febbraio 16, 2006

Mario "Carnera"



Ti poteva capitare di vederlo alle sei del mattino, in pieno inverno, con i lampioni ancora accesi e il chiarore della brina sulle tegole e l’asfalto quasi bianco. E ti chiedevi come potesse resistere a quel freddo di galera, coperto da una misera giacchetta di flanella, appoggiato al muro, ad aspettare l’apertura dell’edicola.

Lo trovavi per caso alle due del pomeriggio, nel fuoco di luglio, in un disordine di gesti e di parole rivolte alla panchina vuota, di fronte alla chiesa: grondava di sudore e neanche ti guardava, preso com’era dal furore dialettico contro l’invisibile.

Qualche volta lo potevi osservare da lontano, andare velocissimo avanti e indietro, da una parte all’altra della strada, come un gigantesco Amleto tormentato dal dubbio, un leone prigioniero in un serraglio.

Ma se proprio lo volevi incontrare, dovevi andare al bar del centro. Lì, nel tardo pomeriggio, eri sicuro di trovarlo. Dal lunedì al sabato, dopo le cinque e fino alla chiusura, lui c’era sempre. Tutti i santi giorni.

Mario “Carnera” non saltava mai un appuntamento con le carte del tavolino all’angolo, quello dei campioni. Non giocava, che giusto a briscola poteva sfidare qualcuno, ma non si perdeva una mano di quel campionato senza fine fra i fuoriclasse del tressette. Ogni tanto gli facevano tagliare il mazzo, ed era contento così. Se ne stava in piedi, dietro uno dei giocatori della sua coppia preferita, piantava per terra il suo metro e novanta e seguiva in silenzio, fermo, senza lasciarsi sfuggire la benché minima mossa. Solo alla fine della partita, quando si rompeva la tensione e si dava sfogo ai commenti e ai quartini di vino, solo allora, cambiava espressione al suo volto e cominciava a muovere rapidamente le dita. Sembrava voler ripassare una sequenza di gioco per fissarsela bene nella mente: tre, nove, asso.

Gli altri ridevano. A me sembrava che ne sapesse più di tutti.

Ma io non andavo per vedere “Carnera” che contava. Andavo con la speranza di sentire Mario che diceva la Divina Commedia. E non per il gusto della canzonatura e dello scherno, ma perché quell’uomo, in quei momenti, mi sembrava un miracolo. La sapeva tutta a memoria e quasi ogni giorno ne declamava un pezzo, nel zilleri di Giovanni Colobra.

 

  Dai Mario facci sentire quello di Ugolino.

  Canto trentesimoterzo la bocca sollevò dal fiero pasto quel peccator forbendola a’ capelli del capo ch’egli avea diretro guasto…  

Finché qualcuno non lo interrompeva, con un grido da balente o una risata stronza. Allora diventava serissimo, faceva spallucce e se andava, senza neanche un saluto.  

– Dove vai, Mario? Di nuovo la testa ti fa male?

 

Non rispondeva. Usciva fuori, arrivava dietro l’angolo del tabacchino, e sperando che nessuno lo vedesse si tirava certi pugni sul cranio, come un pugile impazzito.

E il fisico da boxeur, Mario, ce l’aveva davvero. Pesava più di cento chili, aveva muscoli da vendere e assomigliava non poco a Primo Carnera. Per la stazza, per la riga perfettamente disegnata in mezzo ai capelli, per quella mania dei versi danteschi. A Sunis i soprannomi non venivano mai dati a caso.

Era stato un incidente in Germania, venti anni prima, a ridurlo così. Nel cinquantasei, quando era emigrato con altri giovani compaesani, era arrivato a Dusseldorf e aveva trovato lavoro in un’impresa di costruzioni edili. L’ideale, per lui, che di certo non si faceva spaventare dai blocchetti di cemento e i pesanti sacchi di calce. Subito era diventato un operaio modello, il fenomeno portato ad esempio, quello che di giorno lavorava come uno schiavo e la notte, nella solitudine tedesca, leggeva e rileggeva sempre lo stesso libro, il più bello, che se vuoi imparare bene l’italiano non puoi farne a meno e devi resistere al sonno e impararlo a memoria e fargliela vedere a questi crucchi.

Poi un giorno, mentre demolivano una casa, gli era crollato addosso un intero soffitto. Si era salvato per miracolo ma era rimasto un po’ strano. Si diceva che fortissime emicranie avessero continuato a tormentarlo, senza tregua, da quando si era risvegliato dal coma. E ogni volta erano pugni. Forti mazzate sulla testa, uppercut potenti sulle tempie che avrebbero steso chiunque.

