gennaio 21, 2006

 

                                   DEPIDOS

A Depidos, il ventiquattro Luglio del 1998, alle due del pomeriggio,  il mare non respira più. Una calma irreale avvolge ogni angolo dell’insenatura, sembra che il cielo abbia ordinato la fine.

I bagnanti, che fino a pochi minuti prima avevano invaso la spiaggia, sono tornati alle loro case ad affettare pomodori e mozzarelle. Hanno lasciato nell’aria solo uno sgradevole profumo di oli abbronzanti. Il riverbero delle loro vocali aperte è già svanito fra gli ombrelloni tutti uguali del Villaggio Costablù.
Un cormorano galleggia, fermo, vicino agli scogli. Un vecchio signore staziona lontano dal bagnasciuga, con le gambe ricoperte di sabbia rovente. Entrambi sembrano morti. Solo una cicala, nascosta in un cespuglio di ginepro, sfida quella muta fissità della controra e fa risuonare i suoi timballi, con ritmo regolare.

In quel momento, un uomo guarda dalla finestra della sua stanza d’albergo. Guarda verso l’orizzonte. Forse pensa ai creditori che lo stanno cercando, alle mancate plusvalenze, all’incontro della sera prima, in un ristorante di Milano. Forse no.  Forse pensa al fastidio che in certi casi recano  le suonerie dei telefoni. Per questo, forse, tiene premuto il pollice della mano destra sul tasto rosso del cellulare.

Poco dopo, si stanca di guardare l’infinito. Raggiunge la porta della camera n. 117 e scende le scale dell’albergo. Attraversa il piccolo vialetto dell’Hotel Buffi e avanza, lentamente, sull’arenile. Il suo sguardo è assente. Vestito di tutto punto, con giacca e cravatta e lucidi mocassini,  cammina senza guardare per terra, inciampando due volte nel blu delle sedie a sdraio abbandonate disordinatamente dai turisti. Procede senza indugi, fino alla riva. Si leva le scarpe e con la mano sinistra verifica la temperatura dell’acqua. Poi comincia a spogliarsi, piega con cura l’abito e la camicia e si siede. Da una tasca tira fuori un’agendina e con la sua Montblanc vi annota qualcosa. Subito dopo, in mutande e con l’orologio al polso, affonda le caviglie nel gorgo della risacca. Punta verso il largo e per un istante incrocia gli occhi annoiati del cormorano.

Lì, in quel punto, il fondale è basso per un lungo tratto. Passano venti secondi, prima che l’acqua gli arrivi alla pancia. Altri venti, perché gli ricopra le spalle. Quando solo la testa emerge dall’acqua, si ferma.

Rimane così, per quasi un minuto, con gli occhi che sembrano cercare lontananze impossibili. Poi avanza ancora. E ancora, fino a sparire. Il mare torna piatto come l’olio.

Il vecchio osserva tutto, dalla sua immobilità terapeutica.

Dopo dieci minuti, aiutandosi con un bastone, si solleva lentamente dalla coltre giallognola. Con l’asciugamano si pulisce le gambe ossute che a stento lo tengono in piedi. Con pigrizia reumatica, Antonio Furreddu, ex capraio delle montagne d’Ogliastra, si dirige verso quel mucchietto di indumenti abbandonati al sole. Arriva dopo un tempo che sembra interminabile. Fruga nelle tasche ed estrae una carta d’identità. La apre e legge: Gianluigi Bestini, immobiliarista. Guarda verso la collina di fronte, in direzione della cicala che da un minuto ha smesso di frinire.  Pensa, Antonio Furreddu. Poi, con mano sicura, prende l’agendina e la stilografica e scrive poche parole: bae in bon’ora.
Ripone tutto come prima e va via, verso la pineta. Il cormorano si tuffa e risale in superficie con una piccola mormora nel becco.

Sono le quattordici e trentasei.


A pochi chilometri di distanza, un bambino, seduto all’ombra di una quercia, sta calcolando con le dita il tempo che manca al suo bagno.

 

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10 Risposte to “”

  1. molto bello questo racconto che sembra sospeso in una piega del tempo, con i suoi ritmi talmente lenti da risultare ipnotici, eppure inqietante nelle sue descrizioni di un frammento di vita abitato dalla pacifica disperazione di chi ha deciso di porre fine a un’esistenza così perfetta e ordinata. la vecchiaia nella sua immensa saggezza, sa che non si devono disturbare coloro che hanno deciso, soltanto osservarli con gli occhi di chi ha vissuto molti e molti giorni. ciao Claudia

  2. Dal che si ricava che finire a bagno è comunque una condizione dell’esistere, e che il come e per quanto non sono semplici dettagli… Bravo, Giannigheddu!

  3. ansuini said

    porgo i miei distinti colonnello cossu. e riverisco

    A

  4. e sicchè, sabato “animerà” la serata al Trittico
    lo lessi or ora

  5. birambai said

    Cosa posso animare se son spento come una pila scarica! Diciamo che farò gli onori di casa. Devo ancora leggere il libro che dalle prime pagine sembra interessante. Un po’ ricorda la sua scrittura, Madame. Le rammento che lunedì c’è Moni Ovadia.

    Gieffe, è tutto un “poniebos a modde”

    Ansu, sai che non mi ero accorto dello stile verbalesco da benemerita! Aspetto sempre quella mail (a proposito allegaci il tuo indirizzo che ho da spedirti una cosa da parte di Mousikè.

  6. Sono corrispondenze che trovano il luogo perfetto. Testo amniotico, lo ricordavo bene.

  7. triana said

    Sottoscrivo seduta stante il commento dell’anonimo Claudia e di Ossodiseppia, che ci lascia sempre il tocco da maestro: testo amniotico! Anch’io lo ricordavo bene, mì, è bellissimo. Mi ricorda un po’, ma solo un po’, certi racconti del primo Calvino.

  8. ma veramente c’è Moni Ovadia a Nuoro?

  9. mrka said

    io invece ti critico.
    ( accidenti, lei scrive troppo raramente)

  10. Che succede? Siete spariti tutti? sigh e sniff…
    A parte questo lei è grande!

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