gennaio 31, 2007

Est chi no agguanto a sor bisos,
no isco nadare impresse
in su riu frittu de sa notte
a s’atter’ala asseliada.
Su mudiore mi narat
de andare abbellu, a cust’ora.
Una carrela torrat
su fragu ‘e su fenu
a s’intrinada
adhae de s’ultima domo.
Una oghe, un’attera,
de zente chi andat a banzos
a sa funtana ‘e tottus.
Medas torrant, pighende
cun brocchittos de terra
e mi cumbidan abba,
un’ocrada, su saludu.
Unu sinzu chi mudo
cun kussa craresa
chi non balet a nudda.

………………………………………………………..

E poi no so resistere ai sogni,
non so nuotare veloce
nel fiume freddo delle notti
all’altra sponda tranquilla.
Il silenzio mi chiama
e mi dice vai piano.
Una strada ritorna
l’odore di fieno al tramonto
che avanza
oltre l’ultima casa.
Una voce, poi un’altra,
di gente che va al lavatoio
o la fonte che tutti riunisce.
Molti che tornano
con le brocche di terra
mi offrono l’acqua,
lo sguardo, un saluto.
Un sogno che cambio
con la vana chiarezza.

gennaio 31, 2007


Un giorno di maestrale, o tre o sei o nove, e il mare di Bosa si gonfiava come una palla di pane carasau dentro il forno di casa. Non sopportava l’insistenza indiscreta sul suo ventre tranquillo e quando perdeva la calma si unfrava e riversava tutta la rabbia sulla terra, dove e come poteva. Con un urlo di fastidio avvolgeva di schiuma i ciottoli di Turas, schizzava sul molo del porticciolo, si contorceva in un respiro affannato, oltre la muraglia spartiacque. E diceva ai pescatori restatevene a casa.
Durava molte ore quella protesta furiosa. I cavalloni erano come guerrieri dalla cresta bianca lanciati all’attacco, impavidi guerrieri in lotta contro il nemico venuto da nord-ovest. Quando venivano chiamate in ritirata, le onde sembravano non voler tornare alla risacca dei giorni normali. Continuavano perciò a borbottare un instancabile mugugno, pronte a ripartire all’attacco, contro le offese del vento prepotente.
Così, il mare riassumeva il suo colore azzurro molto lentamente, solo a tratti tendeva la mano al cielo. Poi si rabbuiava di nuovo e adombrato riprendeva a ruminare i segreti dell’isola, stanco ma non ancora sfiancato.

I pescatori salivano sulla collina di Santa Filomena al primo sole. Si arrampicavano fin lassù, uno dopo l’altro, buttando con gli occhi le loro barche nel dondolio ancora forte, pregando deus di far cessare quella lotta della natura e di far sì che le reti potessero riportare un pezzo di pane alle bocche dei figli.
I primi a scendere dalla collina, avendo avuto questa o quella risposta, ne incontravano sempre altri sulla strada. Gli risparmiavano la fatica, se uno domandava notizie di quel comune parente, volubile come una donna incinta.

Ebbè su mare, e itte parede?
Eehe, già el mankende!
Cominciava la tregua, forse, e i più attrividos, quelli attrezzati di coraggio e una buona dose di imprudenza, non vedevano l’ora di rimettere i remi negli scalmi.
I più prudenti armavano le canne. Conoscevano i punti della costa rocciosa più frequentati da orate e spigole e allo smontare della marea offrivano la pastetta col formaggio. Ma quasi sempre le catture di qualche muggine di scoglio erano un misero rimedio alle giornate di lavoro perdute.

Ebbè su mare, e itte parede?
Mare ispissu. Troppu ispissu!
Bisognava aspettare, ancora per qualche giorno era meglio non rischiare. Troppe volte il cielo era stato ingannevole e il vento poteva girare. E poi era sempre meglio ascoltare il parere dei più vecchi: troppu ispissu, ancora troppo grosso.
Erano i giorni dell’attesa. Della tregua armata, della ricerca dei segni. Della natura padrona e matrigna.

