere comunale d’opposizione.

Un’altra volta ho visto uno, tale Bachisio Barraccocco, che attraversava il paese trascinando una quercia. Sembrava Gesù Cristo sardo con la croce. A Bachisio era successo questo.
La moglie era una preveggente e siccome vedeva un sacco di robe non riusciva mai a prendere sonno, anche perché era molto pettegola e voleva vedere in anticipo le cose per andarle a spifferare in giro. Per dormire doveva contare le pecore. Una notte era arrivata a centotrentuno e non riusciva più ad andare avanti. Allora aveva svegliato il marito: “Ne manca una” -gli aveva detto- “te l’hanno rubata”.
Lui era saltato giù dal letto come una molla e stava per uscire così com’era, con la doppietta in spalla. Poi ci aveva ripensato e aveva preso la motosega. E dunque era uscito in mutande con la motosega. Aveva puntato dritto verso le campagne di Furanzones, l’altro paese confinante. Dopo circa sette chilometri aveva notato che dalla capanna di Cesare il porcaro si levava una striscia di fumo: “Lì hanno arrostito pecora” aveva detto fra sé e sé. Allora, con fare furtivo, si era avvicinato al recinto dei maiali e voleva motosegare la scrofa per darla in pasto al verre. Ma vedendo i maialini che suggevano dalle mammelle si era impietosito e aveva deciso di vendicarsi tagliando una pianta del querceto. Poi, siccome si caricava tutto in spalla, l’aveva trasportata fino a Lacanas, anche per far vedere alla moglie che lui era uomo degno di rispetto. La moglie aveva esclamato: “Vai vai, che io ghiande non ne voglio contare, che meglio sto sveglia per sempre!”.

Così è.

ottobre 18, 2005

Risale a un po’ di tempo fa questo maldestro tentativo di rendere omaggio a quello che considero uno dei più grandi scrittori viventi, e non solo per la drammaturgia. La settimana scorsa Harold Pinter ha vinto il Nobel per la letteratura e mi son detto che ogni tanto succede qualcosa di giusto.

 

Dissolvenza incrociata

Il camerino di un teatro. Interno. Notte.
La macchina da presa inquadra, in piano sequenza, una parrucca buttata per terra, alcuni costumi di scena su un appendiabiti, una fila di lampadine bianche che illuminano lo specchio, una parete dove sono appuntate diverse locandine. Fra queste, si sofferma su Il ritorno a casa di Harold Pinter.
Fuori campo, piccoli rumori indefiniti e una voce maschile
.

– No, così non si può andare avanti. Non posso faticare tanto, alla mia età, per vedere lo spettacolo che frana giorno dopo giorno per colpa di un imbecille –

Ripresa sullo specchio. Riflessa, l’immagine di un vecchio attore che si strucca lentamente. Primissimo piano.

– Te l’avevo detto di scritturare un attore con più esperienza. Questo qui ha ancora la testa piena di esercizi da accademia, dice tutto con quell’insopportabile leziosità, senza un colore nuovo… dalla lettura a tavolino è sempre la stessa e noiosa cantilena. Perché canta, il bamboccio, canta, l’hai sentito, no? Canta ed è pure stonato come una capra! E poi non ascolta, non ascolta un cazzo, sbaglia i tempi. Se continua così, giuro che mando tutto al diavolo. Ho una carriera da difendere io, non posso sputtanarmi per colpa di un ragazzino presuntuoso. Per giunta stasera c’era anche la critica, chissà cosa scriveranno domani. (pausa)
– Non dici niente, eh! Beh, è chiaro, tanto a te cosa te ne può fregare, tu sei il regista affermato, l’avanguardia, il coraggio dell’originalità, quello che non sbaglia uno spettacolo. “Peccato che gli attori non siano all’altezza di tanta maestria” ecco cosa scriveranno, maledizione. 
(pausa) – Meerdaa! Parla, perdio, parla, dì qualcosa. 

 (Silenzio)

Si sente il rumore di una porta che si apre, dei passi. Nello specchio si vede una donna che avanza. Ha i bigodini in testa, una vestaglia da notte, le pantofole.

– Vuoi che ti riscaldi un po’ di latte? –

L’inquadratura si allarga. Si scopre che il camerino è stato costruito, come una gabbia di compensato, dentro una stanza disadorna, quasi del tutto spoglia. Si intravedono, addossati alle pareti un piccolo divano liberty, uno scaffale con pochi libri, un quadro con la cornice in oro foglia e uno scrittoio fine 800.

