marzo 10, 2006

adesso è così

La luce è diminuita all’improvviso. Uno schermo di nuvole si è gonfiato davanti al sole e sembra pronto a scoppiare. Da qualche minuto una densa foschia avvolge la campagna in uno spettro e le tanche che scivolano ai lati dei finestrini sono incerte visioni chiuse da filo spinato. Tutto è fermo. Lontano. 

Antonio deve rallentare per riuscire a leggere il cartello marrone. Deve svoltare a sinistra.

Dopo le vigne, c’è una stradina pietrosa che s’inerpica fin su, oltre il santuario. Due chilometri di curve strette che penetrano nella boscaglia, fino alla cima del monte.  E’ l’unica via che porta al villaggio nuragico de S’Iscultone. Non la ricordava così sconnessa e così lunga. Sono passati solo sei mesi dall’ultima volta che c’è stato ma allora era la fine dell’estate e c’era una luce bellissima.

L’auto ondeggia paurosamente fra le buche profonde scavate dal maltempo.

Deve frenare, deve fermarsi. Quando accosta sulla cunetta, pensa che al ritorno, in discesa, sarà più faticoso. E’ stanco, di una stanchezza inconsolabile. Si chiede se le ombre scure che si porta dentro non stiano influenzando anche il tempo. “ Umore cosmico” sussurra. E sbuffa dal naso, in un sorriso privo d’espressione. Col solito gioco di consonanti gli viene da ripetere “umore cosmico, rumore cosmico, rumore comico”.

Spegne il motore. La portiera che si richiude è un effetto soffice. Non capisce perché ma quel suono lo rassicura. E’ come una carezza, pensa.

Guarda l’orologio, sono le undici e trenta, mezz’ora d’anticipo. Per un attimo considera che c’è tutto il tempo per andare a piedi fino alla grande roccia, arrampicarsi e puntare la voce a sud/est per urlare due parole: per sentirne il rimbombo, per avere la sensazione che quella verità venga dal basso della terra. Poi ci ripensa, accende una sigaretta, scavalca la muriccia e comincia a contare. Deve contare milleottocento passi, uno al secondo. Calcola con precisione il percorso, costeggia le domus de janas, passa a destra della vecchia quercia, si lascia a sinistra il dolmen.

A mezzogiorno in punto è lì, davanti alla lucertola di pietra.

Come le altre volte, sente l’ansia che sale dallo stomaco. Lo stesso disagio che ha provato nelle chiese vuote, nel silenzio che amplifica i passi. L’attesa nel confessionale, prima delle domande del prete, quella sospensione del tempo e la confusione che da ragazzino gli faceva scordare le parole in latino. Dominus tecum, diceva don Giacomo. Vuoto.

Un lungo respiro, un passo, un altro respiro. Con l’indice tocca lievemente il muso della lucertola e con una rotazione precisa le volta le spalle. Ora è indifeso. Ora può chiudere gli occhi. Sente sulla nuca una sguardo fatto di tenerezza e di comprensione. E dopo pochi secondi la vita gli scorre sotto le palpebre. Tutta la vita.

Vede una mattina d’Aprile di trent’anni prima, la nonna che si dondola al sole. Vede se stesso che esce di corsa in cortile per guardare un aereo che passa, una striscia bianca nel cielo, il suo vecchio cane, un libro di geografia, la copertina di un disco di Coltrane. Vede le prime righe di un racconto di Borges, una campana di bronzo a San Giorgio, suo padre dietro l’aratro, la mossa sbagliata del cavallo nella partita a scacchi persa con Roberto. Vede la spiaggia di Tresnuraghes battuta dal vento, un bacio sulle labbra di Marta, il professore di fisica. E una mela nel cestino dell’asilo.

Poi vede un suo movimento sbagliato sul palcoscenico di Nughes, una sera di Ottobre, al debutto. Un movimento rallentato e ripetuto, sempre lo stesso, come una slow action che interrompe la sequenza. Sempre più lenta, sempre più lenta. Fino a fermarsi.

In quel momento si sente smarrito. Allora apre gli occhi, si mette le mani sul viso e comincia a piangere, in silenzio. Bisbiglia mezze frasi, parole incontrollate che gli arrivano alla bocca senza preavviso, un flusso di pensiero che lo coglie di sorpresa. Parla delle prove di un mediocre spettacolo, di una stupida battuta finale. “ E adesso… adesso?  Col busto proteso in avanti, le mani imploranti. E adesso è così, di spalle, guardando nel vuoto. Le risate dietro le quinte”

Parla di un giorno, un pomeriggio, da soli, a ripassare la parte. Una carezza dietro i capelli, la linea del collo, un turbamento. Sì, tutto è cominciato lì, dal finale.

Un varco nella solitudine, dice, a un certo punto. Un ornamento del cuore. Ma è stata la finzione, a guidarci. Ecco, la finzione, la rivincita delle parole.

Ora la sua voce gli arriva calma, senza più lacrime. “Il resto della storia lo conosci già, lei è andata via, sei mesi fa".

Una lunga pausa, come se avesse dimenticato tutto quello che c’è da dire. Dopo.

Adesso è così.

Non dice altro. Lascia cadere le braccia lungo i fianchi e posa lo sguardo sull’erba bagnata. Sente un fremito di vento che passa fra i rami spogli degli alberi.

Quando si volta, vede che s’Iscultone altro non è che un informe masso di granito coperto di muschio. Ha freddo. Con passo deciso si dirige verso l’auto.

Le prime gocce di pioggia risuonano sulla cappotta. Ma chi ti credi di essere per sfidare le pietre è l’ultimo pensiero.

 

 

 

 

 

 

 

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10 Risposte to “”

  1. zop said

    🙂 bello! z

  2. Deciso discreto piacere di conoscere le righe qui davanti.

  3. utente anonimo said

    ih, tutto così le prende?
    stanotte dovrò recuperare

  4. utente anonimo said

    io, ero

  5. utente anonimo said

    vannè, spammo, maledetto pc:

    Carriego Signora Eva sono

  6. ho ascoltato. ho amato. 3,6,9. il regno sul continente.

    A

  7. triana said

    Mììì, ma che è successo’ Non te l’avevo già commentato? L’hai riscritto? perché ricordo anche altri commenti che qui non ritrovo, non molto tempo fa. Comunque ripeto bello bello, atmosfera magggica, e poi, mi sembra, è uno dei primi tuoi brani che ho avuto l’onore di apprezzare. Senti ciccio, ma ci vai ancora dal lucertolone a parlare di quella cosa lì?:-)

  8. Q.lla said

    Anche a me sembra di averlo letto diverso e la seconda parte non mi piaceva, m’era parsa incasinata.
    Così è molto meglio.

  9. birambai said

    Tu sei passata molto vicino a s’Iscultone.
    Ti ricordi?

  10. Q.lla said

    No, non mi ricordo qual è. Molto vicino con la macchina?

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