febbraio 19, 2006

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febbraio 16, 2006

Mario "Carnera"



Ti poteva capitare di vederlo alle sei del mattino, in pieno inverno, con i lampioni ancora accesi e il chiarore della brina sulle tegole e l’asfalto quasi bianco. E ti chiedevi come potesse resistere a quel freddo di galera, coperto da una misera giacchetta di flanella, appoggiato al muro, ad aspettare l’apertura dell’edicola.

Lo trovavi per caso alle due del pomeriggio, nel fuoco di luglio, in un disordine di gesti e di parole rivolte alla panchina vuota, di fronte alla chiesa: grondava di sudore e neanche ti guardava, preso com’era dal furore dialettico contro l’invisibile.

Qualche volta lo potevi osservare da lontano, andare velocissimo avanti e indietro, da una parte all’altra della strada, come un gigantesco Amleto tormentato dal dubbio, un leone prigioniero in un serraglio.

Ma se proprio lo volevi incontrare, dovevi andare al bar del centro. Lì, nel tardo pomeriggio, eri sicuro di trovarlo. Dal lunedì al sabato, dopo le cinque e fino alla chiusura, lui c’era sempre. Tutti i santi giorni.

Mario “Carnera” non saltava mai un appuntamento con le carte del tavolino all’angolo, quello dei campioni. Non giocava, che giusto a briscola poteva sfidare qualcuno, ma non si perdeva una mano di quel campionato senza fine fra i fuoriclasse del tressette. Ogni tanto gli facevano tagliare il mazzo, ed era contento così. Se ne stava in piedi, dietro uno dei giocatori della sua coppia preferita, piantava per terra il suo metro e novanta e seguiva in silenzio, fermo, senza lasciarsi sfuggire la benché minima mossa. Solo alla fine della partita, quando si rompeva la tensione e si dava sfogo ai commenti e ai quartini di vino, solo allora, cambiava espressione al suo volto e cominciava a muovere rapidamente le dita. Sembrava voler ripassare una sequenza di gioco per fissarsela bene nella mente: tre, nove, asso.

Gli altri ridevano. A me sembrava che ne sapesse più di tutti.

Ma io non andavo per vedere “Carnera” che contava. Andavo con la speranza di sentire Mario che diceva la Divina Commedia. E non per il gusto della canzonatura e dello scherno, ma perché quell’uomo, in quei momenti, mi sembrava un miracolo. La sapeva tutta a memoria e quasi ogni giorno ne declamava un pezzo, nel zilleri di Giovanni Colobra.

 

  Dai Mario facci sentire quello di Ugolino.

  Canto trentesimoterzo la bocca sollevò dal fiero pasto quel peccator forbendola a’ capelli del capo ch’egli avea diretro guasto…  

Finché qualcuno non lo interrompeva, con un grido da balente o una risata stronza. Allora diventava serissimo, faceva spallucce e se andava, senza neanche un saluto.  

– Dove vai, Mario? Di nuovo la testa ti fa male?

 

Non rispondeva. Usciva fuori, arrivava dietro l’angolo del tabacchino, e sperando che nessuno lo vedesse si tirava certi pugni sul cranio, come un pugile impazzito.

E il fisico da boxeur, Mario, ce l’aveva davvero. Pesava più di cento chili, aveva muscoli da vendere e assomigliava non poco a Primo Carnera. Per la stazza, per la riga perfettamente disegnata in mezzo ai capelli, per quella mania dei versi danteschi. A Sunis i soprannomi non venivano mai dati a caso.

Era stato un incidente in Germania, venti anni prima, a ridurlo così. Nel cinquantasei, quando era emigrato con altri giovani compaesani, era arrivato a Dusseldorf e aveva trovato lavoro in un’impresa di costruzioni edili. L’ideale, per lui, che di certo non si faceva spaventare dai blocchetti di cemento e i pesanti sacchi di calce. Subito era diventato un operaio modello, il fenomeno portato ad esempio, quello che di giorno lavorava come uno schiavo e la notte, nella solitudine tedesca, leggeva e rileggeva sempre lo stesso libro, il più bello, che se vuoi imparare bene l’italiano non puoi farne a meno e devi resistere al sonno e impararlo a memoria e fargliela vedere a questi crucchi.

Poi un giorno, mentre demolivano una casa, gli era crollato addosso un intero soffitto. Si era salvato per miracolo ma era rimasto un po’ strano. Si diceva che fortissime emicranie avessero continuato a tormentarlo, senza tregua, da quando si era risvegliato dal coma. E ogni volta erano pugni. Forti mazzate sulla testa, uppercut potenti sulle tempie che avrebbero steso chiunque.