Vincenzo amava quei giorni. Usciva di casa sul fare del giorno e da Poggiu Culumbu fino a Torre Argentina percorreva a piedi diversi chilometri di litorale. Osservava con occhio scrupoloso le piccole mutazioni che il vento aveva prodotto sulla vegetazione, respirava i profumi della macchia mediterranea, ascoltava i rumori amplificati dall’alba.
Poi si dirigeva alla spiaggia di S’abba druche, ancora spopolata.
Gli piaceva camminare da solo nella parte dura lungo la riva, dove l’acqua, ritirandosi, si era lasciata dietro una bella superficie compatta, bruna, liscia come uno specchio.
Su quella sabbia, dopo la mareggiata, ritrovava ogni volta un rinnovato tesoro di cose che il mare aveva restituito alla terra. Frammenti di vetro, pezzi di plastica, bambole rotte, legni lavorati, iscrizioni spagnole sulle assi di una cassa, parti di piatti in porcellana decorata, rami secchi di ginepro, scatolette di metallo. E conchiglie, chele pelose di granchio, filamenti di alghe decomposte.
La cala si popolava di strani animali a cui Vincenzo restituiva la vita. Affiancava la testa di una Barbie al guscio di un riccio, una bottiglia ad un sasso levigato e poi si sedeva a guardare, ad ascoltare. Come a teatro.
E quello strano serraglio si animava di storie, di racconti. Il mare suggeriva e gli oggetti parlavano.
Una lingua che Vincenzo conosceva molto bene.
Da quegli oggetti aveva sentito storie di emigrazione in Argentina. Di sardi partiti in guerra che non avevano fatto ritorno. Di minatori morti di silice e nostalgie.
Lì aveva sentito i tanghi e i balli sardi, le note di Satie e la voce di Chet Baker mischiati in un canto dissonante, a fare da sottofondo ad amori segreti e disperati di molti uomini e di molte donne.
In quella spiaggia aveva imparato poesie, canzoni, ninne nanne.
Aveva capito molte ingiustizie, diceva. Aveva appreso la ribellione, diceva.
Basta aspettare, diceva. Basta saper ascoltare le voci dei pescatori dalla cima della collina. O il richiamo di quanti reclamano un minuto di memoria.
Perché un giorno di maestrale arriva, prima o poi. O tre, o sei, o nove.

gennaio 24, 2007

A un certo punto gli pare di vedere tanti quadri di Francis Bacon, come in un sogno. Il fumo e le fiamme che si levano dal grande fuoco, al centro della piazza, trasfigurano la fisionomia delle persone, e anche le case intorno sembrano perdere i contorni. Si stropiccia gli occhi, nella speranza di tornare a visioni consuete, ma quando li riapre ha un brivido: vede forme di corpi dilaniati, carcasse di carne bruciata, volti spaventati e dolenti. I giubbotti sportivi dei ragazzini si confondono con gli abiti di velluto, i cusinzos con le colorate scarpe da tennis. Alcune pance gonfie di vino, sui corpi magri di adolescenti, danzano in cerchio al suono della fisarmonica. Un ballo che lui non conosce. “Unu passu torrau, unu passu torrau”gli suggerisce qualcuno in mezzo alla folla. Una donna vestita di nero spalanca la bocca e mostra una lingua scura e lunghissima sulle gengive prive di denti. C’è anche un uomo che urla parole incomprensibili, a maledire il cielo, anche lui staccato da un dipinto di Bacon. Un assemblaggio di pezzi, di occhi, di nasi.
Antonio Bandinu non è ubriaco, ha bevuto un solo bicchiere del vino stantio che il comitato organizzatore gli ha offerto. Eppure la testa gli gira come un mulinello e tutto gli sembra irreale.
Vuole uscire da quell’incubo. Va a cercare una delle tante targhe che nei muri del quartiere ripetono le frasi di Grazia Deledda. Spera di trovare lì, nelle parole che conosce, un riferimento rassicurante. Ma quando arriva all’angolo della chiesa, poco più in là, si accorge che dalle placche di cemento le parole della scrittrice sono state cancellate. Spaventato, corre di nuovo verso il falò. Trova solo poche braci, come se fossero passate molte ore, e, intorno, sul selciato, migliaia di bicchieri di plastica.
Non c’è più nessuno, sono andati tutti via, la festa in onore del santo sembra finita.
E’ rimasto solo un vecchio che con un bastone fruga in mezzo alla cenere, alla ricerca di qualcosa. Dopo un po’ si china, raccoglie un pezzo di carbone e se lo mette in tasca. Antonio si ricorda che quel gesto ha un significato, ma non ricorda quale. Forse il fuoco è stato benedetto dal prete e il carbone serve a scacciare la malasorte.
“Er gai, non b’at nudda, sun tottu mortos”. Il vecchio pronuncia le parole con lentezza, con una voce salmodiante.
“Come tutti morti, cosa vuol dire tutti morti?” Antonio si avvicina lentamente all’anziano pastore.
“Loro non lo sanno, ma sono morti. Fanno la festa nel giorno sbagliato, anziché il sedici di Gennaio. Non rispettano le tradizioni e il Santo si è offeso. E’ tornato dal demonio e gli ha restituito il fuoco.”
“Sono i tempi” cerca di replicare Antonio, “la fanno di sabato per far partecipare più gente, il giorno dopo non si lavora e…”
“Appunto, sono i tempi.”
Il vecchio fa per andare via. Poi si volta e chiede: “Tu come ti chiami?”
“Antonio”
“Ecco, ti sei salvato per questo, solo per questo. Ma adesso fai i tre giri, anche se è quasi spento. Falli bene, però, lentamente. Hai capito? Lentamente."
"S’, sì, credo di aver capito…"
"Adiosu, adesso devo andare.”
Con aria stanca e con un passo stentato, reggendo il peso del corpo con il bastone, si allontana.
Antonio Bandinu, interrogandosi sulle parole che ha appena sentito, lo segue con lo sguardo, fino all’angolo della strada. In quel punto, un maialino sbuca veloce da una porta di una casa abbandonata.

