dicembre 15, 2006

A-E-I-O-U

Tito Maludrottu era uno che diceva: “A me questo cognome mi ha segnato la vita anche prima di nascere, la sfortuna si era già prenotata”.
Era così, mala e storta era cominciata. La madre non ce l’aveva fatta a superare un parto difficile e lui diventò orfano quando ancora si stava preparando per il debutto, nei camerini del mondo. Poi ci si mise anche il padre a rincarare la dose. Disperato, aveva cominciato a vagare per le campagne del paese, in prossimità dei ruscelli, di notte. “Cerca la moglie”, dicevano tutti, “ma deve trovare il punto giusto, dove le acque si incrociano. Perché a una certa ora le donne morte di parto vanno lì, a lavare i panni del neonato, a mondarsi la colpa. Non ci puoi parlare ma le puoi vedere, le Panas. E le puoi anche sentire, mentre cantano tristi, ninna nanna ninnaò”.
Poi, dopo un mese, anche Antonio era sparito per sempre. Sicuramente aveva voluto parlare con la morta.
Il piccolo Tito era stato allevato dalle donne del vicinato. Aveva recuperato così una parte di fortuna, con sei balie, due mamme di latte e un po’ di quel che avanzava nella povertà di Via Case Sparse.
Un giorno sentì un adulto che diceva  “Franza, a Franza mi c’ando” e quel suono gli rimase impresso, forse perché assomigliava a isperanzia. Poco tempo dopo, decise di chiedere il conto alla sorte, di presentare la cambiale all’incasso. E di nascosto partì, emigrante bambino. Ma quella, la sorte, non ne volle sapere di onorare il debito e Tito Maludrottu passò molti anni a soffrire di nostalgia e di buio. A mille metri di profondità, sotto la terra d’oltralpe, imparò che la parola chance aveva un bel suono ma non ne capì mai il significato.
“Forse devo chiederlo alle balie” si disse, molti anni più tardi. Le cercò. In paese non c’erano più.
Allora chiamò la Rai Radio Televisione Italiana. Non aspettavano altro da quelle parti, c’era una trasmissione che sembrava fatta apposta per lui. Non gli pagarono il biglietto dell’ aereo ma riuscirono a rintracciare le tate, quasi tutte, solo due di loro erano passate a miglior vita.

Nello studio 5, era tutto pronto per il grande incontro, la triste vicenda era stata ampiamente narrata, le lacrime più volte inquadrate. “La Sardegna è bellissima, arcaica mitica esotica” aveva detto la conduttrice, con un sottofondo di canti a tenores, “che belle immagini!”
Infine avevano sollevato lentamente una parete di polistirolo, la metafora degli ostacoli che la vita ci riserva.

Tito: mamme, voi, tutte qui!
Tate: Tito, tu!

tatetitotù tatetitotù tatetitotù….

Gianfilippo Mastino aveva un cane dal pelo corto che amava più di ogni altra cosa al mondo. Pippo, il bastardino, era diventato per lui il vero motivo di vita. Lo trattava come se fosse un cristiano, anzi meglio di un cristiano, gli comprava tutte le pappe più buone: Baubon, Cinoghiott, Arfgnam, Fidobel. Un giorno però, dopo aver vuotato la ciotola, Pippo cominciò a guaire e vomitò per tutta la casa. Preoccupato, Gianfilippo chiamò subito il veterinario.
“Cosa ha mangiato?”, chiese il medico.
“Arfgnambonbon”, rispose Gianfilippo.
“E’ quello”, sentenziò il dottore.
Mastino non ci vide più. Prese una scatola dell’ultimo ritrovato della scienza di alimentazione canina e si diresse al negozio dove l’aveva acquistato. “Voglio parlare col direttore” disse, con un tono deciso. Si presentò Ginetto Mussibbello, il responsabile delle vendite. “No guardi, non è possibile, tutti i nostri prodotti sono stati clinicamente testati, l’azienda che ce li fornisce li sperimenta per anni in laboratorio, prima di immetterli sul mercato”.
Gianfilippo lo lasciò parlare, senza dire niente. Poi, con fare teatrale, tirò lentamente la linguetta metallica e infilò due dita dentro la lattina che teneva stretta nell’altra mano. Ne cavò fuori una piccola porzione di sbobba rossiccia e se la portò alla bocca. Masticò, in silenzio, per qualche secondo, guardando negli occhi l’esterrefatto Mussibbello. Poi gonfiò le gote come uno che suona le launeddas e, con forza, sputò in faccia al suo interlocutore. Correndo fra gli scaffali del Dogcenter, cominciò ad abbaiare, con tutta la rabbia che aveva in corpo.
Infine urlò: Pappe Pippo? Puh! Pappe pippo pù, pappeppippoppù.

