marzo 29, 2006

un punto più scuro

– Quella mattonella mi vuole solo aiutare, è così, non la devo odiare, no, non devo resistere, devo mantenere il controllo, ecco cosa devo fare. Ora, mentre cammino nella stanza, non devo agitarmi, dimenarsi è peggio, fa crescere la paura. Il rimedio è la calma, è la calma. Lo sento.

C’è stato un tempo – neppure troppo lontano, a giudicare dalla chiara memoria che ne conservo- in cui mi voltavo a guardare le onde, per esempio. Andando via dalla spiaggia o sul treno che superava l’ultima curva della collina, mi giravo per vedere il mare. Per l’ultima volta. Perché Sandro Penna aveva ragione, mi sorprendeva quella grandezza tutta azzurra.

O la meraviglia per gli storni, quando disegnavano palle volanti sopra la mia testa e me ne stavo dietro la finestra a osservarli per ore, chiedendomi cosa volessero dirmi tutti quegli uccelli venuti da lontano.

C’erano pomeriggi, allora, che passavano lenti e mi lasciavano tutto il tempo di sognare una ragazza. E io me la prendevo comoda, sognavo e sognavo. Non solo gli occhi, anche le parole da dire e i corpi già abbronzati nel biancore del paese, mi pare di ricordare.

E quando finivo di leggere un romanzo c’era ancora la luce del sole, potevo fare un sacco di cose. Andare al cinema o fare due tiri a biliardo, per esempio. Chiamare il mio amico Marco e dirgli che avevo comprato un nuovo disco di Thelonious Monk. Misterioso, per esempio.  Oppure che avevo scoperto un altro luogo dove andare a pescare le spigole di notte.

Sapevo a memoria le poesie dei futuristi russi e mi gettavo sulla strada “trascinando il mio enorme amore”.  Lei rideva, la strada, rideva a più non posso e più lei rideva più io la desideravo. Il tempo dei sogni e delle cose, insomma.

Ora non è più così. Ora c’è la mattonella.

E’ la quinta, a partire dalla parete di destra, sul pavimento del mio studio. La quinta e mezza, veramente, che la prima è tagliata a metà.

– Si può sapere che cavolo vuoi? Perché non mi lasci in pace, perché mi vuoi trascinare dentro quelle stupide storie? Voglio uscire, voglio andare a bere una birra con gli amici.

Cerco di non guardarla, naturalmente. Tanto lo so che se mi soffermo per dieci secondi sulla ceramica, sono fottuto. In quel punto dove il disegno si fa più scuro, dove le macchie virano al marrone, proprio al centro di quel quadrato trenta per trenta. E’ lì, in quel punto preciso, che mi attira.

Non ricordo come sia successo la prima volta. Ricordo solo che ero seduto davanti al computer e stavo cercando di scrivere una lettera. Non trovavo le parole giuste e allora avevo reclinato la testa a sinistra, con lo sguardo basso, le palpebre che non volevano saperne di chiudersi. Pensavo, ecco, come capita a tutti.

Lentamente, la mattonella aveva cominciato a muoversi, come uno di quei disegni da illusione ottica. E, piano piano, il campo visivo aveva cominciato a restringersi. Prima era sparita la scrivania, poi le gambe della sedia, poi le altre mattonelle. E infine era sparito tutto. Ero precipitato nel buio.

C’era un tizio che mi parlava. Mi raccontava una vicenda di guerra, quando lui era partito dal suo paese e non era più tornato e tutti pensavano che l’avessero ucciso i tedeschi, invece si era suicidato perché non ce la faceva più a vivere con la nostalgia di sua moglie.

Diglielo tu, diglielo tu – mi diceva – raccontalo tu ai miei nipoti che io sono morto per amore-

Ma che ne sapevo io di chi mi stesse parlando! Non sapevo neppure quale fosse il suo paese, figuriamoci. E intanto mi tratteneva per la giacca, e parlava, parlava, come se avesse davanti un registratore cui affidare le proprie memorie. Invece c’ero io, che non vedevo l’ora di andarmene. C’era voluto un bel po’ di tempo, prima di risalire dal pozzo della mattonella.

