giugno 19, 2006

Polanca e le lingue


Facciamo così: facciamo che io rientro a casa dopo una dura giornata di lavoro, verso le sette, e non vedo l’ora di fare una doccia e mettermi in panciolle a guardare la partita.
Facciamo che appena apro la porta sento Polanca che parla da solo. Poi lo vedo, steso sul divano nella sua solita posizione, due cuscini sotto la testa uno sotto i piedi.
Facciamo che io dico "sei impazzito, almeno levati le scarpe" e che lui mi risponde "aspetta un attimo fammi finire devo ripetere questo dialogo me lo devo fissare bene in testa devo capire dove sta l’errore siediti lì poi ti lascio il divano tutto per te".
Facciamo che come uno scemo mi metto davanti a lui e assisto a questa specie di prova di teatro dell’assurdo:

– E, mi dica, dove ha saputo della nostra selezione?
– Negli annunci del Cercalavoro, lo guardo tutti i giorni.
– Tutte le settimane… vorrà dire, è un settimanale.
– Sì, ma io lo leggo un po’ alla volta, dieci minuti al giorno. Poi per un’ora penso.
– Valuta le offerte.
– No, penso. Penso e basta.
– Pensa alla vita.
– Anche alla morte, ogni tanto. E ai campionati del mondo.
– Va bene va bene, senta, ha portato i suoi curriculum?
– Curricula.
– Come scusi?
– Il plurale fa curricula. Comunque ne ho solo uno. Eccolo.
– Cosa significa che sa mungere?
– Che so tirare fuori il latte dalle mammelle delle mucche. O delle pecore o delle capre, dipende dalle circostanze.
– No, scusi, ma non è che lei ha sbagliato colloquio? Noi cerchiamo telefonisti, non mungitori, non crediamo che questa sua conoscenza ci possa essere utile.
– Beh, per il lavoro che dovrei fare non è meno utile di una laurea in filosofia. E comunque è il mio sapere, il mio corso.
– Lei è laureato in filosofia?
– Sì. Anche in psicologia.
– Molto bene. Conosce le lingue?
– Poco.
– Con l’inglese come se la cava?
– Male.
– Mmmh, questo è un guaio, la conoscenza dell’inglese è una condizione sine qua non.
– Condicio.
– Già.
– Già.

A questo punto vedo che Polanca cerca di ricordare la battuta successiva. Si sforza, forse ha un vuoto di memoria. Aspetto un minuto, poi gli dico che non c’è bisogno che vada avanti.
– Polà, tu non troverai mai un lavoro.
– No no, non è così semplice. E’ il silenzio che devo indagare. Quella lunga pausa che non riesco a decifrare.
– Cioè?
– Dopo quel "già", il capo del personale ha ingaggiato con me una battaglia di silenzi, come se volesse studiarmi. Io mi sono messo comodo e l’ho guardato dritto negli occhi. Lui ha cominciato a giocherellare con una penna e a sudare leggermente sotto le palpebre. Non ho capito cosa l’abbia messo così in difficoltà. Mi ha fatto quasi pena, è un uomo che non sa gestire minimamente l’ansia.
– E poi?
– Per fortuna è entrata la segretaria a levarci dall’imbarazzo. Truccatissima. Gli ha sottoposto una serie di fogli da firmare. Quando è uscita, il tipo mi ha strizzato l’occhio, come a volermi dire hai visto quant’è bona.
– E tu?
– Mi sono alzato e gli ho stretto la mano. Poi l’ho salutato in inglese.
– Ma se l’inglese non lo sai!
– Mi sono ricordato di due paroline. Boh, forse le ho sentite in un film.

Ecco, facciamo che a questo punto Polanca sembra De Niro nell’ultima scena di C’era una volta in America. Con quel sorriso rivolto al cielo che non ho mai capito cosa volesse dire. Lo lascio così.

La doccia è un toccasana, contro la stanchezza. Posso stare mezz’ora sotto l’acqua tiepida. Manca più di mezz’ora alla partita. Fra tutti i film mi viene in testa Taxi Driver.

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