dicembre 26, 2006

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Fra tutte le fotografie, ho trovato questa in bianco e nero. Un uomo, in posa da un secolo nello studio di José Caffaro fotografia y pintura, a Buenos Aires. Incollato a un cartoncino spesso, con i bordi ritagliati in modo artistico e due angioletti nel retro che reggono una tavolozza, quest’uomo mi guarda.
Quest’uomo si chiama come me. Stesso nome, stesso cognome. Sarebbe più giusto dire che io mi chiamo come lui, perché è a lui che pensò mio padre quel giorno che andò a registrarmi. Disse a mia madre che aveva scordato quello che lei aveva scelto dal calendario e che nell’imbarazzo, di fronte alla fastidiosa impazienza  dell’impiegato comunale, aveva pronunciato il primo che gli era venuto in testa: “Giovanni, gli metta Giovanni”. Mia madre fece finta di crederci e smorzò in un sorriso quella piccola delusione, a lei Vito sarebbe piaciuto di più, e di Giovanni ce n’erano già troppi in famiglia. Ma era bello lo stesso, e il vecchio, quando gli dissero che l’avevano “pesau”, s’illuminò d’orgoglio.
Pesau vuol dire un sacco di cose, ma in determinate circostanze significa onorare, allevare, sostenere la memoria. Pesare e tramandare, col nome, un’intera esistenza.
Giovanni Maria non disse nulla, però credo che in quel momento decise di consegnarmi tutto l’affetto che gli era rimasto e di affidarmi la sua immortalità. Accese un libretto bancario al portatore e per qualche tempo mi guardò crescere. Poi, piano piano, cominciò a spegnersi e nel giro di due anni se ne andò.
Non ho niente di lui, neanche un ricordo diretto. Forse un letto alto alto dove dormiva, con una spalliera di ferro battuto, un letto che mi piaceva tanto perché sotto venivano nascoste le corbule piene di dolci fatti in casa, le castagne, le nocciole. Ma non sono sicuro, no.
Forse un pomeriggio che mi impedirono di entrare nella stanza, perché "babbai" stava ancora dormendo, ma pure quello è tutto nebuloso.

Quest’uomo è mio nonno, anche se qui ha la metà dei miei anni. E’ in Argentina, davanti a un fondale con disegni floreali, con un sigaro toscano fra le dita e un elegante cappello sulla testa che probabilmente senor Caffaro gli aveva prestato per rendere la fotografia più importante.
Nello sguardo limpido, che punta dritto l’obiettivo, posso vedere a cosa pensa.
Alla donna che aveva corteggiato prima di partire, che l’aspetterà, oh sì mi aspetterà e la sua famiglia non avrà più da ridire quando tornerò meno povero di loro.
Ai campi sterminati di Santa Fe, da dissodare insieme a migliaia di contadini italiani in cerca di fortuna nella “Merica” lontana.
Al mare sconfinato che lo separa dalla sua terra, ahi, quantomar quantomar per l’Argentina. (1)
Ai pochi risparmi che è riuscito a mettere da parte, che non è vero che le terre sono di tutti c’è un padrone anche qui, si chiama latifondista, e si guadagna poco e non so quanto resisterò con questa memoria cattiva e vicina e nessun tango mai più ci piacerà.
Forse pensa al suo amore e vuole apparire più bello in questo ritratto che sta per spedirle. Per questo ha messo l’abito buono e la cravatta. E l’orologio nella tasca del gilè.

Quest’uomo è mio nonno. Mio nonno è Charlot, con la giacca un po’stretta e i pantaloni sformati alle ginocchia: Charlot dagli occhi verdi e le mani indurite dalla terra.

Non ho niente di lui se non qualche notizia frammentaria che ho raccolto in famiglia, fra pezzi di verità e parti immaginate:
– E’ arrivato a Sunis alla fine dell’ottocento, da un altro paese, un paese distante da qui. Era ancora un ragazzino, era servo pastore e dovette seguire il padrone, un tale di Thiesi che aveva le tanche in questa zona.
– Ma no, non è così, faceva il contadino e le poche bestie che aveva erano di sua proprietà.
– Quello è dopo, quando è tornato dall’Argentina. Con i pochi risparmi aveva preso due buoi per arare la terra. Ma più tardi, con la vendita del grano, aveva comprato qualche vacca, perché il suo mestiere principale era quello di pastore.

Troppo tardi per saperne di più, ora che il tempo ha addolcito i ricordi, ora che la memoria si è fatta più buona e lontana. E serve a scaldarsi:

– Vi state sbagliando faceva il falegname, costruiva gli aratri e tutti gli attrezzi per la campagna.
– Macché, quello lo imparò dal suocero ma era un secondo lavoro, gli serviva per arrotondare. Era massaju, contadino, e fra i migliori qui a Sunis. Altrimenti come ti spieghi la storia dell’occhio cieco che aveva. Era stato un ramo di una quercia, piegato dai buoi, mentre arava, che gli era arrivato in faccia come una frusta.
– Era allevatore, vi dico. Aveva imparato da giovanissimo una tecnica per mantenere il sonno leggero. Dormiva con un sasso sotto la testa, al posto del cuscino, per mantenere l’attenzione sempre vigile contro i ladri, anche quando riposava. La dicevano tutti che gli abigeatari non avevano mai osato sfidarlo.