L’avevano licenziato e rispedito in Italia.

 

Ecco, Marieddu “Carnera” era così: aveva una forza che avrebbe potuto spaccare il mondo e la usava solo contro se stesso. Come a volersi punire per quel ritorno da perdente. Per quella sfortuna che l’aveva costretto a una vita piccola, in compagnia della madre anziana e con quella misera pensione d’invalidità. Non avrebbe mai fatto male a una mosca e verso gli altri dimostrava invece una generosità fuori dal comune. Spesso la esternava in modo stravagante, questa sua bontà, ma il tratto nobile del suo carattere veniva sempre fuori, anche negli episodi più strambi. Mi raccontarono che una volta, mentre tornava a casa, aveva visto un ragazzino che faceva autostop sulla strada principale di Sunis.  – Dove vai- gli chiese. – A Sagama, ma non si ferma nessuno. – Vieni con me, ti accompagno io.

Mario non aveva l’auto. Allora se l’aveva caricato sulle spalle e aveva cominciato a correre in direzione del paese vicino, con il malcapitato che per tutti quei chilometri era diventato muto dal terrore.

Io gli volevo bene anche per queste cose a quella specie di Garrone adulto. E quando riuscivo a mettere da parte qualche spicciolo mi infilavo nel bar di Colobra e gli offrivo una birra. Lui, in cambio, mi recitava Dante.

 “La molta gente e le diverse piaghe avean le luci mie si inebriate che dello stare a piangere eran vaghe…”

Nel marzo del settantasette era sparito dalla circolazione. Da qualche settimana nessuno l’aveva più visto. Era strano, era come se fosse sparito il bancone del bar, ma nessuno si chiese il perché di quella prolungata assenza. Solo io me ne preoccupai e pensai  a una complicazione del suo male oscuro. Tornai a cercarlo per tutto il mese, ma niente: intorno al tavolo del tressette il più alto degli spettatori misurava un metro e sessantacinque. 

Dopo qualche tempo smisi di andare da Colobra. Senza il gigante, le carte mi sembravano il gioco più noioso del mondo e l’odore delle nazionali senza filtro una nauseabonda tortura.

A malincuore mi rassegnai all’idea di non incontrarlo più.

Poi, un giorno, in una delle mie solitarie passeggiate in campagna, vicino alla strada che portava al fiume, lo vidi da lontano. Era intento a scrivere su piccoli fogli di carta e a nascondere quelle composizioni sotto i sassi di un viottolo più a valle. Ogni tanto sollevava lo sguardo al cielo e si martellava la testa di pugni.  Non mi avvicinai, rimasi nascosto dietro una quercia e, quando lo vidi andar via, aspettai per un buon quarto d’ora prima di raggiungere il suo percorso segreto.

Ne aveva scritto a decine di quei biglietti: erano tutti messaggi d’amore.

Aveva preso piccole parti del quinto canto dell’Inferno e con una grafia elementare le aveva dedicate a Michela Pintore.

 “Farò come colui che piange e dice” c’era scritto nell’ultimo che lessi. E  sotto, a stampatello, A MICHELA.

Dunque Mario era innamorato e chissà per quanto tempo aveva coltivato in segreto la sua passione per la donna più bella di Sunis, la più corteggiata, la più sfuggente.

Me lo chiedevo, mentre rimettevo a posto i pezzetti di carta. E mi domandavo come mai Mario avesse deciso di abbandonare al caso quella sua confessione, come un naufrago che lascia alle onde un messaggio nella bottiglia. Che significato aveva quella dichiarazione d’amore affidata alla terra e alle pietre?

Lo capii qualche giorno più tardi, quando mi arrivò la notizia che Michela Pintore aveva ceduto alle lusinghe di Sebastiano Salaris, il ricco proprietario terriero che aveva passato la vita ad accumulare ricchezza e che improvvisamente  aveva deciso di sposarsi.

Lo compresi ancora meglio una settimana dopo, quando in un baleno si diffuse per tutta Sunis la voce della tragedia.

 

L’aveva trovato la madre, dentro la stanzetta dove dormiva. Con le mani insanguinate, con il cranio spaccato, con un ciuffo di capelli ancora attaccato ad uno spigolo del letto.

Tutti dissero che la pazzia prima o poi lo avrebbe ucciso.

Io pensai che “Carnera” aveva finalmente liberato quella rabbia che per troppi anni gli aveva offeso il cervello, quel tormento doloroso nella testa.