Da quel giorno non ho avuto più scampo. Ogni volta che mi giro a pensare sono in trappola, ci cado sempre, inesorabilmente.

Tutti i giorni, quel punto della casa mi chiama, come una sirena di Ulisse. E io sono un cardellino che va a bere sempre allo stesso ruscello, mi faccio acchiappare da un rametto pieno di vischio. Sbatto le ali, per liberarmi, ma mi riempio ancora di più di quella colla cattiva. Per questo devo mantenere il controllo. Tanto non c’è niente da fare.

Il tempo delle cose vere è finito da tempo.

Se sto calmo, forse la mattonella mi porterà a fare una passeggiata al mare di Bosa.

marzo 26, 2006

                                 

         Beh, adesso mi metto alla tastiera e scrivo.

         Hai un’idea?

         No, ma qualcosa mi verrà. Qualcosa mi viene sempre. Mi sembra che non ho niente e poi invece, se me la prendo con comodo, scopro che nella testa c’è sempre qualcosa. A volte qualcosa di bello a volte qualcosa di brutto. Devo solo aspettare.

         Intanto lo vuoi un caffè?

         Sì, un caffè in questi momenti è quello che ci vuole.

         Allora lo preparo. Ora vado e lo preparo.

         Apri la confezione nuova che quello in offerta speciale faceva cagare.

         Hai ragione, però non mi ricordo dove l’ho messo. Forse nel pensile a sinistra, quello dove c’è la pasta e il riso, vicino alla marmellata.

         Ah, prendi i fiammiferi, l’accensione elettrica non funziona. I fornelli sono pieni d’umidità.

 

 

Sto parlando da solo. Quando mi succede così vuol dire che devo scrivere qualcosa. Probabilmente una storia stupida. E mentre carico la caffettiera mi viene la solita indecisione se usare l’acqua del rubinetto o quella minerale. Che tanto mi hanno detto che l’acqua che compro al supermercato la imbottigliano di nascosto nelle sorgenti del monte, quelle che alimentano la rete. Praticamente è la stessa, Polanca ha fatto la prova con due gocce. Altro che uccelli parlanti e nazionale, qui fra un po’ privatizzano tutto, vedrai. Alla fine opto per l’acquedotto.  Non ho pensato “opto”, una parola così ti viene in testa solo se stai scrivendo, al massimo avrò pensato “vado” o “macchisenefrega”. Però, opto per l’acquedotto me la segno, potrebbe tornare utile.

         Utile per che cosa?

         Boh, che ne so, magari per un gioco di parole.

         Giochi sull’acqua?

         No, giochi. In generale. Sull’acqua è difficile, quel cq è molto limitante.

         Veramente ci fanno anche i giochi olimpici sull’acqua. Anche il curling.

         L’acqua dura.

         Sì.

         E i pattini sono lame nell’acqua. Correnti nell’acqua. Ferma.

         Anche i pattìni. Però nel mare. O nel lago.

         Anche. Ma con questi penso più ai remi del quattro senza in acquaquattro.

         In sardo sarebbe più facile: abba.

         Già

         Quel giochino, per esempio, guarda babbo c’è dell’acqua. Abbà ba, abba bat.

         E sembra indicazione di una quartina in rima, è la parola prima, parola d’eccezione.

         Primordiale, si vede subito.

         E un rovescio d’acqua è sempre acqua.

         Abba.

 

 

Mentre rifletto sull’acqua, il caffè comincia a venire su. Smetto di parlare. Non so mai se bisogna aprire il coperchio oppure no. Subito dopo mi perdo in una tazzina. Nel senso che guardo il fondo e c’è tutta una storia. Brutta storia, vedo il fondo. Ve la racconto un’altra volta. Adesso mi faccio una pennichella, altro che scrivere. Tanto avrei scritto solo cazzate, tipo bruchi nell’acqua e non far falle. Non è una gran perdita.

