dicembre 30, 2006

L’ultimo sole dell’anno. Un po’ di tepore sulle vie lastricate e i muri di pietra del quartiere.  Le tracce di sonno su una piega del viso, una sigaretta vicino alla finestra: così se ne va la mattina di fine Dicembre, da queste parti. Con un pianoforte che arriva dal soggiorno e uno sguardo sulla strada.

Un ragazzo e una ragazza passano veloci, tenendosi per mano, non pensano al tempo, si baciano, non salutano Costanza. La loro felicità non ammette distrazioni, sono pieni di esuberante entusiasmo e non guardano vicino.
Costanza è sempre lì, sulla panchina di pietra.
Forse prega. Forse ha paura di non avere più tempo per raccogliere tutta la luce che c’è, ora che l’inverno è cominciato. O forse teme che la morte le arrivi dentro casa, con l’odore di muffa alle pareti e le ultime mosche che non riesce a scacciare, ora che un altro anno se n’è andato.
O sono voci, forse ascolta le voci.

Ite bella chi ses cando su sole ti asat tebiu de maju.

Le serenate sotto il balcone, con tua madre che ti proibiva di affacciarti. E i giorni dopo, Antonio che canticchiava piano piano, in modo che solo tu lo potessi sentire, mentre spigolavi, dietro i mietitori. Qualcuno che sentì e s’accorse del tuo sguardo timido. O di quel sorriso che brillò nel suo viso abbronzato.
Una striscia di paglia sulla strada, nella notte, dalla sua porta alla tua, lo scandalo di quell’amore impossibile.
E la follia di Antonio, quando ti costrinsero ad andare via, quando girò invano per tutti i paesi, andando a cercarti nelle case dei ricchi dove si diceva che ti avevano "allogata". Prima che lo rinchiudessero, per sempre.
Forse è questo che vedi. Forse è questo che salvi, sotto il sole. Un ricordo dell’estate, il giallo di un campo. Perché lui non smetta di cercarti.

Non mi risponde, Costanza, quando più tardi le dico che sto andando a fare la spesa, che se ha bisogno di qualcosa… Mi avvicino, ripetendo che non mi costa nulla, che mi farebbe piacere rendermi utile.
Lei continua a guardare altrove, un punto che sembra lontano. Fa solo un movimento con la testa, per dirmi di no.
“Allora buon anno, Tia Costà, kin salude. E trigu”.
Accenna un sorriso e si porta l’indice al naso, chiedendomi di fare silenzio. Mi afferra a un braccio e mi costringe a sedermi accanto a lei. Il suo viso è ancora immobile. Cerco di capire la direzione del suo sguardo, dritto davanti. E’ un muro di granito, nient’altro. Poi guardo meglio e vedo una fessura, un buco fra due blocchi dove il fango si è staccato. Dentro c’è una spiga di grano.

Penso a quanto sarebbe bello, ora, bendare Costanza, farla ruotare su sé stessa e poi darle il via. A quanto sarebbe giusto guardare i suoi passi incerti, le braccia protese in avanti, alla ricerca del suo destino. “Evviva, l’ho trovato, sarà lui il mio futuro sposo!”.
Sto così, fermo con lei. A pensare al capodanno, al rito, al tempo che non riesco a interrogare. Alla strana generazione a cui appartengo, fra quei ragazzi tutti nuovi e quest’antica memoria che non mi lascia.
Sospeso , come il sole di questa mattina. Come l’anno che sta per venire.
 
Buon anno, Costanza.  Buon anno, ragazzi. Buon anno.

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2 Risposte to “”

  1. Auguri anche a te.
    Che tutto possa avverarsi meglio di quanto speri.
    Ciao Birambà, sei in gamba.

  2. Auguri anche a te.
    Che tutto possa avverarsi meglio di quanto speri.
    Ciao Birambà, sei in gamba.

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