maggio 31, 2006


Tiri sinistri

Figicì Figicì, i diritti tivì,
gli indici Fib, Mib, i listini, l’Ifil,
i bicipiti chimici, gli invincibili cinici,
i trittici Dg sibillini, i viscidi visi,
gli infiniti trilli di Tim, gli intrighi,
i risibili fischi, i limpidi discrimini,
gli indicibili litigi in tivvì,
i critici fidi piccini piccini,
i ciclici dissidi,
i tipici finti vittimismi,
i Lippi, i figli di big, i ministri,
i tifi divisi…
i Gip, i blitz, i crimini.
Click.
I primi in B, i primi in C, i primi in D.
I miti intristiti, irrisi, illividiti.

Finiti?

maggio 30, 2006


maggio 28, 2006

la domanda

Davanti a me vedo gli ultimi tre piani di un palazzo, nove finestre. Non so perché sono qui. Mi succede spesso di trovarmi in un punto della casa senza sapere perché. Mi sposto come se fossi comandato da una forza sconosciuta, con movimenti del tutto scollegati da quello che stavo pensando fino a un attimo prima. Così, spesso, mi ritrovo a guardare la costola di un libro o un bicchiere vuoto o la lancetta dell’orologio in cucina. Per lunghi tratti, con lo sguardo fisso. Ma quegli oggetti è come se non esistessero. E anche questo palazzo, ora, è come se non esistesse. Continuo a fissare le luci dietro le finestre, e intanto vedo altro.

Mi rivedo seduto sul divano, accanto a lei.
E’ un martedì sera stanco, come tanti altri. C’è la tv accesa, con il volume a zero, una pubblicità che conosco a memoria. Mag sta leggendo un libro, con le ginocchia piegate sotto un plaid. E’ completamente presa. Sembriamo due sconosciuti nello scompartimento di un treno.
Dopo un po’ mi alzo e vado a prendere una birra dal frigo. Quando torno al divano, senza guardarla, le chiedo:
– Di cosa parla?
– Di noi – mi risponde, senza staccare gli occhi dalla pagina e con una voce neutra, senza intonazione.
In quel momento capisco quanta tensione aleggi dentro il soggiorno. Come altre volte, decido di far cadere il discorso, di starmene zitto. Afferro un giornale che sta sopra il tavolino e mi metto a leggere anch’io. Ma non riesco a concentrarmi, sento che il bisogno di parlare prende il sopravvento.
– Della fine?
Mag non risponde. Si morde un labbro, si tocca nervosamente i capelli.
– Della nostra fine?- insisto.
A quel punto, con uno scatto, lei chiude il libro, si volta verso di me e mi guarda negli occhi.
– Sì – mi dice.
Stavolta il colore della sua risposta è diverso. E’ deciso, non ci sono sfumature d’incertezza.

Sarebbe bastata un’esitazione, una pausa più lunga fra il movimento e la parola. Sarebbe stato sufficiente picchiettarsi le labbra con le dita e io le avrei detto che era bellissima.
Invece quella risposta così secca mi convince a sottomettermi al destino. – Ci siamo – penso.
Comincio a tremare, a torturarmi con le mani la fossetta del mento. Mag riprende a leggere come se non fosse successo nulla.
– Ok – dico, senza aggiungere altro. Indosso il cappotto ed esco.
Prima di entrare in macchina mi devo appoggiare alla portiera e vomitare la birra che ho in corpo. Per fortuna in strada non c’è nessuno, per fortuna sta piovendo.
Faccio diversi chilometri, esco dalla città e mi immetto nell’autostrada, senza una destinazione precisa.
E’ quasi mezzanotte quando mi fermo alla stazione di servizio.
Dentro c’è una luce accecante e un insopportabile odore di spray detergente. Una commessa sta passando una spugna sopra i tavolini. In fondo al bancone due uomini, seduti su sgabelli alti, stanno conversando di calcio. Ogni tanto buttano l’occhio sul culo della cameriera e ridono sgradevolmente.
Chiedo una birra. La cassiera mi guarda con un’aria di commiserazione e si sforza di sorridermi. Anche uno degli uomini mi guarda con insistenza. Faccio finta di niente, finché il tizio si alza e mi viene vicino:
– Lei è Carl, credo di non sbagliarmi. Mi dispiace, mi dispiace molto per quello che le è successo a pagina centocinquanta.
– No, veramente io non so di cosa stia parlando, mi chiamo Andrea e…
 Sento che il cuore continua a battermi all’impazzata. Quando vedo la mia immagine riflessa nello specchio dietro le bottiglie, mi sento mancare. Sto per cadere.