Tre giri, in senso antiorario, lenti, lentissimi.
Ala fine del terzo, Antonio Bandinu si sveglia, nel letto di casa, grondante di sudore.
Sul comodino, mentre guarda la sveglia che segna le quattro, vede un pezzetto di carbone.

gennaio 23, 2007

Quindici con P


– Perché fumate al contrario, Ti’ Olmì?
– Per non essere visto nel buio.
– Ma adesso non è buio, e poi… visto da chi?
– Dal nemico.
– Quale nemico?
– Il nemico, quello che non è amico.
– Ma così vi bruciate la bocca, chi ci racconterà le storie?
– Sempre meglio che una palla di fucile.
– Quelle degli austriàchi, Ti’ Olmì?
– Anche, anche.
– E me la raccontate quella di Fioravante e Rizieri?
– Più tardi, più tardi, forse. Torna dopo.

A Faghegasi c’era il maestro di muro, c’era quello del legno, del ferro, del panno. C’era la maestra del parto.  E c’era su mastru e contascias: il maestro dei racconti, il narratore.
I primi sistemavano le misere case, gli aratri, i vecchi abiti, le fardette. Qualche volta, ma molto di rado, erano chiamati a costruire qualcosa di nuovo, ad applicare la loro arte in un’opera che non fosse una povera riparazione dai danni del tempo.
La “maestra” aiutava le donne a dare vita a nuove speranze, braccia per i campi, se Dio voleva.
Tiu Olmiti Pintore riempiva il paese di parole.
 
Aveva imparato l’arte dell’affabulazione fin da ragazzo. Servo pastore dall’età di otto anni, aveva sentito raccontare centinaia di leggende dagli anziani, nelle lunghe notti passate in campagna dentro le pinnette. In seguito le aveva reinventate, quelle storie, parlando a se stesso e facendosi compagnia, nelle transumanze trascorse in solitudine, lontano da casa. Ora, in vecchiaia, esercitava uno dei mestieri più antichi del mondo.

Si sedeva in carrela, sulla panca di basalto più grande della via principale, accendeva il sigaro e lo lasciava consumare lentamente a “fuoco dentro”, godendo del sapore acre di tabacco e della frescura delle serate estive.
Durava poco quella pace tutta per lui. Un rapido passaparola si diffondeva fra le case, come un bando segreto, una silenziosa chiamata a raccolta.