– Ma quante volte ti devo dire di non interrompermi mentre sto lavorando? Era urgente, ora, questa stronzata del latte? Sai cosa ne devi fare del tuo stupido latte? Sai dove ficcartelo?
– Ti fa male stare delle ore qui dentro, così, al buio, con le finestre chiuse. E’ dalle tre del pomeriggio che te ne stai a parlare da solo, sono le otto. Non hai un po’ di fame? Ti verrà un malanno se continui così…
– Finché non ho finito non devi rompermi le scatole! Vuoi lasciarmi in pace, per favore, stupida vecchia rimbambita? 
(In tono offeso) – Va bene, io vado a dormire, allora. Buonanotte. 
 
La donna esce dall’inquadratura, dentro lo specchio rimane solo lui, con uno sguardo di disappunto. 
Carrellata. In un campo più largo entrano, piano piano, altri ambienti, costruiti su un palcoscenico teatrale: un soggiorno, la cucina, la camera da letto, una piccola rampa di scale. La luce sfuma, lentamente, sul camerino, dove l’attore continua a passarsi del cotone sul viso. 
Ora è illuminata la cucina. La donna fruga dentro una credenza, prende una tazza, si versa del latte da un bricco che sta sui fornelli, lo beve. Poi si sposta, strascicando i piedi, verso la camera da letto. La luce segue il suo movimento. Si infila sotto le coperte, sistema i cuscini e prende un giornale. Arriva un uomo, all’apparenza più giovane. 
 
– Che ne hai fatto delle forbici? (Pausa). Ho detto che sto cercando le forbici. Che ne hai fatto? (Pausa). Mi hai sentito? Devo ritagliare un pezzo dal giornale. 
– Lo sto leggendo io, il giornale.  
– Non quello. Non l’ho nemmeno aperto, quello. Parlo di quello di domenica scorsa. (Pausa). 
Mi hai sentito? Ehi, dico a te! Dove sono finite le forbici? 
– (alzando lentamente la testa) Perché non chiudi il becco, coglione che non sei altro? ***

Si sente una voce, fuori campo: – Stooop, stop, va bene così-
Con una panoramica, l’inquadratura si allarga ancora. Svela che siamo su un set cinematografico, riprende i tecnici, le attrezzature, una parte dello studio in cui è stato montato il palcoscenico.

– Va bene così, bravi. Antonio, attento a non urlare troppo quando ti arrabbi e tu, Anna, spostati più lentamente dalla cucina, devi dare l’idea di una grande fatica, come se stessi andando in un luogo che rappresenta la tua condanna. Comunque va bene. Ora la rifacciamo da un’altra angolazione. 

 Piano americano sul regista: è riconoscibile un famoso attore che interpreta la parte di un famoso regista. Dissolvenza incrociata. 
Lo stesso attore, ripreso di spalle, sta ora scrivendo in una stanza del suo appartamento. Dettaglio sul foglio e la matita che scorre: le ultime parole sono “dissolvenza incrociata”. 
Nero, a sfumare.
 

 
*** Da “Il Ritorno a casa” di H. Pinter

ottobre 14, 2005

così pensava   (balentias/ due)

 

Senza sguardo, come il San Giovanni di gesso malamente colorato nella cappella della chiesa del Rimedio: così era la faccia di Demetrio Salaris, la mattina del 25 ottobre. E tutto il suo corpo era spento. Solo la mano destra, protesa a ricevere le condoglianze, pareva ogni tanto animarsi di un lieve sussulto. Tutto il resto era morto. Gli occhi corvini, che per cinquant’anni avevano espresso fierezza e coraggio, sembravano immersi in un mondo di tenebre. Cupo, nel suo abito scuro di vedovo, comunicava quella debolezza un po’ ricurva che tante volte aveva deriso, da uomo balente qual era.

Le attitadoras, instancabili, ancora neniavano le virtù di Teresa, donna e sposa esemplare e mamma adorata e devota. E miele più non c’è e ora carezze di angeli e questa falta chi la riempie e come farà quella casa a risplendere ancora.