E’ in quel preciso momento che una finestra del palazzo di fronte viene spalancata. La mia visione di quel martedì viene interrotta.
Ora riesco a intravedere la sagoma di un uomo che si muove nervosamente nella stanza. Apro la mia finestra. E riesco a sentire che quell’uomo sta urlando qualcosa.
– Della nostra fine? Della nostra fine? Della nostra fine? Rispondimi, cazzo!
Segue un lungo silenzio, poi la luce si spegne.

Mi trascino lentamente fino alla camera da letto. Mag sta già dormendo. Tiene ancora un libro aperto fra le mani.

maggio 23, 2006

maggio 23, 2006

                                              Carriego & Costabruna Production
                                                          
                                                                   presenta

                              
                  

venghino siori venghino

Parola, rovesciata.

maggio 17, 2006

E’ una semplice didascalia a quella storica foto impressa nelle bustine delle figurine Panini. Una delle immagini più evocative del gioco più bello del mondo. Vi ricordate? Giuro, è lui, Parola.
Parola, rovesciata…
Già vi sento, alorap…
Sì, può anche essere, anche se non suona benissimo: aloraparola. Un po’ meglio in sardo mediocampidanese: allora parolla.
Parola in gioco, insomma.
Che anche quel "rovesciata", a voler fare le pulci, è anagramma di escavatori. E dunque si può rovesciare e scavare la parola. Per gioco.
Ma quel numero di Carlo Parola, numero in elevazione di potenza, è solo un pretesto. Per dire quattro sciocchezze scritte coi piedi. Sul gioco e sul gioco dei piedi.
Perché tutto cominciò da lì, dal calcio. Dalle figurine e dalle prime cronache alla radio.
Da Niccolò Carosio e la sua foga. Dalla “palla in rete” che diventa balla in rete, subito dopo la rettifica e il suo ”anzi no”. Roba per nostalgici.
Però da quel giochino da bisenso la lista si fece lunga. Fin da bambino mi impressionava molto sentir parlare del brutto fallo di Benetti, del fallo con palla distante, della "signora" danneggiata da molti falli. O di catenaccio davanti alla porta, di difensore incollato all’attaccante, di insufficiente prova del nove.
E, più tardi, la testa di Spillo, il destro di Mancini, il libero trattenuto, Capello con la doppia punta. Fino ai  laterali di difesa del Cagliari che – in una partita poco maschia – diventarono terzine, per Sonetti. E così la ripresa con esterni sinistri non mi parlava di cinema horror. Squadra senza riserve non era l’azione di uno che guarda spudoratamente. Calcio di rigore non era una prescrizione medica contro l’osteoporosi. Insomma, una storia infinita di giochi nel gioco.

Ma oggi (con la A) come la mettiamo?
Scandali, calcio e tv, diritti e rovesci. Pensavo che per vedere le partite, pago anch’io fior di abbonamenti. Ho anch’io quelle chiavi di plastica che mi aprono le porte dello spettacolo, le smart cards, le tele tessere.
Tele tessere?! Ecco, ci risiamo: oggi m’immagino Moggi. Tessere tele per essere sempre nelle vette, nelle eccellenze. Tessere tele per le stesse mete che perderebbe, se smettesse. Tessere tele per “prendere men sberle”. Tessere tele per Beppe.
Ohibò, anche il ministro diventa sinistro. E Pisanu, al contrario è una siP. Ah, la vecchia e amata telefonia.
Dicono: più rigore nel calcio, punizione massima, meno diritti.
E’ tutto al rovescio. Ridatemi Gigi Riva.

