giugno 19, 2006

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giugno 19, 2006

Dunque: lo spago per la valigia, il biglietto, il cambio. Farà caldo, sì farà caldo, una maglia di cotone può andare. Vigilia da emigrante, come ogni buon sardo che si accinge alla traversata: vado in continente.
Ma che ci faccio io lì, che saranno tutti dei grandi intellettuali e poeti e scrittori e fini dicitori, roba per chi  ha letto diecimila libri  e conosce il teatro d’avanguardia e quello classico e quello terzo.  L’imbarazzo sarà tale che sto pensando di parlare solo in Orgolese stretto, spacciandolo come una mia sperimentazione linguistica. E lunghi silenzi: la voce dell’isola è un  millenario silenzio , il granito, al massimo il vento.
Cosa gliene può fregare di sentire storie scritte  da un dilettante e dette con quella terribile cadenza barbaricina. Chissà che noia per il pubblico. Per fortuna non paga e se ne può andare bellamente quando vuole, che la serata è in piazza  e non c’è il disagio di abbandonare un teatro, dove tutti ti guardano come un ladro, se vai via da uno spettacolo noioso.
Afa reading festival. Ma che vuol dire quell’afa? Forse che ci sarà un alto tasso di umidità. E  allora povero me, con la tensione e tutto il resto. Ansuini si chiederà ma chi me l’ha fatto fare.
Ormai è fatta, però, la valigia è quasi pronta. ohi ohi.

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giugno 19, 2006

Polanca e le lingue


Facciamo così: facciamo che io rientro a casa dopo una dura giornata di lavoro, verso le sette, e non vedo l’ora di fare una doccia e mettermi in panciolle a guardare la partita.
Facciamo che appena apro la porta sento Polanca che parla da solo. Poi lo vedo, steso sul divano nella sua solita posizione, due cuscini sotto la testa uno sotto i piedi.
Facciamo che io dico "sei impazzito, almeno levati le scarpe" e che lui mi risponde "aspetta un attimo fammi finire devo ripetere questo dialogo me lo devo fissare bene in testa devo capire dove sta l’errore siediti lì poi ti lascio il divano tutto per te".
Facciamo che come uno scemo mi metto davanti a lui e assisto a questa specie di prova di teatro dell’assurdo:

– E, mi dica, dove ha saputo della nostra selezione?
– Negli annunci del Cercalavoro, lo guardo tutti i giorni.
– Tutte le settimane… vorrà dire, è un settimanale.
– Sì, ma io lo leggo un po’ alla volta, dieci minuti al giorno. Poi per un’ora penso.
– Valuta le offerte.
– No, penso. Penso e basta.
– Pensa alla vita.
– Anche alla morte, ogni tanto. E ai campionati del mondo.
– Va bene va bene, senta, ha portato i suoi curriculum?
– Curricula.
– Come scusi?
– Il plurale fa curricula. Comunque ne ho solo uno. Eccolo.
– Cosa significa che sa mungere?
– Che so tirare fuori il latte dalle mammelle delle mucche. O delle pecore o delle capre, dipende dalle circostanze.
– No, scusi, ma non è che lei ha sbagliato colloquio? Noi cerchiamo telefonisti, non mungitori, non crediamo che questa sua conoscenza ci possa essere utile.
– Beh, per il lavoro che dovrei fare non è meno utile di una laurea in filosofia. E comunque è il mio sapere, il mio corso.
– Lei è laureato in filosofia?
– Sì. Anche in psicologia.
– Molto bene. Conosce le lingue?
– Poco.
– Con l’inglese come se la cava?
– Male.
– Mmmh, questo è un guaio, la conoscenza dell’inglese è una condizione sine qua non.
– Condicio.
– Già.
– Già.

A questo punto vedo che Polanca cerca di ricordare la battuta successiva. Si sforza, forse ha un vuoto di memoria. Aspetto un minuto, poi gli dico che non c’è bisogno che vada avanti.
– Polà, tu non troverai mai un lavoro.
– No no, non è così semplice. E’ il silenzio che devo indagare. Quella lunga pausa che non riesco a decifrare.
– Cioè?
– Dopo quel "già", il capo del personale ha ingaggiato con me una battaglia di silenzi, come se volesse studiarmi. Io mi sono messo comodo e l’ho guardato dritto negli occhi. Lui ha cominciato a giocherellare con una penna e a sudare leggermente sotto le palpebre. Non ho capito cosa l’abbia messo così in difficoltà. Mi ha fatto quasi pena, è un uomo che non sa gestire minimamente l’ansia.
– E poi?
– Per fortuna è entrata la segretaria a levarci dall’imbarazzo. Truccatissima. Gli ha sottoposto una serie di fogli da firmare. Quando è uscita, il tipo mi ha strizzato l’occhio, come a volermi dire hai visto quant’è bona.
– E tu?
– Mi sono alzato e gli ho stretto la mano. Poi l’ho salutato in inglese.
– Ma se l’inglese non lo sai!
– Mi sono ricordato di due paroline. Boh, forse le ho sentite in un film.

Ecco, facciamo che a questo punto Polanca sembra De Niro nell’ultima scena di C’era una volta in America. Con quel sorriso rivolto al cielo che non ho mai capito cosa volesse dire. Lo lascio così.