Per fortuna Demetrio Salaris non sentiva. Il dolore l’aveva isolato dal mondo e in quel momento gli rombava in testa solo un suono impastato, una muida atroce e sfuggente. Niente udiva di tutte le frasi solidali che la gente gli ripeteva da ore.  

La fila di persone, davanti alla bara, diventava sempre più lunga. C’erano tutti, proprio tutti, a condividere il lutto con l’uomo più potente di Sunis, dalle autorità del paese fino all’ultimo dei servi pastori. Ma quell’uomo, schiantato dall’improvvisa scomparsa della moglie, non riconosceva nessuno, non distingueva più il povero dal ricco. E gli altri non riconoscevano lui, tanto era trasfigurato.

Sembrava impossibile che quella giovane donna che Demetrio aveva sposato per scommessa, che aveva comprato in cambio di una tanca a Badde ‘Arrozza, potesse, così piccola, influire così tanto nella sua vita. E invece gliel’aveva fatta. L’aveva steso al suolo e aveva pestato la sua carne, davanti allo sguardo incredulo della comunità. Demetrio Salaris era adesso una pecora cadhighinosa, una di quelle bestie che stanno al mondo per fare ombra.

Così pensava Teresa Demontis, a mezzogiorno del 24 Ottobre, mentre dall’alto della rupe guardava, sorridendo, lo specchio d’acqua di Poggiu ‘e Martine.

 


Su mele puzoninu     

chi como t’es finidu       

su mele de sa chera
chi bundabat che bena.

como pius non d’asa
totu inidu che l’asa

 

 

 

 

 

 

ottobre 13, 2005

Balentias (uno)