 

marzo 10, 2006

adesso è così

La luce è diminuita all’improvviso. Uno schermo di nuvole si è gonfiato davanti al sole e sembra pronto a scoppiare. Da qualche minuto una densa foschia avvolge la campagna in uno spettro e le tanche che scivolano ai lati dei finestrini sono incerte visioni chiuse da filo spinato. Tutto è fermo. Lontano. 

Antonio deve rallentare per riuscire a leggere il cartello marrone. Deve svoltare a sinistra.

Dopo le vigne, c’è una stradina pietrosa che s’inerpica fin su, oltre il santuario. Due chilometri di curve strette che penetrano nella boscaglia, fino alla cima del monte.  E’ l’unica via che porta al villaggio nuragico de S’Iscultone. Non la ricordava così sconnessa e così lunga. Sono passati solo sei mesi dall’ultima volta che c’è stato ma allora era la fine dell’estate e c’era una luce bellissima.

L’auto ondeggia paurosamente fra le buche profonde scavate dal maltempo.

Deve frenare, deve fermarsi. Quando accosta sulla cunetta, pensa che al ritorno, in discesa, sarà più faticoso. E’ stanco, di una stanchezza inconsolabile. Si chiede se le ombre scure che si porta dentro non stiano influenzando anche il tempo. “ Umore cosmico” sussurra. E sbuffa dal naso, in un sorriso privo d’espressione. Col solito gioco di consonanti gli viene da ripetere “umore cosmico, rumore cosmico, rumore comico”.

Spegne il motore. La portiera che si richiude è un effetto soffice. Non capisce perché ma quel suono lo rassicura. E’ come una carezza, pensa.

Guarda l’orologio, sono le undici e trenta, mezz’ora d’anticipo. Per un attimo considera che c’è tutto il tempo per andare a piedi fino alla grande roccia, arrampicarsi e puntare la voce a sud/est per urlare due parole: per sentirne il rimbombo, per avere la sensazione che quella verità venga dal basso della terra. Poi ci ripensa, accende una sigaretta, scavalca la muriccia e comincia a contare. Deve contare milleottocento passi, uno al secondo. Calcola con precisione il percorso, costeggia le domus de janas, passa a destra della vecchia quercia, si lascia a sinistra il dolmen.

A mezzogiorno in punto è lì, davanti alla lucertola di pietra.

Come le altre volte, sente l’ansia che sale dallo stomaco. Lo stesso disagio che ha provato nelle chiese vuote, nel silenzio che amplifica i passi. L’attesa nel confessionale, prima delle domande del prete, quella sospensione del tempo e la confusione che da ragazzino gli faceva scordare le parole in latino. Dominus tecum, diceva don Giacomo. Vuoto.

Un lungo respiro, un passo, un altro respiro. Con l’indice tocca lievemente il muso della lucertola e con una rotazione precisa le volta le spalle. Ora è indifeso. Ora può chiudere gli occhi. Sente sulla nuca una sguardo fatto di tenerezza e di comprensione. E dopo pochi secondi la vita gli scorre sotto le palpebre. Tutta la vita.

Vede una mattina d’Aprile di trent’anni prima, la nonna che si dondola al sole. Vede se stesso che esce di corsa in cortile per guardare un aereo che passa, una striscia bianca nel cielo, il suo vecchio cane, un libro di geografia, la copertina di un disco di Coltrane. Vede le prime righe di un racconto di Borges, una campana di bronzo a San Giorgio, suo padre dietro l’aratro, la mossa sbagliata del cavallo nella partita a scacchi persa con Roberto. Vede la spiaggia di Tresnuraghes battuta dal vento, un bacio sulle labbra di Marta, il professore di fisica. E una mela nel cestino dell’asilo.