Quella bufera infernal che mai non resta.  

febbraio 9, 2006

 

Tia Franzisca

Gli succedeva, da qualche tempo, di andare a dormire più tardi del solito. Non c’era una ragione precisa e, se c’era, lui non riusciva a spiegarsela.
Per tutta la vita, fin da quando era ragazzo, Antonio Bandinu aveva sentito il richiamo irresistibile del sonno intorno alla mezzanotte, come un dispositivo a tempo che scollegava il suo cervello dalle fatiche o dai piaceri della realtà e che in pochi minuti lo mandava nei luoghi dell’inconscio. Qualche volta aveva maledetto quel torpore che bruscamente s’impadroniva di lui, compromettendo il lieto finale di una festa o la prosecuzione di una discussione interessante fra amici. Ma generalmente aveva sempre ringraziato il cielo per quella sana abitudine che a una certa ora lo liberava dalle preoccupazioni della vita.
Ora, invece, non era più così. Sempre più spesso, andava a letto con un peso che gli gravava sulla coscienza, qualcosa di indecifrabile che continuava a ruminargli nella testa. Non erano veri e propri pensieri, quanto piuttosto una specie di riverbero, un barbaglio che gli restava  inspiegabilmente appeso. Come se del film della giornata appena trascorsa gli rimanesse appiccicato un eterno scorrere dei titoli di coda, invece che la scena cruciale.

Fu in una di queste notti che spense la luce e chiuse gli occhi. Sapeva che prima o poi, anche in mancanza di sonno, un personaggio sarebbe comparso a fargli compagnia in quel fastidioso stato di dormiveglia.
E, infatti, arrivò.

Tia Franzisca Pantama giunse dentro la stanza di Antonio Bandinu, quando da poco erano passate le due. Avvolta da uno scialle nero, con i piedi scalzi e le mani coperte da guanti di lana, apparve nel buio, preceduta da un ombrello scintillante che teneva aperto sopra la testa. Era minuscola e luminosa come una jana, una di quelle fate che avevano popolato la sua infanzia.

– No, chiudete quell’ombrello, tia Franzì, porta male!

Tia Franzisca non rispose. Sopra di lei ronzavano decine di mosche maghedde, quegli orribili e giganteschi insetti dalla testa di pecora, con un occhio solo e un pungiglione velenoso sulla coda.
Camminando lentamente, cominciò a girare in cerchio, lungo il perimetro della camera da letto. Aveva uno sguardo triste e un’ espressione quasi di rimprovero.
– Cosa c’è, tia Franzì, perché mi guardate così? Non vi ricordate di tutte le volte che sono venuto a casa vostra a tenervi compagnia? Di tutte le volte che sono andato a farvi la spesa o che vi ho scritto in un biglietto la lista delle cose che vi servivano? E non rammentate più quando per i "morti" mi facevate dono di un melograno e di un po’ di castagne per il “bene” di vostro marito, che in cielo sia. O di quando a settembre vi portavo i fichi che tanto vi piacevano?

