maggio 13, 2006

A pensarci bene, non sono tanto sicuro che sia successo davvero. Avevo la febbre, quel giorno, e forse io non c’entro niente. Non capisco neanche come mi sia venuto in testa di raccontare questa storia.
Era una giornata feriale di una stagione calda, di questo sono certo. Lo ricordo perché avevamo da poco preso in affitto una piccola mansarda nel centro storico di Nughes e dormivamo con le finestre aperte, cercando di combattere il calore che le pareti di granito rilasciavano come una stufa di ghisa. Anna era convinta che trasferendoci di casa il nostro rapporto avrebbe potuto guadagnarci. Diceva che i luoghi influenzano le persone e che la casa che avevamo abitato dal giorno del nostro matrimonio era intrisa di tensioni negative. “Dobbiamo andarcene di qui al più presto” disse un giorno. Così, a maggio di quell’anno avevamo finalmente trovato quello che ci pareva un posto adatto a ricominciare. Ci piacque, per qualche settimana, ma presto il gran caldo cominciò a soffocare ogni tentativo di riavvicinamento. Soprattutto di notte.

Alle cinque di mattina mi svegliai, le lenzuola erano bagnate di sudore e tutta la stanza girava come una bardofula, una di quelle trottole di legno che da ragazzini lanciavamo con lo spago. Mi sembrava di sentirne anche il rumore, quello strano rumore che producevano nella rotazione velocissima sul cemento della piazza. Poco prima, nel sonno, un collega di lavoro aveva sparato una fiocina nel petto del direttore e io, chissà perché, l’avevo aiutato a occultare il cadavere fra gli scaffali dell’archivio. Ci eravamo sporcati di sangue e cercare di ripulire i nostri vestiti era stato inutile. Mi destai quando Pennini stava ricaricando il fucile da sub. Era chiaro che quel giorno non sarei andato in ufficio.
Sentivo il respiro regolare di Anna, a fianco a me. “Sto male” dissi, sottovoce. “Dormi?”
Non rispose. Ma ormai erano due mesi che non rispondeva alle mie domande. Si girò su un fianco. “Fa niente” dissi.
Guardai la linea perfetta della sua schiena e provai un fastidioso desiderio di lei.
Fuori nessun rumore, la giornata dei vivi non era ancora cominciata. Decisi di alzarmi per un caffè.
Me ne stavo seduto, con lo sguardo perso nel vuoto e con i pensieri che andavano per cazzi loro fra le pareti della cucina. Dalla finestra arrivarono i primi chiarori dell’alba. Stavo per ritornarmene al letto, quando sentii il pianto di un neonato provenire dall’appartamento di sotto. Poi la mamma che lo consolava. Una lenta ninnananna. Rimasi ad ascoltare, trattenendo il respiro, con le mani chiuse a pugno, sopra il tavolo. Era la stessa canzoncina che mia madre mi cantava da bambino, tenendomi sulle ginocchia. Mi venne da piangere ma riuscii a trattenere le lacrime. Aprii la mano sinistra, lentamente, e la sollevai fino all’altezza degli occhi. Mi sembrò una cosa estranea, una parte posticcia del mio corpo, una specie di protesi. Mi concentrai e cominciai a recitare piano la filastrocca sulle dita. Custu est su porcu, custu l’at mortu…
Alle sei e venti, lo sguardo mi cadde sulla lama di un coltello.
Quando tornai nella stanza da letto, Anna stava ancora dormendo. Con la bocca un po’ aperta e le braccia adagiate sul petto, sembrava morta. Invece aprì gli occhi e mi guardò. “Cosa fai con quel coltello?” mi chiese. “Niente” risposi. “Dormi, dormi. E’ ancora presto” aggiunsi.
Si voltò sull’altro lato e mi mostrò di nuovo la schiena.
Non ricordo quanto tempo rimasi lì a guardarla. In testa avevo ancora la canzoncina.

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