– Tiu Pintore ha voglia di raccontare, è fuori in strada, ci venite comare Marì?
– Ajò, ajò che andiamo, chissà cosa s’inventa stasera.
– Se glielo chiede marito vostro, comà, magari ci fa quella de Sa Fada Manna.
– Iihii, speriamo comà, quella non la sentiamo da un mucchio di tempo.
– A Filumena diteglielo voi, io passo a casa di Billalla, così le dico di portare una bottiglia di vino, che lei ce l’ha buono.

In pochi minuti la strada si riempiva di gente. Le donne si portavano dietro le sedie da cucina, per loro e per i loro mariti, le disponevano attorno al vecchio, a semicerchio, e formavano una specie di anfiteatro, con i bambini seduti per terra, in prima fila.
Demetrio Pintore guardava tutti in silenzio. Poi levava il mezzo toscano dalla bocca e diceva sempre la stessa frase: – E allora? Perché vi siete seduti così? Guardate che stasera non ne ho voglia.
Ognuno di noi sapeva che quelle parole costituivano una specie di sigla di apertura, il prologo della serata. Bastava che qualcuno dicesse " almeno uno, Ti’Olmì, nessi unu contu, quello che volete voi" e lo spettacolo aveva inizio.
Si prendeva una lunga pausa, si lisciava la barba. I nostri occhi, pieni di curiosità, si facevano attenti a seguire ogni gesto. Ricordo ancora l’emozione che provavo nel sentire la sua voce profonda pronunciare le magiche parole:
– Datemi un numero e una lettera. Ma non so se stasera saprò accontentarvi, mi sento un po’ stanco.
Qualcuno si alzava.
– Dieci , Tiu Pintò. Oggi tocca a me proporre. Dieci con effe.
Tiu Olmiti si grattava la testa, chiudeva gli occhi, come se andasse a ricercare ricordi lontani, e subito attaccava.
– Tanti anni fa, abitava a Faghegasi Ofelia Currafò, chiamata Fantasia. La famiglia d’Ofelia era di Firenze, confinata giù a Faghe dalla follia nazifascista. La famiglia si fece subito forza e…
E narrava le vicende di una bellissima ragazza, maestra elementare, che insegnava a leggere e scrivere a centinaia di contadini nel villaggio di Faghegasi. Descriveva il coraggio di quella giovane donna che parlava agli abitanti del borgo di uguaglianza e libertà. E della sua fuga a cavallo, quando gli squadristi volevano pestarla, e di come i pastori la tennero nascosta nell’inaccessibile montagna, per un inverno intero, fra le tormente di neve. – Pariat s’inferru, ma sos fascistas ifatu, in domo, fin pejus de forasole.*
Poi s’interrompeva. Puntava il dito verso uno degli spettatori.
– Io, Ti’Olmì?
– Sì, sì, proprio tu, Birai Sale. Dammi un’ altra lettera.
– Io vi dico vu, vu di vino. Il numero rimane lo stesso.

– Se quel che vi dico non è vero, possa avere ancora venti ore di vita! E dopo averne più di venti e per avanzo altre ventimila e ventimila e ventimila. E’ vero, è tutto vero come il vino che non voglio più. E versa, oh giovanni, che la voce così mi viene bella! Vermentino, voce e cor divino!
Tutti ridevano, perché subito dopo Tiu Olmiti tracannava d’un fiato il bianco frizzante, prima di riprendere il racconto della bella Ofelia. Con la sua voce calma, poteva continuare per ore, se era in forma, con altre varianti di numeri e lettere che cambiavano il suono alla parola, i percorsi alle sue invenzioni, mescolando la vita con la fiaba, storia e “paristoria”, riso con pianto. E meravigliando i presenti come un acrobata del circo.

Ho dovuto aspettare l’età adulta per capire le regole di quello strano gioco. Solo allora ho capito quanto quell’uomo sia stato importante.

 Demetrio-Olmiti Pintore, il sette Aprile -era una sera Piovosa, di triste primavera- non ha spento la sua voce. E poetica, odo la sua P.
– Un quindici con p, tiu Pintò. Scarso, lo so. Ma è per ricordarvi.

