marzo 3, 2006

L'amico europeo

 

– Ci sono gli alti e i bassi, nella vita, e…
– E non ci sono più le mezze stagioni, si stava meglio quando si stava peggio.
– Hai poco da prendere per il culo.
– Allora tu non dire stronzate e ritira quello che hai detto.
– Vabbè scusa, ma non mi sembra di aver detto una cosa molto lontana dal vero.
– Ah no? Allora sai che ti dico: ben venga la crociata contro di voi!
– Guarda che io sono europeo, sardo per giunta, anche se ho avuto una fidanzata persiana.
– Non parlo dell’Islam, parlo del virus h5, del tuo collega tedesco e delle paure globali. Farete la fine dei polli.
– Tanto io non metto il naso fuori, sto bene in casa.
– Lo puoi ben dire, razza di vecchio parassita perdigiorno!

Sto discutendo col mio gatto. Sì, avete capito bene, col mio gatto. Si chiama Mussittu – e come se no?- ha tredici anni, occhi gialli e manto striato. E parla. Non sempre, naturalmente, che la maggior parte del tempo la passa a dormire e a stiracchiarsi, ma ogni tanto parla. E si dà anche un sacco di arie con le sue analisi sociopolitiche, con i commenti a quello che passa in televisione.
– Bah, certo che siete strani voi di sinistra, dei veri fenomeni dell’autogol. Ora anche il trozkista col fallo da ultimo uomo – mi fa, l’altra sera. – Ma cos’è paura di vincere? Il braccetto da tennista?
– Guarda che è stato escluso dalle candidature. Anche con un certo coraggio.
– E intanto vi mastellizzate. Quanti seggi gli avete assicurato?
– Quello è un passaggio obbligato. Con questo sistema non si può fare altrimenti.
– Cioè far eleggere gente che la pensa in modo completamente diverso da te e che aspira al grande centro vivailvescovo.
– Lettiera! – gli dico. Un modo come un altro per mandarlo a cagare, cosa ne può capire un gatto di strategia elettorale.

Invece ne sa, maledizione. E spesso mi mette in crisi.

Ma questo è successo quindici giorni fa, in uno dei confronti sul divano, quando ha sempre qualcosa da dire. Sempre, tranne quando vede Calderoli o Borghezio. In quei casi dice solo "humpf",  si alza e se va a sgranocchiare un po’ di crocchette in santa pace. Qualche volta solleva la zampa e tira fuori l’unghia media. Non ho mai capito come abbia imparato a farlo.

Ora invece stiamo battibeccando in cucina, a tavola, seduti uno di fronte all’altro. Io sono ubriaco, quel cannonau mi ha fulminato. Lui ha la pancia gonfia come una cornamusa gonfia, si è spazzolato una quantità di cibo che neanche un leone.
Stasera avevo preparato una cena coi fiocchi e al suo posto ci doveva essere Marisa, mica lui. Avevo comprato di tutto, dalla bottarga ai frutti di mare, tanto di quel pesce che neppure una natura morta fiamminga, frutta esotica e dolcetti fatti in casa, cinque gusti di gelato, vini bianchi e rossi, liquori di mirto e alloro, sigarette di otto marche, una torta in offerta speciale e una cassa di rhum. Avevo messo la tovaglia buona, le posate nuove e una candela profumata, che a me fa schifo ma certe donne ci vanno matte e poi bisogna coprire l’odore del pesce e più tardi delle sebadas.
Chissà se mangia anche le sebadas. Mussittu dico, che quella stronza alla fine non è venuta.
Era tutto pronto. E anch’io ero tutto pronto, doccia compresa e maglia nuova casual- ringiovanente.
Alle dieci mi chiama e mi dice che si è ricordata di un impegno improrogabile, scusa tanto spero che tu non abbia preparato ancora niente, sarà per un’altra volta, ci tengo tanto a vedere la tua casa.
Non fa niente, dico. Quando vorrai, dico. Chiamami, dico. Vaffanculo, penso.
Il gatto mi guarda, con una certa commiserazione. Poi guarda tutto quel ben di Dio deliziosamente esposto sul tavolo.
– E ora che vuoi fare, buttare via tutto?-
– Fossi matto. Preparati e vieni a mangiare.

Con la lingua rasposa comincia a lavarsi i polpastrelli. Poi si pulisce dietro le orecchie e si liscia per bene il pelo. Con calma, con lentezza sorniona, si avvicina elegantemente. Balza sulla sedia e aspetta che gli riempia il piatto: un gran signore!
Per un’ora si sente solo il suo ronfare e il suono delle mandibole. Anche i miei pensieri, in verità, non sono tanto silenziosi. Ma una cena così ce la meritavamo io e Mussittu.

– Comunque te l’ho detto un sacco di volte di non fidarti di certe donne.
– Ma che ne sapevo, la conosco appena.
– Vai a rincorrere quelle più stupide.
– Non è stupida. E poi è tanto carina.
– Se continui così, tu la finisci a ciucciare maglioni come me.
– Sì, e la vecchia copertina della tua cuccia. A propostito, ma cosa ci vedi? Le tette della persiana?
– Non essere offensivo.
– Offensivo sei stato tu, veramente.
– Io non sono andato a cercare vecchie ferite.
– Però butti il sale su quelle fresche.
– Sei un coglione.
– Ritira quello che hai detto.
– No.
– Signore e signori, ecco a voi l’ingratitudine di un gatto!
– Spettabile pubblico, vi presento la mia spalla: vieni avanti cretino!

E così per un po’. Poi, offeso, scende a terra con un tonfo. Si trascina fino al divano. Dopo dieci secondi sta di nuovo ronfando, stavolta di sonno. Sogni agitati, dagli scatti che fa. Quell’orata era pesante.
Io devo ancora sparecchiare.

 

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3 Risposte to “”

  1. 😀
    E’ che tra felinofili la telepatia è fortissima…E’ rimasta un po’ di bottarga?
    :-*

  2. Di fronte a una così gustosa tranche-de-vie, non mi resta che consigliarle di procurarsi, ove già non sia in suo possesso, un mirabile CD del Castelnuovo (Mario) dell’anno 2000. “Buongiorno” è il titolo e, tra molte altre splendide canzoni, ve n’è una che ha per protagonista il fratello di Mussittu: Si chiama “Il mio gatto non sa parlare” e, mi creda, il suo felino colesterolemico, ingordo e fancazzista avrà di che divertirsi assa’, nell’ascoltarla… Si mantenga, amico mio, che ne abbiamo bisogno.

  3. quello stolido felino, Mussittu: lo chiami pure Cussénzia, l’odioso

    che bravo, messié, che d’è
    sempre di più

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