A quelle parole le mosche maghedde cominciarono a volare in modo più confuso e a produrre un suono ancora più spaventoso.
Per Antonio Bandinu fu facile capire. In quell’istante si ricordò che solo lui, in tutto il paese, era stato a conoscenza del segreto di Franzisca Pantama. E che quel segreto l’aveva scoperto proprio mentre raccoglieva i fichi dall’albero grande, quello del suo cortile di casa, quel monumento alla felicità dell’infanzia.
Vi si arrampicava sempre, Antonio bambino, soprattutto nelle giornate estive, quando nella controra non si poteva circolare per le strade, ché la “Mama del sole” o “Maria Farranca” potevano arrivare all’improvviso e ghermirti, per portarti con loro nel regno dei mostri.
Lì, sui rami di quell’albero, aveva dato dimora alle sue fantasie, leggendo i libri di Verne e immaginando le nature selvagge di Salgari. All’ombra delle larghe foglie aveva coltivato il piacere delle sue prime solitudini, aveva scoperto la sorpresa dei primi amori, aveva enumerato alle coccinelle i suoi desideri più forti. “Pipiola pipiola bae e bola…portami un pallone, le scarpette da calcio, un bacio di Antonella…
un aneddu ‘e isposae pipiola bola e bae”.
Sempre da lassù, dominando dall’alto, aveva potuto osservare quel che accadeva negli orti dei vicini. Aveva visto Birai Mura baciare la sua giovane amante, Giuseppe Furesi nascondere una vecchia pistola fra le pietre di un muretto a secco; aveva osservato a lungo il lavoro di Salvatore Verrina che sotto una pergola trasformava pezzi di corno in  perfetti manici di coltelli a serramanico.
E un pomeriggio, mentre staccava i primi frutti verdastri, non ancora del tutto maturi, aveva visto Franzisca Pantama parlare con le anime dei morti.
La prima volta non aveva voluto credere ai suoi occhi, aveva pensato a un’allucinazione provocata dalla calura, uno di quei miraggi di cui erano vittima i personaggi dei suoi fumetti, quando si perdevano nel deserto. Ma quando la vide una seconda volta, dopo essersi rinfrescato la testa sotto l’acqua del rubinetto, constatò la verità: non era vero che tia Franzisca era muta, non era vero per niente.
Gli avevano raccontato che la povera donna aveva perso il dono della parola il giorno stesso in cui le comunicarono la notizia della morte del marito, nella prima guerra mondiale, e che da allora non lo aveva più riacquistato. Da allora, nessuno, a Sunis, aveva più sentito la voce di quella vedova inconsolabile. “Afasia permanente da trauma” aveva sentenziato il dottor Mereu, molti anni prima.
Invece non era così. Antonio, quel giorno, scoprì che la donna aveva interrotto le comunicazioni col mondo dei vivi ma che era capace di parlare, e parlare a lungo, con il mondo dei più.

Se ne stava china sulla vasca di cemento, quella del cortiletto dove faceva il bucato, e specchiandosi nella superficie dell’acqua limpida, annuiva o faceva segni di diniego con la testa, come se stesse ascoltando attentamente le raccomandazioni di un altro. Poi cominciava a parlare.
Parlava soprattutto col marito, “eja Antò, già faco gasi comente naras tue”. Lo rassicurava continuamente sul proprio stato di salute, sulla sua fedeltà, sul pagamento dell’affitto da parte di un mezzadro al quale aveva dovuto affittare un appezzamento di terreno. Oppure gli raccontava degli ultimi accadimenti del paese, di quanti erano passati a miglior vita, di chi si era sposato, del tempo che faceva e di quanta legna aveva dovuto comprare per l’inverno a venire.
Qualche volta dialogava anche con la sorella Angelina e con lei la conversazione si faceva più tenera. In quel caso era sempre lei a dare buoni consigli: non affaticarti, dimmi di cosa hai bisogno, ses sempre bella che sole.
Talvolta, poteva capitare che si rivolgesse anche a un bambino, forse un figlio morto in tenerissima età, e allora tia Franzisca si avvicinava ancora di più al pelo dell’acqua e vi lasciava cadere qualche lacrima.
Antonio, dopo la sorpresa iniziale, aveva cominciato ad appassionarsi a quegli insoliti incontri della donna. Dal suo nascondiglio aveva potuto osservare quegli appuntamenti pomeridiani che Franzisca stabiliva con le anime e aveva potuto sentire anche i bellissimi monologhi a cui la vicina, di tanto in tanto, si lasciava andare. Grazie ad essa aveva potuto apprendere pezzi importanti della storia di Sunis, soprattutto di quella storia lontana che nessuno gli aveva mai raccontato. Aveva messo insieme frammenti di avventure, narrazioni di oscure vicende, piccoli stralci di vite passate. E, con l’aiuto della fantasia, aveva ricostruito, anche se in modo confuso, il piccolo mondo antico del suo paese. E quel mondo gli era sembrato altrettanto appassionante delle storie di Capitano Nemo.
Naturalmente si era guardato bene dal farne parola con qualcuno. La mappa di quel tesoro era tutta sua e per niente al mondo l’avrebbe condivisa. Allo stesso modo, anche con tia Franzisca aveva continuato a comportarsi come se niente fosse accaduto. Andava a trovarla quasi ogni giorno, per farle le commissioni e beccarsi s’istrina -le piccole mance che la vecchia non mancava mai di mettergli nel pugno- ma per mesi non accennò minimamente alla sua scoperta e continuò a far finta che lei fosse davvero muta.
Finché un sabato mattina, mentre restituiva il resto della spesa appena fatta e calcolava quanto avrebbe incassato di mancia -anche in virtù del piatto di fichi che le aveva portato- gli sfuggì dalle labbra una domanda che non avrebbe voluto mai fare:
– Ma vostro figlio vi risponde, tia Franzì, quando gli parlate nella vasca?

