ottobre 18, 2005

Risale a un po’ di tempo fa questo maldestro tentativo di rendere omaggio a quello che considero uno dei più grandi scrittori viventi, e non solo per la drammaturgia. La settimana scorsa Harold Pinter ha vinto il Nobel per la letteratura e mi son detto che ogni tanto succede qualcosa di giusto.

 

Dissolvenza incrociata

Il camerino di un teatro. Interno. Notte.
La macchina da presa inquadra, in piano sequenza, una parrucca buttata per terra, alcuni costumi di scena su un appendiabiti, una fila di lampadine bianche che illuminano lo specchio, una parete dove sono appuntate diverse locandine. Fra queste, si sofferma su Il ritorno a casa di Harold Pinter.
Fuori campo, piccoli rumori indefiniti e una voce maschile
.

– No, così non si può andare avanti. Non posso faticare tanto, alla mia età, per vedere lo spettacolo che frana giorno dopo giorno per colpa di un imbecille –

Ripresa sullo specchio. Riflessa, l’immagine di un vecchio attore che si strucca lentamente. Primissimo piano.

– Te l’avevo detto di scritturare un attore con più esperienza. Questo qui ha ancora la testa piena di esercizi da accademia, dice tutto con quell’insopportabile leziosità, senza un colore nuovo… dalla lettura a tavolino è sempre la stessa e noiosa cantilena. Perché canta, il bamboccio, canta, l’hai sentito, no? Canta ed è pure stonato come una capra! E poi non ascolta, non ascolta un cazzo, sbaglia i tempi. Se continua così, giuro che mando tutto al diavolo. Ho una carriera da difendere io, non posso sputtanarmi per colpa di un ragazzino presuntuoso. Per giunta stasera c’era anche la critica, chissà cosa scriveranno domani. (pausa)
– Non dici niente, eh! Beh, è chiaro, tanto a te cosa te ne può fregare, tu sei il regista affermato, l’avanguardia, il coraggio dell’originalità, quello che non sbaglia uno spettacolo. “Peccato che gli attori non siano all’altezza di tanta maestria” ecco cosa scriveranno, maledizione. 
(pausa) – Meerdaa! Parla, perdio, parla, dì qualcosa. 

 (Silenzio)

Si sente il rumore di una porta che si apre, dei passi. Nello specchio si vede una donna che avanza. Ha i bigodini in testa, una vestaglia da notte, le pantofole.

– Vuoi che ti riscaldi un po’ di latte? –

L’inquadratura si allarga. Si scopre che il camerino è stato costruito, come una gabbia di compensato, dentro una stanza disadorna, quasi del tutto spoglia. Si intravedono, addossati alle pareti un piccolo divano liberty, uno scaffale con pochi libri, un quadro con la cornice in oro foglia e uno scrittoio fine 800.

– Ma quante volte ti devo dire di non interrompermi mentre sto lavorando? Era urgente, ora, questa stronzata del latte? Sai cosa ne devi fare del tuo stupido latte? Sai dove ficcartelo?
– Ti fa male stare delle ore qui dentro, così, al buio, con le finestre chiuse. E’ dalle tre del pomeriggio che te ne stai a parlare da solo, sono le otto. Non hai un po’ di fame? Ti verrà un malanno se continui così…
– Finché non ho finito non devi rompermi le scatole! Vuoi lasciarmi in pace, per favore, stupida vecchia rimbambita? 
(In tono offeso) – Va bene, io vado a dormire, allora. Buonanotte. 
 
La donna esce dall’inquadratura, dentro lo specchio rimane solo lui, con uno sguardo di disappunto. 
Carrellata. In un campo più largo entrano, piano piano, altri ambienti, costruiti su un palcoscenico teatrale: un soggiorno, la cucina, la camera da letto, una piccola rampa di scale. La luce sfuma, lentamente, sul camerino, dove l’attore continua a passarsi del cotone sul viso. 
Ora è illuminata la cucina. La donna fruga dentro una credenza, prende una tazza, si versa del latte da un bricco che sta sui fornelli, lo beve. Poi si sposta, strascicando i piedi, verso la camera da letto. La luce segue il suo movimento. Si infila sotto le coperte, sistema i cuscini e prende un giornale. Arriva un uomo, all’apparenza più giovane. 
 
– Che ne hai fatto delle forbici? (Pausa). Ho detto che sto cercando le forbici. Che ne hai fatto? (Pausa). Mi hai sentito? Devo ritagliare un pezzo dal giornale. 
– Lo sto leggendo io, il giornale.  
– Non quello. Non l’ho nemmeno aperto, quello. Parlo di quello di domenica scorsa. (Pausa). 
Mi hai sentito? Ehi, dico a te! Dove sono finite le forbici? 
– (alzando lentamente la testa) Perché non chiudi il becco, coglione che non sei altro? ***

Si sente una voce, fuori campo: – Stooop, stop, va bene così-
Con una panoramica, l’inquadratura si allarga ancora. Svela che siamo su un set cinematografico, riprende i tecnici, le attrezzature, una parte dello studio in cui è stato montato il palcoscenico.

– Va bene così, bravi. Antonio, attento a non urlare troppo quando ti arrabbi e tu, Anna, spostati più lentamente dalla cucina, devi dare l’idea di una grande fatica, come se stessi andando in un luogo che rappresenta la tua condanna. Comunque va bene. Ora la rifacciamo da un’altra angolazione. 

 Piano americano sul regista: è riconoscibile un famoso attore che interpreta la parte di un famoso regista. Dissolvenza incrociata. 
Lo stesso attore, ripreso di spalle, sta ora scrivendo in una stanza del suo appartamento. Dettaglio sul foglio e la matita che scorre: le ultime parole sono “dissolvenza incrociata”. 
Nero, a sfumare.
 

 
*** Da “Il Ritorno a casa” di H. Pinter

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