novembre 1, 2005

                                                        Lupus et agnus     

No, è che io a un certo punto pensavo proprio d’aver visto l’uomo lupo, stamattina. Ma non per la barba che gli saliva fino agli zigomi e i peli che gli spuntavano dalle orecchie, i casi d’irsutismo sono piuttosto frequenti nella nostra clientela. E neppure per quelle unghie adunche con le quali serrava un vecchio libretto di risparmio. Anche quella roba lì l’avevo già vista, più o meno uguale e anche di più, in quei tizi che tengono ben curata l’unghia del mignolo lunga due centimetri come se fosse un cornetto scacciaiella o un ex-voto per la madonna del mare. No, è che a un certo punto quel signore davanti alla cassa, con lo scontrino salvacoda numero 782, mi ha detto: “vorrei fare uuuuuuu uuuuuuuun prelevamento”. Non sapevo se mettermi a ridere o se chiamare aiuto, perché era chiaro, chiaro come il sole di maggio, che in quel momento mi trovavo in preda a uno stato di allucinazione. Ma forse è solo un calo degli zuccheri, ho pensato, è che la mattina devo abituarmi a fare una colazione più abbondante, anziché il solito caffè nero e sigaretta. E anche quel battito extrasistolico di mezz’ora prima era stato un chiaro avvertimento. Allora ho detto prego mi dica quanto vuole prelevare e lui mi ha risposto vediamo prima quanto c’è. Forse ha aggiunto anche un piccolo risolino, ora non ricordo.
Ho preso il libretto, pronto ad aggiornare il nuovo saldo e fare presto l’operazione, non vedevo l’ora di liberarmi di quella sgradevole sensazione e fare una pausa al vicino bar di signora Maria. Ma come l’ho aperto è saltato fuori un foglietto con una scritta a pennarello rosso: questa è una rapina, se non fai presto ti faccio saltare le cervella. Ho sollevato lo sguardo e prima di mettere a fuoco la pistola che il tipo mi puntava contro ho visto i suoi occhi: cazzo aveva anche gli occhi da lupo mannaro, infuocati e brillanti come lampadine.
– Mi scusi, mi dica quanto vuole prelevare, sa non mi sento tanto bene, ho un’allucinazione da fame, credo che sia meglio se concludiamo la transazione dalla mia collega alla cassa due, venga l’accompagno- ho detto, sforzandomi di sorridere con gentilezza. La cosa si faceva preoccupante, le visioni sempre più inquietanti.
– Voglio tutto quello hai, stronzo. Hai dieci secondi di tempo per travasare il contante da quel fottuto cassetto in questo strafottuto sacchetto. Poi ci vado da solo dalla tua collega della cazzo della due.
– Basta, la pianti con questa sceneggiata, ora mi fa anche i giochi di parole? Ma non vede che sto male? Non ho voglia di scherzi.
Il tipo aveva cominciato il countdown, era arrivato a cinque. Non sapevo come uscire da quella specie di incubo. Così mi sono deciso ad assecondare il sogno.
– L’hai voluto tu, lupo delle mie fiabe, mister Hyde di provincia, dottor Jekill dei miei coglioni. Ma chi ti credi di essere? Guarda che Fedro l’ho studiato anch’io, pezzo di merda! Beeeee, beeeee, beeeeeeee!
Belavo a squarciagola, in piedi sulla sedia ergonomica, in una delle mie più riuscite imitazioni dell’agnello da latte. Lui, il tipo, mi guardava come se stesse vedendo l’invasione degli ultracorpi. Poi ho sentito un forte dolore alla testa e sono svenuto.
Quando mi sono risvegliato, la mia collega mi stava medicando una ferita all’altezza della tempia. Il capoufficio faceva dei calcoli e discuteva al telefono con qualcuno. Il maresciallo Cadoni guardava un filmato del sistema a circuito chiuso.
-E’ lui, – stava dicendo – non c’è dubbio, stavolta ha usato il travestimento da lupo mannaro. Ma lo acciufferemo, statene certi.  Poi, rivolto a me: – come sta signor Angioni, tuu tuuuuutto bene? Cadoni è balbuziente, si sa.   

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