febbraio 2, 2006

Ma che te ne fai di un blog se poi non lo usi?
– Beh, così, tanto per averlo. Magari improvvisamente mi viene voglia di scrivere.
– Sì, l’hai detto anche per quel set di trentasei coltelli da cucina. E  quell’affare per cuocere le verdure senza l’olio e per gli attrezzi da ginnastica e per le gomme alla nicotina e la raccolta di pubblicazioni sulla storia degli egiziani, il manuale sui funghi in Sardegna, per le scarpe da tracking, per la crema antirughe, le bottiglie vuote di mirto, le cartoline di sughero…
– Hai finito?
– Potrei continuare ma non voglio infierire.
– Eh?
– Hai capito benissimo.

– E’ che da un po’ di tempo sono a corto di idee. Cioè le idee le avrei ma sono o troppo brevi o troppo lunghe. Così non mi servono a niente. Quelle brevi sono talmente brevi che non riesco a fissarle. Di quelle lunghe quando arrivo a metà non ricordo più l’inizio, tipo i romanzi dell’ottocento. E se torno indietro mi viene in testa solo un’idea breve. Tipo Carver, di più. Cioè di meno, volevo dire. E’ una specie di crisi.
– Scusa, ma non potresti prendere appunti?
– Sì, quello lo faccio sempre.
– E allora?
– Sono sconclusionati. Ora ti faccio vedere il mio taccuino.
Guarda cosa ho scritto. “Idea breve: veloce, sfuggita al tentativo di annotarla sul taccuino. Idea lunga: ricordare l’inizio dell’uomo dal paletot nero, come arriva sulla Dvortsovaia Ulitsa …”  Io non ho mai saputo neppure dov’è quella via strana.
Poi ci sono le cancellature e i segni convenzionali, quelli inventati da me. Prima o poi devo scoprire che cosa volevo dire quando li ho scritti. Allora riempirò il blog. E mi sistemerò gli addominali.
E tu, stai scrivendo? Un tempo facevi poesia.
– Ogni tanto ci provo. Mi sono dato alla poesia d’avanguardia.
– Mmmh…
– Cose senza senso, che se hanno un senso ti guardano male.
– Chi?
– Le poesie.
– Come, le poesie ti guardano?
– Mi guardavano. E mi parlavano, anche. Spesso mi prendevano proprio per il culo, mi chiamavano giacomino. "Ti fa male il cuore?" mi sussurravano, sogghignando. Ora, anche se mi parlano, non ci capisco una mazza, è un linguaggio troppo astruso per me. E vivo più tranquillo.
Senti, ma che ne dici di una spaghettata?
– Per me va bene, ma prima fammi capire cosa scrivi.
– Guarda, l’ultima la so a memoria. L’ho composta la settimana scorsa quando avevo l’influenza. Fa così:

Queste parole sonnambule
La buona reputazione
Di una preghiera
Recitata di fianco
nella gola malata
intorpidita di febbre
amnesia della sera
sono come
poesia.
Deglutita poesia.
Supposta.

– Carbonara?
– Puttanesca.

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