ottobre 1, 2006

                                                  

Il vecchio di  Baduena 

“Melaezza”, così lo chiamavano. Avevo sempre pensato che quel nomignolo avesse a che fare con un viso rugoso, rinsecchito da troppi anni vissuti fra i campi.
Non l’avevo mai visto, l’avevo solo immaginato. Da bambino avevo ascoltato di nascosto i racconti dei grandi, le storie di quell’uomo misterioso che aveva scelto di vivere staccato dal mondo e che i paesani andavano a trovare solo quando il prete e il dottore non riuscivano a sconfiggere i malanni e la sfortuna. Gli adulti ne parlavano spesso, ma sempre sottovoce, come di una cosa inconfessabile, un argomento da cui preservare l’innocenza dei piccoli. Una volta riuscii a sentire le parole di mia nonna – ti porto da Melaezza, ti porto io- diceva. Cercava di consolare mia madre, triste per la prolungata assenza di mio padre emigrato nel nord. – Ho paura, ho paura- rispondeva la mamma, mentre cercava di soffocare le lacrime.
Ecco, era entrato nella mia fantasia così, come uno di quei fantasmi che complicano i sogni dell’infanzia.

Da quando mi ero trasferito in città non ne avevo più sentito parlare e, come molte altre cose, era entrato nel limbo della rimozione.
Era stato Paolo a ricordarmi di lui: -Vai a trovarlo, vedrai ti farà bene- mi disse.
Ero stanco, sfiancato dalla fatica del ricordo. Maria se n’era andata a Settembre e io continuavo a vederla fra i mobili di casa, tra le pagine dei libri. La nostalgia era una tortura immedicabile, in quell’inverno lunghissimo, cominciavo a pensare di non guarire mai più. A niente erano  valsi i tentativi di fuga, le sere passate a stordirmi di vino. Più mi agitavo e più mi sentivo prigioniero  delle cose inutili.
Tanto valeva provare col vecchio.
Ci misi un po’ a trovare il suo rifugio. Girai per ore nelle campagne di Baduena, col freddo di Marzo che mi entrava nelle ossa. A un certo momento pensai di essermi perso, di nuovo nella ragnatela, di nuovo nella trappola che ti fa smarrire le cose. Stavo per tornare indietro quando vidi un filo di fumo, poco più avanti.
Titubante bussai piano alla porticina di legno. Mi rispose una voce sicura  -vieni avanti- come di uno che ti sta aspettando da tempo. Stava lì, seduto su una sedia sgangherata, intento a ravvivare il fuoco, al centro della capanna fatta di basalto e di frasche. Non sollevò neppure lo sguardo.
Era magro da far paura, mangiato dal tempo, più piccolo di come me l’ero sempre figurato.
 -Apri quell’armadio, prendine una- mi disse, mentre continuava a pestare un ciocco per staccarne le braci. Come schiusi l’anta, un profumo di mele si diffuse nell’aria. Ne scelsi una e gliela porsi.
-No, tienila tu, stringila fra le mani.
Mi fece sedere di fronte a lui. Restammo in silenzio per molti minuti e per tutto quel tempo non ricordo a cosa pensai. Il vecchio teneva gli occhi chiusi, le sue mani tremavano e le sue labbra si aprivano e si richiudevano piano, come quelle di chi recita una preghiera muta.
 -Ora dammela- mi disse, a un certo punto, schiarendosi la voce con un colpo di tosse. Afferrò la melina e facendo pressione con i pollici la spaccò in due. Poi, osservando attentamente nel cuore del frutto, cominciò ad annuire, finché mi parlò, con esperta lentezza.
Non ricordo tutte le parole che disse, ricordo solo che i miei occhi erano “stupidi di vita, lucidi di vita”. Ricordo che la sua voce mi colò addosso come un balsamo caldo.
Prima di congedarmi mi passò mezza mela e mi ordinò di assaggiarla. Aveva il sapore dell’infanzia. Quella buona, quella di giugno, da preservare dal tarlo della dimenticanza.
In macchina, tornando a casa, il pensiero dominante dell’abbandono mi offrì qualche tregua. E Billie Holiday cantava “Lover Man”.