*Trad. – Sembrava l’inferno ma i fascisti alle calcagna, o dentro casa, erano peggio del demonio.

glossario: fardetta = gonna tradizionale delle donne sarde
pinnetta = capanna di pietra e frasche
paristoria = fiaba, fola.

gennaio 23, 2007


Sas peraulas che ispantu,
e tue
chene cresura las remunis
che abba o fumu,
isoltas.
Tacas in su muru
frommas de grogu
chi faeddan, a boltas.

Sinzas, aias nadu,
si sos ojos
non esseren birgonzosos
disisperados
sena podet ischire.

Si ch’ isteggias su tempus
cando idias tottu in pasu
pitzinnu minore.
In istiu, su fiagu bellu
‘e ghineperu, in mare
tottu in colore ‘e chelu.

Commo sonan sas peraulas
las cheres seberade
che curridores
dae supra ‘e su monte.

E invetze colan derettas.
Lassandeti un’ ispezie ‘e morte.

……………………………………………………………………………………………..

Le parole accadono
e tu
senza arginarle le accogli
come acqua o fumo
intrattenute
macchie sulle pareti
forme gialle
che parlano a volte

di segni diresti

se gli occhi non fossero timidi
disperati e timidi
incapaci a seguire.

E senti che si fa lontano il tempo
in cui vedevi le cose
con calma
adolescente
sotto il profumo estivo
di ginepri di mare
nell’azzurro mai chiuso
il tuo corpo.

Risuonano, ora, le parole
e vorresti distinguerle
come i ciclisti nel giro
dalla cima del monte.

Invece passano.
E ti lasciano una specie di morte

gennaio 17, 2007

No, non ho ancora finito, mamma. Aspettami, però, ti prego aspettami, prometto di impegnarmi.
E’ difficile fare la lista, mamma, ogni giorno che passa diventa più complicato. E a quest’ora della notte, quando la guazza scende sulle strade e tutto diventa freddo, mi sembra di non avere più la forza di continuare. Ho scritto qualcosa, ho cancellato, ho riscritto. Ma le cose migliori le ho perdute e ho paura, adesso, di non ritrovarle mai più. Un soldato che ha perso una gamba, così mi sento, mutilato nella memoria, dal tempo che è esploso come una mina, sul campo che attraverso a ritroso. Con le schegge che cadono, e sono grandine, in questa piccola stanza. Frammenti. Ecco cosa sono, minuscoli frammenti che cerco di sistemare, prima che si sciolgano. Per fare l’elenco, mamma. Per dartelo.

C’è un treno. Anzi no, è una littorina. Ci fa dondolare, mentre stiamo in piedi. Tu mi tieni per mano e ridi della mia contentezza, nel viaggio di mezz’ora che ci porta in città. A comprare le scarpe, ad incontrare un dottore che ti deve guardare il cuore, a imparare il verde e il rosso dei semafori. E poi un palazzo così alto, pieno di giocattoli, con le scale mobili che sono una magia, e l’odore di nuovo. Anche le luci sono forti e tu sei giovane, mamma.
Mi fai sedere, a un certo punto, dentro una cabina, vicino alla stazione: tre lampi sugli occhi, per la fotografia di cinque anni che viene fuori da una bocca di metallo.
C’è una mattina, una mattina con la neve, con le impronte del gatto sullo strato ancora fresco del cortile. E ci siamo tutti, nessuno è andato a scuola e neanche a lavorare. Più tardi c’è una minestra di lenticchie che fuma nei piatti, sei piatti, mentre tu, ancora in piedi, controlli che tutto sia al posto giusto.
Ci sono le ombre, mamma. Quelle che tu riuscivi a scacciare dal mio letto quando le giogulanas della febbre venivano a trovarmi e mi facevano cadere nel buio. Aspettavi che se ne andassero e poi tornavi a dormire.
Un canto che ricordo ancora, cariasa e barraccocco tottu b’ada in binza mia.
La cura con cui mi preparavi a diventare uno dei discepoli, il giorno di giovedì santo, per il lavaggio dei piedi.
Ci sono i tuoi viaggi al collegio, quando andavi a portare un po’ di provviste al figlio più grande. Seduta sulla lambretta, come una Audrey Hepburn del paese, con i capelli intrecciati e raccolti sotto il velo, su muccaloru che non ti mancava mai quando uscivi di casa.
Ci sono i giorni di sole, quando mondavi il grano all’aperto. Il caldo del forno, dopo un giorno passato a creare forme di pane. Una volta che ti ho visto vestita non a lutto, a colori.

