maggio 28, 2006

la domanda

Davanti a me vedo gli ultimi tre piani di un palazzo, nove finestre. Non so perché sono qui. Mi succede spesso di trovarmi in un punto della casa senza sapere perché. Mi sposto come se fossi comandato da una forza sconosciuta, con movimenti del tutto scollegati da quello che stavo pensando fino a un attimo prima. Così, spesso, mi ritrovo a guardare la costola di un libro o un bicchiere vuoto o la lancetta dell’orologio in cucina. Per lunghi tratti, con lo sguardo fisso. Ma quegli oggetti è come se non esistessero. E anche questo palazzo, ora, è come se non esistesse. Continuo a fissare le luci dietro le finestre, e intanto vedo altro.

Mi rivedo seduto sul divano, accanto a lei.
E’ un martedì sera stanco, come tanti altri. C’è la tv accesa, con il volume a zero, una pubblicità che conosco a memoria. Mag sta leggendo un libro, con le ginocchia piegate sotto un plaid. E’ completamente presa. Sembriamo due sconosciuti nello scompartimento di un treno.
Dopo un po’ mi alzo e vado a prendere una birra dal frigo. Quando torno al divano, senza guardarla, le chiedo:
– Di cosa parla?
– Di noi – mi risponde, senza staccare gli occhi dalla pagina e con una voce neutra, senza intonazione.
In quel momento capisco quanta tensione aleggi dentro il soggiorno. Come altre volte, decido di far cadere il discorso, di starmene zitto. Afferro un giornale che sta sopra il tavolino e mi metto a leggere anch’io. Ma non riesco a concentrarmi, sento che il bisogno di parlare prende il sopravvento.
– Della fine?
Mag non risponde. Si morde un labbro, si tocca nervosamente i capelli.
– Della nostra fine?- insisto.
A quel punto, con uno scatto, lei chiude il libro, si volta verso di me e mi guarda negli occhi.
– Sì – mi dice.
Stavolta il colore della sua risposta è diverso. E’ deciso, non ci sono sfumature d’incertezza.

Sarebbe bastata un’esitazione, una pausa più lunga fra il movimento e la parola. Sarebbe stato sufficiente picchiettarsi le labbra con le dita e io le avrei detto che era bellissima.
Invece quella risposta così secca mi convince a sottomettermi al destino. – Ci siamo – penso.
Comincio a tremare, a torturarmi con le mani la fossetta del mento. Mag riprende a leggere come se non fosse successo nulla.
– Ok – dico, senza aggiungere altro. Indosso il cappotto ed esco.
Prima di entrare in macchina mi devo appoggiare alla portiera e vomitare la birra che ho in corpo. Per fortuna in strada non c’è nessuno, per fortuna sta piovendo.
Faccio diversi chilometri, esco dalla città e mi immetto nell’autostrada, senza una destinazione precisa.
E’ quasi mezzanotte quando mi fermo alla stazione di servizio.
Dentro c’è una luce accecante e un insopportabile odore di spray detergente. Una commessa sta passando una spugna sopra i tavolini. In fondo al bancone due uomini, seduti su sgabelli alti, stanno conversando di calcio. Ogni tanto buttano l’occhio sul culo della cameriera e ridono sgradevolmente.
Chiedo una birra. La cassiera mi guarda con un’aria di commiserazione e si sforza di sorridermi. Anche uno degli uomini mi guarda con insistenza. Faccio finta di niente, finché il tizio si alza e mi viene vicino:
– Lei è Carl, credo di non sbagliarmi. Mi dispiace, mi dispiace molto per quello che le è successo a pagina centocinquanta.
– No, veramente io non so di cosa stia parlando, mi chiamo Andrea e…
 Sento che il cuore continua a battermi all’impazzata. Quando vedo la mia immagine riflessa nello specchio dietro le bottiglie, mi sento mancare. Sto per cadere.

E’ in quel preciso momento che una finestra del palazzo di fronte viene spalancata. La mia visione di quel martedì viene interrotta.
Ora riesco a intravedere la sagoma di un uomo che si muove nervosamente nella stanza. Apro la mia finestra. E riesco a sentire che quell’uomo sta urlando qualcosa.
– Della nostra fine? Della nostra fine? Della nostra fine? Rispondimi, cazzo!
Segue un lungo silenzio, poi la luce si spegne.

Mi trascino lentamente fino alla camera da letto. Mag sta già dormendo. Tiene ancora un libro aperto fra le mani.
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6 Risposte to “”

  1. …senza parole…
    leggerti è sempre un piacere…
    un po’ meno i bruciori di stomaco che riesci a trasmettere.
    è una gran dote, lo sai?
    e così a distanza, poi…
    meglio di Uri Gheller!
    Ida

  2. i bestsellers! pubblicali!!!!

  3. Q.lla said

    Carl, sono Alic: a pagina dodici HAI LASCIATO APERTO IL GAS! L’hai fatto apposta, Carl?

  4. birambai said

    dottorè, che domanda complessa! E’ cambiato il tempo, ha visto che sbalzo di temperatura (Gavoi -3).
    E’ cambiato il sindaco di Orosei, forse anche quello di Silanus. E’ cambiato il prezzo del petrolio, quello cambia ogni giorno. Poi boh, il risultato di una partita che stavo seguendo in tv, l’umore, lo schermo del pc al lavoro, cose così.

    Quella, prima di arrivare a Handy Capp, mi sono interrogato a lungo sul senso del commento, chiedendomi quali significati reconditi vi fossero celati. Mi sono sentito un povero cretino. Ora mi sento sempre un cretino, ma un po’ meno povero.

    Mantide, più pubblicati di così!

  5. amilgaQ said

    cazzo, ma dove vivi???? vivesti? vivetti? vivrebbesti???

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