Quest’uomo in bianco e nero non smette di guardarmi. Mi dice che sta già pensando di tornare. Resisterò finché posso, devo fare di tutto per mettere da parte i soldi del viaggio, questo posto non fa per me. La nostalgia non si vede, ma c’è. E tanta.
Io sto bene qui, altrettanto spero di voi, ma forse torno in Italia, ahi quantomar, quantomar, mi sentite da lì.

– Era tornato dopo un anno, Giovanni Maria. Arrivò in piena notte, dopo trenta giorni di nave, e senza indugio si diresse a casa della sua fidanzata. Dormivano tutti. Bussò. Nessuno gli aprì e allora buttò giù la porta. E si prese Giuseppina, e se la sposò.

– Eja, coltivava il grano. Faceva anche il falegname, ma la famiglia la campava facendo il mezzadro. Doveva lavorare il doppio, il triplo, per mantenere la famiglia. Oltre a tuo padre c’erano altri due figli da crescere. Lavorava giorno e notte. Per fortuna i due  maschi cominciarono ad aiutarlo molto presto e per un decennio se la cavarono bene. Poi, quando sembrava che potessero mettersi in proprio, arrivò la guerra. E i figli glieli portò via la patria, a tuo nonno. Uno per sempre. Per sempre. Nel quarantadue.

Quest’uomo che mi guarda non sa della tragedia. Non lo sa perché qui ha l’età di suo figlio, ventidue. L’ultima età dell’ultimo figlio, quello inghiottito dal mare dopo il bombardamento della nave da guerra su cui si era imbarcato. Nella postura così fiera non c’è ombra del dolore che lo tormenterà fino alla fine. Non c’è posto per la morte, negli occhi così pieni di vita.

– Zio Sebastiano?
– Sì lui, il fratello di tuo padre.

Non può immaginare che i fascisti lo avrebbero arrestato per aver nascosto un po’ di grano. Per un po’ di pane da portare a quel figlio. Dal finestrino del treno che lo avrebbe allontanato per sempre, tre mesi dopo.
Non può vedere la sofferenza di sua moglie Giuseppina. Né quella di sua figlia, vedova di guerra pure lei.

– E poi l’altro zio.
– Sì, nel giro di sei mesi. Arrivò prima la notizia del figlio. Poi quella del genero.

Nello studio di José Caffaro, c’è solo la speranza. Un combattente del secolo passato; e di quello prima.
Il futuro è distante e nessuna fotografia ci basterà.

– Quando sei nato era felice come una pasqua. E quando gli abbiamo detto come ti avevamo chiamato non stava nella pelle.

Quest’uomo è il mio nome. Il mio nome ha tante storie.
Ha la stessa forma del viso, la statura minuta, l’attaccamento alla terra. Ha una traccia nei geni. L’insonnia. L’antifascismo.

(1) Da "Italiani d’argentina" I.Fossati

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8 Risposte to “”

  1. certamente, messiè, ha la sua postura
    bello, fotografico, Amerigo
    davvero bello

  2. “…Noi, che ne sappiamo noi
    di chi è venuto prima
    e di chi verrà poi?…”
    Il ricordo di Babbai Giuanne è bello assa’ e dimostra come anche l’elica di un viaggio in terza classe possa lasciar tracce nella progenie, al pari della doppia elica di Watson e Crick. Epperò, o Bardo, alle fine della fiera il sapore che rimane, irradiando per dritto dallo sguardo dell’emigrato Giovanni, è quello della desolazione del destino. E, per favore, lei che è uomo di parole, risalga all’etimo, di quel “desolazione”…
    Vinca la sua conclamata neghittosità e ci regali più spesso storie come questa, o Giovannino, lei che sa che “la prima classe costa mille lire, la seconda cento, la terza dolore e spavento….” e che le storie degli ultimi sono purtroppo le prime a perdersi…

  3. birambai said

    Lei Gieffe ha la capacità di emozionami e di mettermi “in riga” con poche righe.Perché è proprio a quella desolazione che ho pensato, a quel desertico destino di certe memorie, guardando la foto di babbai giommaria. A un senso di colpa che spesso mi viene, che dovrei tornare di più al paesello e chiedere, chiedere, chiedere.
    Grazie maestro.

    Dottorè, della “bellesa”, purtroppo, ho preso niente.

  4. Bellavoce, bellosguardo qui, tu che dici, lui che torna, nel nome, nel fiume che va e resta.

  5. Petarda said

    anche mio padre andò in argentina. ma prima fece la guerra, e lo mandarono in russia.
    tornato in italia, le cose cominciarono finalmente a girare per il verso giusto. riuscì a trovare stabilità e a farsi una famiglia solo a 50 anni.
    anni fa gli chiesi di scrivermi la sua storia; conservo quel quaderno.
    poi l’anno scorso fu preso come dalla smania di raccontate tutto di nuovo, a chiunque capitasse a tiro.
    ora non ha più memoria.

    faccio un sacco di cose (scrivere è una di queste) per alleviare i sensi di colpa.

    ti auguro buone giornate, gianni.