Aspettami, mamma, non ti sentire sconfitta. Non ancora. Come vedi sto cercando di vincere il freddo. Fra un po’ uscirò nel giardino e raccoglierò uno dei tuoi fiori bianchi.
Oppure mi metterò io a cantare per te, vicino a te, a benis comare a bodhire pruna, contro questi nemici invisibili che ti fanno così triste.
Lo so, non è la lista, non è quello che vorresti.
Ma se ci sarà ancora tempo io continuerò a cercare, a cercare. In questa piccola stanza

gennaio 11, 2007


      L’intervista


Certo che c’ero! Anche se nessuno ha mai parlato di me, quella notte c’ero anch’io.
– La notte di San Valentino.
– Macché San Valentino, era San Demetrio. Avevo telefonato a casa, era il santo patrono giù in paese, avevano preparato le fave con lardo.
– Ma stiamo parlando della stessa cosa? Della strage di Al Capone?
– Sì, sì, di quello. Del macello che ha fatto la banda di quello lì, l’orgolese, Alessio Concudu.
– Al Capone.
– Sì, lo chiamavano tutti così, avevano tradotto il cognome, in America avevano questa strana abitudine. E poi aveva davvero la testa molto grande. Aveva una testa grande come quel frigorifero.
– Quindi lei si trovava in America, in quegli anni.
– Certamente.
– Era emigrato, signor Coinu?
– Diciamo così: ero andato per affari. Però non continui a storpiare il mio nome o la farò pentire di essere venuto fin qua. Io sono Meccoinu, Billy Meccoinu, con l’accento sulla o, se lo ficchi bene in testa.
– Signor Meccoinu… l’unico sopravvissuto.
– Già.
– Ma avevano colpito pure lei?
– Guardi qua. Le vede queste cicatrici?
– Sì, vicinissime al cuore.
– Ma no, non quelle, dove cazzo sta guardando? Quelli sono i segni di un’incornata, quello stupido toro di Joe Perra. Queste dico, guardi qui. Mi fecero la pancia come un colabrodo. Volevano prendermi un po’ giù quei bastardi ma avevano alzato troppo la mira. Mi colpirono qui. E qui e qui e qui e qui e qui e qui e qui e qui. E qui. La birra che avevo bevuto mezz’ora prima uscì dalle budella come da una bottiglia dopo che l’hai agitata. Mi lasciarono così, coperto da quella schiuma rossa di sangue. Morto. Sembravo un sanguinaccio di pecora appena aperto dalla lama del coltello.
– Mi vuole raccontare come andarono le cose?
– No, adesso non ne ho voglia.
– E’ stanco?
– No, semplicemente non ne ho voglia.
– Allora torno un altro giorno.
– No, dove va? Stia seduto. Però prima prenda quella bottiglia che c’è nel mobile, alla sua destra. Ecco, quella. La stappi. E prenda due bicchieri.
– Veramente io non potrei bere alcolici.
– Allora vada al diavolo. Dica al suo capo che le interviste col succo di frutta le vada a fare da un’altra parte, alle dame di carità, magari. O all’associazione le mogli dei mariti. Anzi gli dica proprio di andare affanculo.
– Vabbè, allora un dito posso assaggiarlo. Alla salute.
– Salute!
– La ascolto.
– Dunque. Eravamo in cinque: io, Antony Pickoc detto il basso, Bachisio Nieddu che tutti chiamavano Scarafeis perché era scuro scuro come una blatta, Red Joe, che poi era Rosseddu. E il capo.
– Che si chiamava?
– Lù. Era scritto Lou ma lo chiamavano Lù.
– Come Lou Reed.
– C’era anche uno si chiamava Lurìd, un messicano che non si lavava mai, gli puzzavano i piedi anche se glieli mettevi dentro una bacinella di varechina per una settimana. Ma l’avevano fatto fuori qualche anno prima, al mercato del pesce. Lo sgarrettarono come una mucca. No, il capo era Lù. Lù e basta.