A Sunis dovevano ancora stabilire chi fosse il più balente del paese.
Dopo quaranta giorni di prove massacranti, erano rimasti in gara solamente Bobore Frissura e Billia Corbinzolu. Il primo, meglio conosciuto come “Culunzone”, era noto in paese per la strabiliante capacità del suo stomaco di fronte ai ravioli fatti in casa (dieci centimetri per dieci). Si raccontava che fosse riuscito a mangiarne 164 in una sola volta, contro tutte le regole della fisica. E della capacità, appunto. Il secondo si portava dietro il soprannome di “Romanu”, forse eredità degli antenati che vantavano antiche origini continentali o, più presumibilmente, da quella volta che dopo un viaggio di tre giorni a Roma, in visita al Papa, era tornato a Sunis con un accento vagamente capitolino e aveva pronunciato la frase “non me ce drovo più in st’ impedrado !”
Dunque Bobore e Billia (o, se preferite, Culunzone e Romanu) erano i finalisti.
Avevano eliminato oltre quaranta concorrenti, compresi fra i diciotto e i cinquant’anni, vincendo con relativa facilità in tutte le discipline: dalla morra a s’istrumpa, dalla mungitura con una sola mano alla tosatura della pecora nera, dal salto a piè pari con i “cusinzos”, gli scarponi pesanti due chili l’uno, all’uso della “lesorza” in tutti i suoi possibili impieghi. Si erano distinti nelle acrobazie a cavallo, nel cavalcare tenendo in groppa una vitella di 120 chili, nel riuscire a contare più di trecento pecore senza addormentarsi, nello stordire a testate il montone più grosso del circondario. Avevano sbaragliato il campo nelle prove di stappatura di birra Ichnusa con i denti, nella resistenza a stare in piedi dopo mezzo litro d’acquavite e nell’invenzione dei peggiori insulti da rivolgere ai pastori del vicino paese di Birimbò. Erano risultati i più bravi anche nell’attitudine al commercio con i turisti, riuscendo, nelle semifinali, a vendere trentaquattro forme di pessimo pecorino ai frequentatori della spiaggia di Frigau marina e spacciando come pranzo tipico della Barbagia -al costo di trenta euro- un piatto fatto di solo pane carasau e poche gocce d’olio d’oliva ad una comitiva di cento pensionati brianzoli.
Ora si dovevano fronteggiare nelle ultime fatiche che la giuria aveva stabilito per loro.
Dopo un lunghissimo dibattito, il presidente della commissione esaminatrice, Antoni Tilingone, aveva radunato in piazza l’intera comunità e aveva spiegato i termini della questione. Poiché nelle gare di forza e di destrezza i due balentes si erano equivalsi, si era deciso di valutarne il loro grado d’istruzione con un test di cultura generale e, in caso di ulteriore parità, a mò di spareggio, di far combattere i loro cani, considerati da sempre i più feroci cani pastori che la gente avesse mai visto nelle campagne di Sunis, in una lotta all’ultimo sangue. Dopo un breve applauso della folla, il presidente aveva invitato i due candidati a stringersi la mano e aveva dato appuntamento al giorno successivo in sa Piatta Manna, per le nove del mattino.
Il giorno dopo, all’ora stabilita, erano tutti radunati in piazza. Tilingone aveva tirato fuori un numero della settimana enigmistica del 1965 e a voce alta aveva letto due definizioni da un cruciverba di Bartezzaghi : “E’ bianca a Washington, quattro lettere”… “Sei romano, due lettere”.
Dopo un quarto d’ora di sofferta concentrazione gli sfidanti avevano scritto le loro risposte in un foglietto di carta e l’avevano consegnato a Maria Piliruja, la segretaria della giuria. In un crescendo di tensione, il pubblico aveva cercato di carpire il verdetto dagli sguardi dei giudici che leggevano con estrema calma le soluzioni proposte. Poi, chiedendo il silenzio assoluto, Antoni Tilingone si era alzato in piedi e con rassegnazione aveva detto: – Anche questa gara finisce in parità, hanno risposto entrambi correttamente. Alla prima domanda sia Bobore che Billia hanno risposto NEVE, ed è giusto, alla seconda uno ha risposto SI’ e l’altro ha risposto NO, ed è corretto in tutt’e due i casi, perché ci sta e perché uno solo di loro è romano, anche se si chiama Corbinzolu.-
Alcuni risero, fra l’incredulità e lo stupore, altri cominciarono a pensare che ne avrebbero visto delle belle, qualcuno mormorò che non era giusto affidare la sentenza finale sulla valentia di un uomo alla ferocia del suo cane. Ma così era stato deciso.
Si stabilirono poche regole: 1) la lotta doveva svolgersi al chiuso, in una stanza di una casa colonica alla periferia del paese. 2) dentro la stanza, assieme ai cani, potevano stare solo i loro proprietari. 3) la gara non poteva durare più di cinque minuti e la vittoria poteva essere assegnata anche ai punti dal veterinario di Sunis che avrebbe giudicato la migliore integrità fisica dopo la lotta.
Una settimana dopo arrivarono in paese centinaia di curiosi, anche dalle località vicine. Fu istituito un servizio d’ordine per contenere la folla schierata intorno all’ovile designato come campo di gara. In un frastuono di voci delle avverse tifoserie e fra nuvole di polvere, sollevate da quelli che nelle ultime file saltavano per cercare di vedere qualcosa, i due rivali si diressero verso la stanza, tenendo al guinzaglio Runzinu e Pensapodè, spaventati da quanto succedeva intorno e pertanto mansueti come due agnellini. Una volta dentro la stanza, porte e finestre furono sprangate e Tilingone, con un colpo di fucile caricato a salve, diede inizio alla sfida. Per tre minuti non si sentirono che urla disumane, incitamenti selvaggi, ringhi inaudibili. Poi silenzio. Dopo una lunga attesa, i commissari di gara si consultarono e decisero di aprire la porta. Lo fecero con grande cautela, facendo allontanare i curiosi.
Sul pavimento, al centro della stanza, giacevano le due code dei pastori fonnesi, una vicina all’altra, inanimate. Nient’altro: i cani pastori e i pastori erano spariti, divoratisi gli uni con gli altri.
Per trovare il più balente di Sunis si doveva ricominciare da capo.

ottobre 6, 2005

gli addii son fatti di di

 

D’istanti

di letti diletti

d’istinti diversi

di vani diamanti

di amanti

di scorsi discorsi

di versi di lemmi

di verbi di segni

di oscuri disegni

di fatti distanti

dichiari

 

 

divaghi

 

 

di vaghi dimani

di visi di mani

di età di visioni

di stretti divari

di radi diverbi

di stinti divani

di rei di missioni

 

 

dilaghi

 

 

di sdegni di sfide

di chiari dispregi

di sonori dileggi

di leggi

 

 

dichiari di stacchi

dilati distanze

dimostri distacchi

diradi

 

diparti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ottobre 5, 2005

 

POROPOPO’ : da un verbale di  consiglio comunale dopo la guerra dei cento paesi.