maggio 13, 2006

A pensarci bene, non sono tanto sicuro che sia successo davvero. Avevo la febbre, quel giorno, e forse io non c’entro niente. Non capisco neanche come mi sia venuto in testa di raccontare questa storia.
Era una giornata feriale di una stagione calda, di questo sono certo. Lo ricordo perché avevamo da poco preso in affitto una piccola mansarda nel centro storico di Nughes e dormivamo con le finestre aperte, cercando di combattere il calore che le pareti di granito rilasciavano come una stufa di ghisa. Anna era convinta che trasferendoci di casa il nostro rapporto avrebbe potuto guadagnarci. Diceva che i luoghi influenzano le persone e che la casa che avevamo abitato dal giorno del nostro matrimonio era intrisa di tensioni negative. “Dobbiamo andarcene di qui al più presto” disse un giorno. Così, a maggio di quell’anno avevamo finalmente trovato quello che ci pareva un posto adatto a ricominciare. Ci piacque, per qualche settimana, ma presto il gran caldo cominciò a soffocare ogni tentativo di riavvicinamento. Soprattutto di notte.

Alle cinque di mattina mi svegliai, le lenzuola erano bagnate di sudore e tutta la stanza girava come una bardofula, una di quelle trottole di legno che da ragazzini lanciavamo con lo spago. Mi sembrava di sentirne anche il rumore, quello strano rumore che producevano nella rotazione velocissima sul cemento della piazza. Poco prima, nel sonno, un collega di lavoro aveva sparato una fiocina nel petto del direttore e io, chissà perché, l’avevo aiutato a occultare il cadavere fra gli scaffali dell’archivio. Ci eravamo sporcati di sangue e cercare di ripulire i nostri vestiti era stato inutile. Mi destai quando Pennini stava ricaricando il fucile da sub. Era chiaro che quel giorno non sarei andato in ufficio.
Sentivo il respiro regolare di Anna, a fianco a me. “Sto male” dissi, sottovoce. “Dormi?”
Non rispose. Ma ormai erano due mesi che non rispondeva alle mie domande. Si girò su un fianco. “Fa niente” dissi.
Guardai la linea perfetta della sua schiena e provai un fastidioso desiderio di lei.
Fuori nessun rumore, la giornata dei vivi non era ancora cominciata. Decisi di alzarmi per un caffè.
Me ne stavo seduto, con lo sguardo perso nel vuoto e con i pensieri che andavano per cazzi loro fra le pareti della cucina. Dalla finestra arrivarono i primi chiarori dell’alba. Stavo per ritornarmene al letto, quando sentii il pianto di un neonato provenire dall’appartamento di sotto. Poi la mamma che lo consolava. Una lenta ninnananna. Rimasi ad ascoltare, trattenendo il respiro, con le mani chiuse a pugno, sopra il tavolo. Era la stessa canzoncina che mia madre mi cantava da bambino, tenendomi sulle ginocchia. Mi venne da piangere ma riuscii a trattenere le lacrime. Aprii la mano sinistra, lentamente, e la sollevai fino all’altezza degli occhi. Mi sembrò una cosa estranea, una parte posticcia del mio corpo, una specie di protesi. Mi concentrai e cominciai a recitare piano la filastrocca sulle dita. Custu est su porcu, custu l’at mortu…
Alle sei e venti, lo sguardo mi cadde sulla lama di un coltello.
Quando tornai nella stanza da letto, Anna stava ancora dormendo. Con la bocca un po’ aperta e le braccia adagiate sul petto, sembrava morta. Invece aprì gli occhi e mi guardò. “Cosa fai con quel coltello?” mi chiese. “Niente” risposi. “Dormi, dormi. E’ ancora presto” aggiunsi.
Si voltò sull’altro lato e mi mostrò di nuovo la schiena.
Non ricordo quanto tempo rimasi lì a guardarla. In testa avevo ancora la canzoncina.