ottobre 14, 2005

così pensava   (balentias/ due)

 

Senza sguardo, come il San Giovanni di gesso malamente colorato nella cappella della chiesa del Rimedio: così era la faccia di Demetrio Salaris, la mattina del 25 ottobre. E tutto il suo corpo era spento. Solo la mano destra, protesa a ricevere le condoglianze, pareva ogni tanto animarsi di un lieve sussulto. Tutto il resto era morto. Gli occhi corvini, che per cinquant’anni avevano espresso fierezza e coraggio, sembravano immersi in un mondo di tenebre. Cupo, nel suo abito scuro di vedovo, comunicava quella debolezza un po’ ricurva che tante volte aveva deriso, da uomo balente qual era.

Le attitadoras, instancabili, ancora neniavano le virtù di Teresa, donna e sposa esemplare e mamma adorata e devota. E miele più non c’è e ora carezze di angeli e questa falta chi la riempie e come farà quella casa a risplendere ancora.

Per fortuna Demetrio Salaris non sentiva. Il dolore l’aveva isolato dal mondo e in quel momento gli rombava in testa solo un suono impastato, una muida atroce e sfuggente. Niente udiva di tutte le frasi solidali che la gente gli ripeteva da ore.  

La fila di persone, davanti alla bara, diventava sempre più lunga. C’erano tutti, proprio tutti, a condividere il lutto con l’uomo più potente di Sunis, dalle autorità del paese fino all’ultimo dei servi pastori. Ma quell’uomo, schiantato dall’improvvisa scomparsa della moglie, non riconosceva nessuno, non distingueva più il povero dal ricco. E gli altri non riconoscevano lui, tanto era trasfigurato.

Sembrava impossibile che quella giovane donna che Demetrio aveva sposato per scommessa, che aveva comprato in cambio di una tanca a Badde ‘Arrozza, potesse, così piccola, influire così tanto nella sua vita. E invece gliel’aveva fatta. L’aveva steso al suolo e aveva pestato la sua carne, davanti allo sguardo incredulo della comunità. Demetrio Salaris era adesso una pecora cadhighinosa, una di quelle bestie che stanno al mondo per fare ombra.

Così pensava Teresa Demontis, a mezzogiorno del 24 Ottobre, mentre dall’alto della rupe guardava, sorridendo, lo specchio d’acqua di Poggiu ‘e Martine.

 


Su mele puzoninu     

chi como t’es finidu       

su mele de sa chera
chi bundabat che bena.

como pius non d’asa
totu inidu che l’asa

 

 

 

 

 

 

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5 Risposte to “”

  1. Giro anche in questo spazio il commento alla sua gradita incursione in domo mea. Coltivo il ragionevole convincimento che assonanze, consonanze e coincidenze posseggano valenze che vanno oltre il caso, caro Birambai. Non ho, ahimè, prospettive di sbarchi immediati nell’Insula (e lei comprenderà quanto ciò mi dolga). Mi consolerò acquistando le pagine di Angioni, nella certezza di un’alba ispirata e benedetta da una provvida Mater Matuta. Sarà un modo per essere a Nugoro almeno in spirito (mentre voi, ne sono certo, spenti i microfoni avrete il vostro bel daffare con altri spiriti, liquidi, di natura e provenienza varie…). Ancora complimenti per i suoi squinternati balenti suniesi. E per il bel racconto della caduta libera di Demetrio, dalle altezze smargiasse della balentìa alle profondità di una solitudine che la vendicativa mancanza di rispetto dei paesani renderà ancor più dolorosa. Salaris, pecora cadhighinosa, finirà per essere uno dei tanti “che stanno al mondo solo perchè c’è posto” (mi permetta di citare il più grande di tutti, don Salvatore Satta). Non si schermisca se le dico che, per il pochissimo che io posso capire, lei ha davvero talento. Salute e, ovviamente, grano.

  2. utente anonimo said

    Impietoso ritratto di un balente decaduto, travolto dalla balentìa della sua giovane moglie…
    Mi piace il taglio quasi cinematografico che hai dato alle sequenze del testo: si parte dal primissimo piano sullo sguardo impietrito di Demetrio, per proseguire, come in un piano sequenza con carrellata all’indietro ad aprire il campo visivo, prima sulle instancabili attitadoras e poi sul fiume di gente. Infine, stacco sulla bellissima immagine di Teresa sorridente in cima alla rupe, prima di fare il gran balzo. Bellixeddu meda!

    ps. per mio gusto personale, toglierei le virgolette (al massimo, le sostituirei col corsivo) a tutti i termini in lingua sarda.

    macaco

  3. birambai said

    Fatto, cara macaco. Si sa, la classe non è acqua. basos

  4. triana said

    Docce scozzesi queste balentias, l’altra mi ha fatto sganasciare, questa quasi pirandelliana, con un finale superbo, estremo e inaspettato quanto logico e credibile , non fa una grinza.
    Ma dopo quello che tihanno detto neidue commenti sopra che te devo dì? Sottoscrivo. Grande sei !

    P.S. Oggi piazzare i commenti è un’impresa, ci riprovo per l’ennesima volta.

  5. ritabonomo said

    questa, lo sai che l’adoro questa storia, spero tanto tu l’abbia adottata per le Amantidi.
    E guarda che non è che m’imbosco, è che ogni tanto orseggio per poter essere stanata.
    🙂
    bacioTI

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