La doccia è un toccasana, contro la stanchezza. Posso stare mezz’ora sotto l’acqua tiepida. Manca più di mezz’ora alla partita. Fra tutti i film mi viene in testa Taxi Driver.

giugno 8, 2006

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Negli ultimi giorni la città si è completamente svuotata, sono  tutti in vacanza. Non lui, che da un mese è disoccupato e non può permettersi neanche l’autobus per il mare a venti chilometri.
E’ chiuso in casa da una settimana e da una settimana cerca di combattere il gran caldo. Spera di non morire, che non c’è cosa più triste che morire ad Agosto, mentre hai voglia di una spiaggia.
C’è silenzio, al quarto piano del condominio, troppo silenzio.  Al punto che non riesce ad andare avanti nel romanzo che sta leggendo. E’ già tornato più volte sulla stessa riga, senza capire.
C’è una quiete talmente irreale che gli sembra di sentire un geco che si sposta in un angolo del soffitto e anche i suoi pensieri, ora, gli sembrano strani. Pensa a troppe cose, tutte insieme, l’una sull’altra, e in quel garbuglio si perde. Non c’è nessun nesso logico fra la maglietta sudata che pende sulla spalliera della sedia e l’idea di dover cambiare portachiavi. Passa velocemente dalla frase del libro “la vita è quello che ti succede mentre pensi ad altro” alla visione di una stampa appesa alla parete, a un dettaglio, una mano che non aveva mai visto grande così.
C’è troppo silenzio. Forse è questo il problema.
Decide di uscire, Antonio Bandinu, di fare una passeggiata. Vuole liberarsi da quella specie di incubo che sono gli oggetti passati in rassegna dentro la stanza, il rotolo di nastro adesivo, una busta di semi di zucca, un registratore a cassette, una biglia di ferro, il temperamatite, una cartolina postale.

Quando si chiude il portone alle spalle e scende il primo gradino delle scale, gli sembra di sentire uno scricchiolio al ginocchio sinistro. Non ci fa troppo caso, sarà l’immobilità di questi giorni, pensa.
Le strade di Nughes sono deserte, così come si aspettava. L’unico essere vivente è un gatto che sbuca da un cassonetto e si infila rapido sotto una macchina parcheggiata da mesi nello stesso punto di Via Cavour. E’ tutto chiuso: i negozi, i bar, le finestre delle case. Anche in centro, nella piazza Vittorio Emanuele – la distesa di cemento che i Nughesi chiamano inspiegabilmente “I giardini”- non c’è nessuno.
Gli sembra, allora, di essere rimasto solo, solo come non era mai stato, e per farsi compagnia si mette a cantare, sottovoce: Si m’esseret possibile d’anghelu s’ispiritu invisibile piccabo.
Mentre canta si ferma a guardare quel che è rimasto degli ultimi manifesti elettorali sui pannelli di metallo che a tre mesi dal voto ancora campeggiano in mezzo alla piazza. Ci sono pezzi di brutte facce, orribili slogan strappati a metà, promesse sbiadite. Sorride, Antonio, leggendo quanto lavoro ai giovani è stato giurato. E continua a sorridere quando vede le pose dei candidati ingialliti dal sole, le magnifiche sorti e progressive inghiottite dalla calura e dalla desolazione di quel pomeriggio. Poi, quando sta per andar via, con la coda dell’occhio legge “per una città che ti riconosca”. E, nello stesso istante, avverte un turbamento che non riesce a decifrare. Improvvisamente non ricorda più dove si trova, non riconosce i palazzi che gli stanno intorno, gli scavi per le tubature del gas, la geometrica scultura di granito a pochi passi da lui. Tutto gli sembra sconosciuto, anche la fontana secca che c’è alla sua destra, il chiosco dei gelati sigillato da quattro serrande.
Si spaventa, deglutisce con forza per spingere il bolo d’ansia che gli ha chiuso la gola e che lo fa respirare a fatica. Si gira da tutte le parti, come a voler cercare un punto di riferimento, poi sceglie una direzione e comincia a correre.
Dopo dieci minuti si ritrova in un quartiere moderno, alla periferia della città, circondato da casermoni di cemento con infissi in alluminio e villette a schiera costruite su campi sterrati.
Si ferma nel mezzo di un lungo viale. L’aria torrida è impregnata di puzzo di concime che arriva dalla campagna vicina. No, per lui quel posto non può esistere, non ci può essere tanto cattivo gusto nella città che lo ha allevato.
Le gambe non gli reggono più. Cade in ginocchio.
E’ completamente disidratato, con la vista annebbiata, quando alle sue spalle sente la voce di un uomo:
– Antò, ite che faches innoghe? A cust’ora, no est ora ‘e pregare. Pesadinde.

E’ la voce di suo padre, ma Antonio non capisce quella lingua.
– Padre aiutatemi, aiutatemi voi, non riesco più a muovermi, mi sono perduto. Non so più trovare la via del ritorno.

L’uomo appoggia una mano sulla spalla di Antonio. Una mano grande e callosa.
– Est su tempus, est custu calore. Est custa solidade. Ma ja passat – dice l’uomo. Poi va via.
Antonio lo osserva, mentre si allontana. Gli guarda la nuca che sporge dal berretto di velluto.
E subito sente che il suo corpo sta diventando leggero.
Come la brezza che si è improvvisamente alzata.