giugno 8, 2006

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Negli ultimi giorni la città si è completamente svuotata, sono  tutti in vacanza. Non lui, che da un mese è disoccupato e non può permettersi neanche l’autobus per il mare a venti chilometri.
E’ chiuso in casa da una settimana e da una settimana cerca di combattere il gran caldo. Spera di non morire, che non c’è cosa più triste che morire ad Agosto, mentre hai voglia di una spiaggia.
C’è silenzio, al quarto piano del condominio, troppo silenzio.  Al punto che non riesce ad andare avanti nel romanzo che sta leggendo. E’ già tornato più volte sulla stessa riga, senza capire.
C’è una quiete talmente irreale che gli sembra di sentire un geco che si sposta in un angolo del soffitto e anche i suoi pensieri, ora, gli sembrano strani. Pensa a troppe cose, tutte insieme, l’una sull’altra, e in quel garbuglio si perde. Non c’è nessun nesso logico fra la maglietta sudata che pende sulla spalliera della sedia e l’idea di dover cambiare portachiavi. Passa velocemente dalla frase del libro “la vita è quello che ti succede mentre pensi ad altro” alla visione di una stampa appesa alla parete, a un dettaglio, una mano che non aveva mai visto grande così.
C’è troppo silenzio. Forse è questo il problema.
Decide di uscire, Antonio Bandinu, di fare una passeggiata. Vuole liberarsi da quella specie di incubo che sono gli oggetti passati in rassegna dentro la stanza, il rotolo di nastro adesivo, una busta di semi di zucca, un registratore a cassette, una biglia di ferro, il temperamatite, una cartolina postale.

Quando si chiude il portone alle spalle e scende il primo gradino delle scale, gli sembra di sentire uno scricchiolio al ginocchio sinistro. Non ci fa troppo caso, sarà l’immobilità di questi giorni, pensa.
Le strade di Nughes sono deserte, così come si aspettava. L’unico essere vivente è un gatto che sbuca da un cassonetto e si infila rapido sotto una macchina parcheggiata da mesi nello stesso punto di Via Cavour. E’ tutto chiuso: i negozi, i bar, le finestre delle case. Anche in centro, nella piazza Vittorio Emanuele – la distesa di cemento che i Nughesi chiamano inspiegabilmente “I giardini”- non c’è nessuno.
Gli sembra, allora, di essere rimasto solo, solo come non era mai stato, e per farsi compagnia si mette a cantare, sottovoce: Si m’esseret possibile d’anghelu s’ispiritu invisibile piccabo.
Mentre canta si ferma a guardare quel che è rimasto degli ultimi manifesti elettorali sui pannelli di metallo che a tre mesi dal voto ancora campeggiano in mezzo alla piazza. Ci sono pezzi di brutte facce, orribili slogan strappati a metà, promesse sbiadite. Sorride, Antonio, leggendo quanto lavoro ai giovani è stato giurato. E continua a sorridere quando vede le pose dei candidati ingialliti dal sole, le magnifiche sorti e progressive inghiottite dalla calura e dalla desolazione di quel pomeriggio. Poi, quando sta per andar via, con la coda dell’occhio legge “per una città che ti riconosca”. E, nello stesso istante, avverte un turbamento che non riesce a decifrare. Improvvisamente non ricorda più dove si trova, non riconosce i palazzi che gli stanno intorno, gli scavi per le tubature del gas, la geometrica scultura di granito a pochi passi da lui. Tutto gli sembra sconosciuto, anche la fontana secca che c’è alla sua destra, il chiosco dei gelati sigillato da quattro serrande.
Si spaventa, deglutisce con forza per spingere il bolo d’ansia che gli ha chiuso la gola e che lo fa respirare a fatica. Si gira da tutte le parti, come a voler cercare un punto di riferimento, poi sceglie una direzione e comincia a correre.
Dopo dieci minuti si ritrova in un quartiere moderno, alla periferia della città, circondato da casermoni di cemento con infissi in alluminio e villette a schiera costruite su campi sterrati.
Si ferma nel mezzo di un lungo viale. L’aria torrida è impregnata di puzzo di concime che arriva dalla campagna vicina. No, per lui quel posto non può esistere, non ci può essere tanto cattivo gusto nella città che lo ha allevato.
Le gambe non gli reggono più. Cade in ginocchio.
E’ completamente disidratato, con la vista annebbiata, quando alle sue spalle sente la voce di un uomo:
– Antò, ite che faches innoghe? A cust’ora, no est ora ‘e pregare. Pesadinde.

E’ la voce di suo padre, ma Antonio non capisce quella lingua.
– Padre aiutatemi, aiutatemi voi, non riesco più a muovermi, mi sono perduto. Non so più trovare la via del ritorno.

L’uomo appoggia una mano sulla spalla di Antonio. Una mano grande e callosa.
– Est su tempus, est custu calore. Est custa solidade. Ma ja passat – dice l’uomo. Poi va via.
Antonio lo osserva, mentre si allontana. Gli guarda la nuca che sporge dal berretto di velluto.
E subito sente che il suo corpo sta diventando leggero.
Come la brezza che si è improvvisamente alzata.

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