La vedova si irrigidì. Guardò Antonio con un’espressione di meraviglia, emise un piccolo gemito e accompagnò il bambino alla porta.

Da quel giorno non l’aveva più vista. Aveva saputo che per qualche tempo era stata la figlia di una sua nipote a prendersi cura di lei. Lui non era più riuscito a mettere piede in casa di quella nonna adottiva. E da quel maledetto sabato Franzisca Pantama aveva smesso di parlare con l’acqua e con i morti.
Dopo un mese, la donna morì. Di solitudine, dissero in paese.
Sull’albero di fichi, Antonio pianse in silenzio, senza farsi vedere da nessuno, guardando in direzione del lavatoio.

– Chiudete quell’ombrello, tia Franzì, porta male. Fermatevi ora, vi prego.

Si fermò, e lo guardò con occhi ancora più tristi. Le mosche continuavano a mulinare.

– Dormi ora, dormi. Devi dormire –  sussurrò, con quella voce che solo Antonio poteva ricordare.
Disse solo così, poi sparì nel nulla, lasciando nella stanza una breve scia luminosa.

Qualche ora più tardi Antonio Bandinu fu svegliato da un brivido di freddo. Cercò di allungare un braccio per tirarsi su le coperte ma si accorse che non poteva muoversi.
Quando aprì gli occhi vide sopra di lui una massa d’acqua, limpida e calma. Così trasparente che in lontananza poteva vedere il cielo.
Gli parve il cielo di Sunis.
E stava bene.

febbraio 2, 2006

Ma che te ne fai di un blog se poi non lo usi?
– Beh, così, tanto per averlo. Magari improvvisamente mi viene voglia di scrivere.
– Sì, l’hai detto anche per quel set di trentasei coltelli da cucina. E  quell’affare per cuocere le verdure senza l’olio e per gli attrezzi da ginnastica e per le gomme alla nicotina e la raccolta di pubblicazioni sulla storia degli egiziani, il manuale sui funghi in Sardegna, per le scarpe da tracking, per la crema antirughe, le bottiglie vuote di mirto, le cartoline di sughero…
– Hai finito?
– Potrei continuare ma non voglio infierire.
– Eh?
– Hai capito benissimo.

– E’ che da un po’ di tempo sono a corto di idee. Cioè le idee le avrei ma sono o troppo brevi o troppo lunghe. Così non mi servono a niente. Quelle brevi sono talmente brevi che non riesco a fissarle. Di quelle lunghe quando arrivo a metà non ricordo più l’inizio, tipo i romanzi dell’ottocento. E se torno indietro mi viene in testa solo un’idea breve. Tipo Carver, di più. Cioè di meno, volevo dire. E’ una specie di crisi.
– Scusa, ma non potresti prendere appunti?
– Sì, quello lo faccio sempre.
– E allora?
– Sono sconclusionati. Ora ti faccio vedere il mio taccuino.
Guarda cosa ho scritto. “Idea breve: veloce, sfuggita al tentativo di annotarla sul taccuino. Idea lunga: ricordare l’inizio dell’uomo dal paletot nero, come arriva sulla Dvortsovaia Ulitsa …”  Io non ho mai saputo neppure dov’è quella via strana.
Poi ci sono le cancellature e i segni convenzionali, quelli inventati da me. Prima o poi devo scoprire che cosa volevo dire quando li ho scritti. Allora riempirò il blog. E mi sistemerò gli addominali.
E tu, stai scrivendo? Un tempo facevi poesia.
– Ogni tanto ci provo. Mi sono dato alla poesia d’avanguardia.
– Mmmh…
– Cose senza senso, che se hanno un senso ti guardano male.
– Chi?
– Le poesie.
– Come, le poesie ti guardano?
– Mi guardavano. E mi parlavano, anche. Spesso mi prendevano proprio per il culo, mi chiamavano giacomino. "Ti fa male il cuore?" mi sussurravano, sogghignando. Ora, anche se mi parlano, non ci capisco una mazza, è un linguaggio troppo astruso per me. E vivo più tranquillo.
Senti, ma che ne dici di una spaghettata?
– Per me va bene, ma prima fammi capire cosa scrivi.
– Guarda, l’ultima la so a memoria. L’ho composta la settimana scorsa quando avevo l’influenza. Fa così:

Queste parole sonnambule
La buona reputazione
Di una preghiera
Recitata di fianco
nella gola malata
intorpidita di febbre
amnesia della sera
sono come
poesia.
Deglutita poesia.
Supposta.

– Carbonara?
– Puttanesca.