Poi vede un suo movimento sbagliato sul palcoscenico di Nughes, una sera di Ottobre, al debutto. Un movimento rallentato e ripetuto, sempre lo stesso, come una slow action che interrompe la sequenza. Sempre più lenta, sempre più lenta. Fino a fermarsi.

In quel momento si sente smarrito. Allora apre gli occhi, si mette le mani sul viso e comincia a piangere, in silenzio. Bisbiglia mezze frasi, parole incontrollate che gli arrivano alla bocca senza preavviso, un flusso di pensiero che lo coglie di sorpresa. Parla delle prove di un mediocre spettacolo, di una stupida battuta finale. “ E adesso… adesso?  Col busto proteso in avanti, le mani imploranti. E adesso è così, di spalle, guardando nel vuoto. Le risate dietro le quinte”

Parla di un giorno, un pomeriggio, da soli, a ripassare la parte. Una carezza dietro i capelli, la linea del collo, un turbamento. Sì, tutto è cominciato lì, dal finale.

Un varco nella solitudine, dice, a un certo punto. Un ornamento del cuore. Ma è stata la finzione, a guidarci. Ecco, la finzione, la rivincita delle parole.

Ora la sua voce gli arriva calma, senza più lacrime. “Il resto della storia lo conosci già, lei è andata via, sei mesi fa".

Una lunga pausa, come se avesse dimenticato tutto quello che c’è da dire. Dopo.

Adesso è così.

Non dice altro. Lascia cadere le braccia lungo i fianchi e posa lo sguardo sull’erba bagnata. Sente un fremito di vento che passa fra i rami spogli degli alberi.

Quando si volta, vede che s’Iscultone altro non è che un informe masso di granito coperto di muschio. Ha freddo. Con passo deciso si dirige verso l’auto.

Le prime gocce di pioggia risuonano sulla cappotta. Ma chi ti credi di essere per sfidare le pietre è l’ultimo pensiero.

 

 

 

 

 

 

 

marzo 3, 2006

L'amico europeo

 

– Ci sono gli alti e i bassi, nella vita, e…
– E non ci sono più le mezze stagioni, si stava meglio quando si stava peggio.
– Hai poco da prendere per il culo.
– Allora tu non dire stronzate e ritira quello che hai detto.
– Vabbè scusa, ma non mi sembra di aver detto una cosa molto lontana dal vero.
– Ah no? Allora sai che ti dico: ben venga la crociata contro di voi!
– Guarda che io sono europeo, sardo per giunta, anche se ho avuto una fidanzata persiana.
– Non parlo dell’Islam, parlo del virus h5, del tuo collega tedesco e delle paure globali. Farete la fine dei polli.
– Tanto io non metto il naso fuori, sto bene in casa.
– Lo puoi ben dire, razza di vecchio parassita perdigiorno!

Sto discutendo col mio gatto. Sì, avete capito bene, col mio gatto. Si chiama Mussittu – e come se no?- ha tredici anni, occhi gialli e manto striato. E parla. Non sempre, naturalmente, che la maggior parte del tempo la passa a dormire e a stiracchiarsi, ma ogni tanto parla. E si dà anche un sacco di arie con le sue analisi sociopolitiche, con i commenti a quello che passa in televisione.
– Bah, certo che siete strani voi di sinistra, dei veri fenomeni dell’autogol. Ora anche il trozkista col fallo da ultimo uomo – mi fa, l’altra sera. – Ma cos’è paura di vincere? Il braccetto da tennista?
– Guarda che è stato escluso dalle candidature. Anche con un certo coraggio.
– E intanto vi mastellizzate. Quanti seggi gli avete assicurato?
– Quello è un passaggio obbligato. Con questo sistema non si può fare altrimenti.
– Cioè far eleggere gente che la pensa in modo completamente diverso da te e che aspira al grande centro vivailvescovo.
– Lettiera! – gli dico. Un modo come un altro per mandarlo a cagare, cosa ne può capire un gatto di strategia elettorale.