Enrico Mirapinto era un critico d’arte incazzato col mondo. Col mondo dell’arte, diciamo.
Sosteneva che dopo il Rinascimento tutto quello che era stato fatto non aveva alcun valore: “meglio non parlarne” diceva. E infatti non ne parlava mai, non scriveva mai una riga. “Dài Chicco, dicci cosa ne pensi” gli chiedevano all’uscita delle mostre. Lui niente, si chiudeva a riccio, lasciava solo intravedere una certa disapprovazione, increspando le labbra. Oppure diceva: “meglio non parlarne”.
Un giorno, un giovane e promettente pittore d’avanguardia, stanco della supponenza dell’anziano studioso, scrisse una lettera aperta al quotidiano della città: “…ma chi sarà mai questo Chicco Mirapinto? Forse un vecchio trombone dai pistoni ossidati, un passatista passato. Gli unici quadri di cui può parlare sono quelli elettrici, ma è meglio che non lo faccia, se non vogliamo rimanere al buio. Meglio che non produca niente, il nostro profeta, che le sue idee potrebbero ammorbarci, con quell’odore di muffa. Del nuovo abbiamo bisogno, non dello stantio”.
Enrico Mirapinto lasciò passare qualche giorno, poi, sempre a mezzo stampa, rispose così:
“Illuminanti davvero le parole del giovane artista. Per alcuni giorni ho osservato le mie produzioni, quelle che mi vanto di fare regolarmente ogni mattina. Ebbene, mi sono accorto che hanno una forma, un’estetica potenziale, qualcosa che potrebbe ricordare il principio di un Quadro. Molto meglio di quello che mi capita di vedere negli ultimi tempi. Peccato non avere la sfrontatezza di certi piccoli imbrattatori di tele. Peccato, perché anche io avrei potuto allestire una mostra. Avrei pensato pure al titolo della mia personale:  Cacche Chicco Q”

kakekikokù kakekikokù…

Giovannino Toccaferro, l’uomo più alto del mondo (chissà poi perché gli avevano dato quel diminutivo) stava per arrivare nella cittadina della Barbagia per dar vita allo spettacolo più coinvolgente del secolo. Il gigante del nord, alto due metri e quaranta, con le sette donne più piccole della terra, stavano per esibirsi nella piazza del mercato. Uno slogan aveva cominciato a circolare: Nane e Nino (Nu). Manifesti colorati,  locandine nei bar, un passaparola incessante: nane e nino nu.  L’attesa era grande, il sindaco in persona aveva annunciato il grande evento: “Vedrete un uomo capace di reggere due donne sul palmo della mano, ballerine che danzano il can can sulle sue spalle possenti, ginnaste che fanno la sbarra sul suo…eeehm, no scusate. Cosa ha scritto qui, signor segretario? Avevamo detto che questo non deve farlo, allo spettacolo ho invitato anche il parroco, siamo vicini al santo Natale”.
Naneninonù, naneninonù, urlava per le strade il ragazzo con la divisa rossa e il berretto da postino.
La voce dello strillone era arrivata ovunque, anche nelle stradine più interne del quartiere contadino.
E tutti, proprio tutti, non vedevano l’ora che arrivasse la sera del dodici Dicembre del 1899.
Ma di quella serata e di come andò lo spettacolo vi racconterò un’altra volta, se ne avrò voglia.

E un’altra volta ancora, se le forze me lo consentiranno e se non mi scapperà da ridere, vi dirò di quel dirigente televisivo che si faceva pere di auditel. Era stato per sei mesi in un centro di disintossicazione, Amerigo Arcibaldi, ma dopo due giorni era rientrato nel tunnel. “La cultura si può fare, ma è meglio se la fanno le belle donne” era il suo motto. “Avete visto come due belle gambe facciano più ascolto dei libri, non voglio intellettuali fra le balle. Datemi delle tette e conquisterò il mondo. Al limite, chiamate la modella tunisina, quella intelligente, così accontentiamo tutti e la critica la pianterà di frantumarci i maroni. Nooo, che teatro? Basterà un fischio della conduttrice, per far sparire il nostro Nobel! Ahahah, che se fa Afef fiii, Fo fu”. Fafefifofù, se ne andava fischiettando, il commendatore Arcibaldi. Fafefifofù fafefifofù…

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