otto e tre

Il suo cappotto nero elegante, lungo fino alle ginocchia, era sempre lo stesso. Anche la sciarpa di lana a quadretti gialli era la stessa. E l’ombrello verde col manico di legno. Le scarpe no, quelle le aveva cambiate da poco, era passato a un modello più sportivo, col fondo di gomma e le cuciture a vista nella parte alta della tomaia. Dell’orologio non saprei dire, ero riuscito a intravederlo solo una volta, mentre guardava l’ora nel quadrante in metallo brunito. Con ragionevole certezza posso invece affermare che andava spesso dal barbiere, aveva sempre un taglio di capelli perfettamente curato, con le basette ben disegnate e la sfumatura alta dietro la nuca.
Così come posso giurare che gli piacevano molto i cappelli.  Ne possedeva una vasta collezione per ogni stagione dell’anno, quasi tutti di  foggia classica. Per questo ho sempre pensato che li avesse ereditati.
Ecco, questo so, non chiedetemi altro. Tutto il resto sono congetture, supposizioni che si possono fare in seguito a una lunga osservazione. Le stesse che si potrebbero fare sull’anima delle aquile o sui sentimenti delle formiche.
Di quell’uomo che ogni mattina passava sotto la mia finestra alle otto e tre minuti ero riuscito a sapere che lavorava all’ufficio del catasto come addetto al rilascio degli estratti di mappa. L’avevo visto io stesso un giorno che dovetti fare una ricerca su un piccolo appezzamento di terreno che la mia famiglia aveva deciso di vendere. Il resto sono fantasie. Certo, supportate da tre anni di notazioni -da quando avevo cominciato a scrutare i suoi passaggi attraverso i vetri della mia cucina, dal quarto piano di Via Garibaldi- ma pur sempre fantasie.
Sui 45 o 50 anni -non posso dire esattamente- era alto, magro, con uno sguardo azzurro velato di tristezza. Camminava sempre al centro della strada con un passo lungo e deciso che faceva pensare ad una persona sicura del fatto suo.
Non l’ho mai visto in compagnia di qualcuno o scambiare parole per strada, come di solito si fa. Anzi, se incontrava un passante neppure si voltava a guardarlo, sembrava sempre immerso in un pensiero profondo che non ammetteva distrazioni. Credo che vivesse da solo, ma non so se per scelta o per destino.

Forse amava gli animali, o forse no. In primavera si fermava spesso di fronte al civico n.8 per guardare i nidi di rondine sotto il cornicione di casa Loi. Dava un’occhiata rapida, seguita da un lieve sorriso di compiacimento, come se fosse interessato alla costruzione di quelle abitazioni di fango. Tutti i santi giorni un cane randagio lo seguiva per un tratto, fino all’incrocio con Via Ripelli, finché lui non gli gettava un tozzo di pane che teneva sempre in tasca. A quel punto il cane si fermava e lui spariva, dietro l’angolo.
Qualche volta, ma solo d’estate, fumava la pipa, una canadese in radica dal cannello corto. In quelle mattine, ma solo in quelle mattine, sembrava più contento di vivere. E allora poteva capitare che entrasse dal fruttivendolo, proprio di fronte a casa, per comprare una mela.
Di sicuro ne andava ghiotto perché quando dava il primo morso, dopo averla sfregata con un fazzoletto bianco, mi sembrava di leggere un’aria di grande soddisfazione nei suoi occhi.
Ecco, questa della mela è una certezza che ho, anche se ricavata da eventi sporadici.
L’altra, quella più importante, è relativa alla sua sparizione, un mese fa.

Qui, tutti hanno detto suicidio. Anche la polizia ha avvalorato questa tesi. E i giornali hanno parlato di una vicenda umana fatta di solitudine, in una città che non sa più guardare.
Solo io so che non è così. Perché io so guardare. E non mi stanco.

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