dicembre 6, 2006

Topolonia e Shakespeare, secondo Polanca

Che relazione c’è fra la commissione Mitrokhin e il teatro elisabettiano? Nessuna, direte voi, miei piccoli lettori. O la stessa che c’è fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima, come direbbe il grande Achille Campanile.
Non la pensa così l’attento Polanca. Non lo so, forse ha fumato qualche roba strana o forse mi è caduto di nuovo in depressione. Ha cominciato a costruire delle associazioni di idee così stravaganti che neppure nelle sedute di psicoanalisi vi potrà capitare di sentire.

“Se proprio devi citare Achille Campanile, dovresti raccontare di quella vedova che si recava tutti i giorni alla tomba del marito e che trovarono morta proprio lì, sulla tomba. L’aveva intitolato Tanto va la gatta al lardo, quel racconto” dice, serio serio. “ Perché anche stavolta è una storia di ripetizioni e di contrappassi”
“ Si può sapere di che diavolo stai parlando?”
“Di spie e di veleni. E di topi”
“Sì, Topolonia, tu leggi troppi fumetti.”
“No, quella era Topolinia. Ma questa non è male, stai imparando, finalmente”
“Ne hai per molto?”
“Ce l’hai una copia dell’Amleto?
“Eeh?”
“Beh, dobbiamo partire da lì, dal personaggio di Polonio. Ti ricordi no, il padre di Ofelia, il ciambellano di corte. Quello che stava sempre a suggerire intrighi. O a fare la spia dietro le tende. Ti ricordi come finisce, quando Amleto lo uccide per sbaglio? Prendi il terzo atto, la scena quarta. Leggi le battute”
Leggo.
Amleto (sfoderando la spada) : Che c’è? Un topo? E’ morto! Un ducato, che è morto! (colpisce la tenda con la spada)
Polonio (da dentro) : Ah! Mi hanno ucciso!

Comincia a ridere, Polanca. E mi fa: “Pensa se Polonio avesse risposto “No, fermo, non sono un topo, sono un isotopo” Insomma, possibile che non ti accorga della stranezza? Spie, topi e veleni. E’ tutto collegato. E’ come se il personaggio di Shakespeare volesse emendarsi. Da spia diventa veleno mortale per le spie. Che fanno la fine dei topi”
“Tu sei fuori, Polà, Devi farti vedere da qualcuno”
“Sarò pure fuori ma non è colpa mia se la lingua italiana è piena di tranelli. Mi metto nei panni di quel povero critico teatrale che in una recensione potrebbe scrivere: L’attore che interpreta l’alto dignitario viene fuori alla distanza, brillante, nel terzo atto. Polonio contenuto nel secondo. E nel primo piatto”

Mi arrendo.

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