L’avevano licenziato e rispedito in Italia.

 

Ecco, Marieddu “Carnera” era così: aveva una forza che avrebbe potuto spaccare il mondo e la usava solo contro se stesso. Come a volersi punire per quel ritorno da perdente. Per quella sfortuna che l’aveva costretto a una vita piccola, in compagnia della madre anziana e con quella misera pensione d’invalidità. Non avrebbe mai fatto male a una mosca e verso gli altri dimostrava invece una generosità fuori dal comune. Spesso la esternava in modo stravagante, questa sua bontà, ma il tratto nobile del suo carattere veniva sempre fuori, anche negli episodi più strambi. Mi raccontarono che una volta, mentre tornava a casa, aveva visto un ragazzino che faceva autostop sulla strada principale di Sunis.  – Dove vai- gli chiese. – A Sagama, ma non si ferma nessuno. – Vieni con me, ti accompagno io.

Mario non aveva l’auto. Allora se l’aveva caricato sulle spalle e aveva cominciato a correre in direzione del paese vicino, con il malcapitato che per tutti quei chilometri era diventato muto dal terrore.

Io gli volevo bene anche per queste cose a quella specie di Garrone adulto. E quando riuscivo a mettere da parte qualche spicciolo mi infilavo nel bar di Colobra e gli offrivo una birra. Lui, in cambio, mi recitava Dante.

 “La molta gente e le diverse piaghe avean le luci mie si inebriate che dello stare a piangere eran vaghe…”

Nel marzo del settantasette era sparito dalla circolazione. Da qualche settimana nessuno l’aveva più visto. Era strano, era come se fosse sparito il bancone del bar, ma nessuno si chiese il perché di quella prolungata assenza. Solo io me ne preoccupai e pensai  a una complicazione del suo male oscuro. Tornai a cercarlo per tutto il mese, ma niente: intorno al tavolo del tressette il più alto degli spettatori misurava un metro e sessantacinque. 

Dopo qualche tempo smisi di andare da Colobra. Senza il gigante, le carte mi sembravano il gioco più noioso del mondo e l’odore delle nazionali senza filtro una nauseabonda tortura.

A malincuore mi rassegnai all’idea di non incontrarlo più.

Poi, un giorno, in una delle mie solitarie passeggiate in campagna, vicino alla strada che portava al fiume, lo vidi da lontano. Era intento a scrivere su piccoli fogli di carta e a nascondere quelle composizioni sotto i sassi di un viottolo più a valle. Ogni tanto sollevava lo sguardo al cielo e si martellava la testa di pugni.  Non mi avvicinai, rimasi nascosto dietro una quercia e, quando lo vidi andar via, aspettai per un buon quarto d’ora prima di raggiungere il suo percorso segreto.

Ne aveva scritto a decine di quei biglietti: erano tutti messaggi d’amore.

Aveva preso piccole parti del quinto canto dell’Inferno e con una grafia elementare le aveva dedicate a Michela Pintore.

 “Farò come colui che piange e dice” c’era scritto nell’ultimo che lessi. E  sotto, a stampatello, A MICHELA.

Dunque Mario era innamorato e chissà per quanto tempo aveva coltivato in segreto la sua passione per la donna più bella di Sunis, la più corteggiata, la più sfuggente.

Me lo chiedevo, mentre rimettevo a posto i pezzetti di carta. E mi domandavo come mai Mario avesse deciso di abbandonare al caso quella sua confessione, come un naufrago che lascia alle onde un messaggio nella bottiglia. Che significato aveva quella dichiarazione d’amore affidata alla terra e alle pietre?

Lo capii qualche giorno più tardi, quando mi arrivò la notizia che Michela Pintore aveva ceduto alle lusinghe di Sebastiano Salaris, il ricco proprietario terriero che aveva passato la vita ad accumulare ricchezza e che improvvisamente  aveva deciso di sposarsi.

Lo compresi ancora meglio una settimana dopo, quando in un baleno si diffuse per tutta Sunis la voce della tragedia.

 

L’aveva trovato la madre, dentro la stanzetta dove dormiva. Con le mani insanguinate, con il cranio spaccato, con un ciuffo di capelli ancora attaccato ad uno spigolo del letto.

Tutti dissero che la pazzia prima o poi lo avrebbe ucciso.

Io pensai che “Carnera” aveva finalmente liberato quella rabbia che per troppi anni gli aveva offeso il cervello, quel tormento doloroso nella testa.

Quella bufera infernal che mai non resta.  

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