Invece ne sa, maledizione. E spesso mi mette in crisi.

Ma questo è successo quindici giorni fa, in uno dei confronti sul divano, quando ha sempre qualcosa da dire. Sempre, tranne quando vede Calderoli o Borghezio. In quei casi dice solo "humpf",  si alza e se va a sgranocchiare un po’ di crocchette in santa pace. Qualche volta solleva la zampa e tira fuori l’unghia media. Non ho mai capito come abbia imparato a farlo.

Ora invece stiamo battibeccando in cucina, a tavola, seduti uno di fronte all’altro. Io sono ubriaco, quel cannonau mi ha fulminato. Lui ha la pancia gonfia come una cornamusa gonfia, si è spazzolato una quantità di cibo che neanche un leone.
Stasera avevo preparato una cena coi fiocchi e al suo posto ci doveva essere Marisa, mica lui. Avevo comprato di tutto, dalla bottarga ai frutti di mare, tanto di quel pesce che neppure una natura morta fiamminga, frutta esotica e dolcetti fatti in casa, cinque gusti di gelato, vini bianchi e rossi, liquori di mirto e alloro, sigarette di otto marche, una torta in offerta speciale e una cassa di rhum. Avevo messo la tovaglia buona, le posate nuove e una candela profumata, che a me fa schifo ma certe donne ci vanno matte e poi bisogna coprire l’odore del pesce e più tardi delle sebadas.
Chissà se mangia anche le sebadas. Mussittu dico, che quella stronza alla fine non è venuta.
Era tutto pronto. E anch’io ero tutto pronto, doccia compresa e maglia nuova casual- ringiovanente.
Alle dieci mi chiama e mi dice che si è ricordata di un impegno improrogabile, scusa tanto spero che tu non abbia preparato ancora niente, sarà per un’altra volta, ci tengo tanto a vedere la tua casa.
Non fa niente, dico. Quando vorrai, dico. Chiamami, dico. Vaffanculo, penso.
Il gatto mi guarda, con una certa commiserazione. Poi guarda tutto quel ben di Dio deliziosamente esposto sul tavolo.
– E ora che vuoi fare, buttare via tutto?-
– Fossi matto. Preparati e vieni a mangiare.

Con la lingua rasposa comincia a lavarsi i polpastrelli. Poi si pulisce dietro le orecchie e si liscia per bene il pelo. Con calma, con lentezza sorniona, si avvicina elegantemente. Balza sulla sedia e aspetta che gli riempia il piatto: un gran signore!
Per un’ora si sente solo il suo ronfare e il suono delle mandibole. Anche i miei pensieri, in verità, non sono tanto silenziosi. Ma una cena così ce la meritavamo io e Mussittu.

– Comunque te l’ho detto un sacco di volte di non fidarti di certe donne.
– Ma che ne sapevo, la conosco appena.
– Vai a rincorrere quelle più stupide.
– Non è stupida. E poi è tanto carina.
– Se continui così, tu la finisci a ciucciare maglioni come me.
– Sì, e la vecchia copertina della tua cuccia. A propostito, ma cosa ci vedi? Le tette della persiana?
– Non essere offensivo.
– Offensivo sei stato tu, veramente.
– Io non sono andato a cercare vecchie ferite.
– Però butti il sale su quelle fresche.
– Sei un coglione.
– Ritira quello che hai detto.
– No.
– Signore e signori, ecco a voi l’ingratitudine di un gatto!
– Spettabile pubblico, vi presento la mia spalla: vieni avanti cretino!

E così per un po’. Poi, offeso, scende a terra con un tonfo. Si trascina fino al divano. Dopo dieci secondi sta di nuovo ronfando, stavolta di sonno. Sogni agitati, dagli scatti che fa. Quell’orata era pesante.
Io devo ancora sparecchiare.