  6. Mi piacciono le storie dei padri e dei nonni.
    Mi piacciono raccontate così.
    Con la complicità delle immagini e delle voci.
    grazie.

    (f.to cavolfiore pentito :)…)

  7. Mi piacciono troppo le fotografie antiche, quelle in bianco e nero.
    A volte frugo nelle vecchie scatole dei miei genitori o dei miei suoceri e quando ne trovo qualcuna particolare la faccio stampare su tela, la incornicio e la regalo alla persona ritratta.
    Gli occhi di chi la riceve per un attimo brillano della stessa luce che hanno nella fotografia, magari di 40 o 50 anni prima, o anche di più.
    Forse sono un po’ invidioso della semplicità d’animo che traspare da quei volti e da quei paesaggi, anche se credo che si tratti di una semplicità solo apparente; ogni epoca ha avuto e avrà i suoi drammi, i suoi problemi.
    Drammi e problemi che comunque oggi noi non conosciamo, peraltro superficialmente, se non per sentito dire o per averli appresi in maniera approssimativa su libri di parte.
    Ma sono anche invidioso della grinta che traspare da quei dagherrotipi.
    La foto di un nonno ha sempre qualcosa di magico e di commovente.
    Ambizione ed orgoglio: ecco cosa traspare dai loro sguardi. Voglia di conquistare il mondo e di condividerlo assieme ai loro cari. Voglia di trarre energia dalle difficoltà, per poterle superarare.
    Sembra quasi che non vedano l’ora di scappare da quella posa per poter riprendere le loro occupazioni precarie, e lo sanno benissimo che sono precarie, e di inviare quel segnale fotografico ai loro cari, sempre presenti nonostante la lontananza, inserendolo nella busta della prossima lettera che scriveranno con le loro grafie antiche e curate, che facevano passare in secondo piano gli errori ortografici.
    Grinta ed ambizione che li hanno spesso portati in altre terre ostili, costretti a ballare su musiche insipide e fredde.
    Voglia di ignorare le difficoltà, di considerarle momentanee, perché tutto sta per cambiare. Si, “sta per” cambiare, ma non sanno quando e come. Forse nemmeno la guerra li spaventa, o forse un pochino si, ma non c’è tempo per spaventarsi, o per altre cose inutili.
    Le ore della giornata devono essere redditizie, non come noi, oggi, che spesso ciondoliamo al computer, in variegate autostimolazioni mentali.
    Uno dei lussi che ci si può a malapena permettere: una fotografia.
    Cosa diranno i nostri nipoti vedendo le nostre foto? Non oso pensarlo.
    Bellissimo questo nonno.
    Si vede che il sangue non è acqua.
    È su un palcoscenico, sta raccontando di un mondo, a metà strada tra il reale, l’immaginario ed il suo; quel mondo che vorrebbe per se e per i suoi cari, esibendo quel sigaro, o forse è una penna, quasi come fosse una bacchetta magica e volgendo delicatamente lo sguardo – fiero – altrove, con nobile distacco da quel mercenario che, a caro prezzo, materializza i suoi pensieri, perché il suo messaggio è privato; l’esoso Josè è solo un mezzo: le ore di lavoro che servono per pagarlo – inesorabilmente scandite dal suo preziosissimo orologio – potrebbero servire per acquistare qualcosa di ben più utile, ma non altrettanto utile quanto il suo orgoglio e la sua ambizione, che deve essere trasmesso a chi ama di più: alla sua donna, alla sua gente.
    Anche il suo futuro nipote calcherà le scene con altrettanto successo è sarà altrettanto bravo. Non è vero che non ha nulla di lui, suo nipote, ha due cose fondamentali: una fotografia e l’eredità contenuta nella doppia elica di Watson e Crick.
    Si hai ragione, non si deve mai smettere di chiedere.

  8. triana said

    Sto leggendo ritratti di nonni in giro per il blog (uno proprio di Stranoforte. sarà il natale che, per farci sfuggire alla bolgia insensata che è diventato ci riporta all’infanzia, alla nostalgia di cose più semplici e buone, alle nostre origini. Qua hai tracciato un pezzo di storia e ci ritrovo il legame con altre storie, bellissime, che hai raccontato e che ti restano dentro. Mi hai ricordato, con la foto e l’esperienza migratoria, alcune cose del bellissimo film di Crialese (Mondo Nuovo), e nel modo di ‘raccontare attraverso i racconti’, un libro di Atzeni che sto leggendo (il figlio di bakunin). Ma tutto ha la tua di impronta, inconfondibile.

    P.S. Madonna, ma quante cose hai postato in pochi giorni! Rischiavo di perdermele!!

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