– Aveva preparato lui il piano per catturare Al Capone?
– Sì, il piano era perfetto. Tutto era stato studiato nei minimi dettagli, ogni singolo movimento. Avevamo messo a punto i tempi e le possibili variazioni. E la fuga, naturalmente. Non c’era spazio per le improvvisazioni. Ad ognuno di noi aveva dato delle note, scritte in piccoli foglietti a righe. Ci ricordavano quel che dovevamo fare. Era tutto stabilito. Dopo tre settimane di prove, il capo era stato chiaro: “Non voglio tentennamenti, se qualcuno ha dei dubbi canti ora o mai più” aveva detto.
– Solo “il basso” chiese una nota meno scura, disse che non aveva capito bene. Si sentiva molto elettrico e anche noi eravamo tesi come corde di violino.Ognuno ripensava alla sua parte. Eravamo una banda affiatata, cristosanto con un direttore d’orchestra così non potevamo certo sbagliare.
– E allora cos’è che non andò?
– Il piano era perfetto ma loro suonarono le trombe. Ecco cosa non andò. Ed erano in tanti. Sbucarono come topi di fogna.
– Vi tesero un agguato.
– Proprio così, qualcuno aveva cantato prima del tempo. Aveva cagato fuori, insomma. Forse Scarafeis, o il basso che si era incazzato per via della parte che gli era stata assegnata. Non lo sapremo mai. Ma…ma che bottiglia ha preso?
– Quella che mi ha indicato lei.
– Non dica stronzate. Ho novantasette anni ma non sono così rincoglionito, so riconoscere un cannonau da un girò. Io le avevo indicato il girò. Prenda l’altra. Ecco, bravo.
– Dunque, cosa stavo dicendo?
– Della trappola.
– Già, la trappola. Avevamo scoperto il loro nascondiglio, un garage in Nortte Clarche Striitt. Si riunivano lì ogni quattordici del mese. Dovevamo prenderli di sorpresa. Red Joe, vestito da lattaio, doveva presentarsi e consegnare un litro di latte. Poi doveva entrare il basso, dopo aver fatto un giro intorno al palazzo. Scarafeis e io dovevamo entrare dalle tubature della fogna. Il capo ci avrebbe aspettato fuori. Tutto filò liscio, arrivai sotto il bagno del garage con un tempismo perfetto, caricai la pistola e tolsi la sicura. Quando mi affacciai dalla tazza del vuccì, vidi che stavano tutti ridendo.C’erano cinque poliziotti che ridevano e davano delle grandi pacche sulle spalle di Rosseddu. Giocavano allo schiaffo del soldato, qualcosa del genere. “Siamo arrivati prima noi, ci dispiace molto, siamo arrivati prima noi” urlava qualcuno. E ridevano. Anche Pickoc rideva. Io no, capii subito che era una trappola, si erano travestiti da sgherri quei maledetti bastardi.
– Come se ne rese conto?
– Dalla cicatrice di Al. Per quanto si fosse truccato non riuscì a far sparire lo sfregio che aveva in faccia. E poi lui se ne stava in disparte, appoggiato al muro, in fondo al garage. Sembrava che non gliene fregasse una minchia. Quelli che si divertivano erano gli altri, due ragazzoni robusti e con un’aria niente affatto simpatica, uno spilungone con la faccia piena di pustole e un tipo grasso, un busalone. Quest’ultimo mi ricordava Rocha, quella faccia di cazzo di Rocha, il panamense.
– Cosa fece?
– Afferrai la pompa e chiamai il capo.
– La pompa?
– Sì, un tubo di gomma, di quelli per innaffiare il giardino. Un capo lo tenevo io e l’altro capo lo teneva il capo, vicino al tombino da dove eravamo entrati. Io parlavo e lui ascoltava. Oppure parlava lui e ascoltavo io. Era impossibile parlare contemporaneamente. Era impossibile anche ascoltare contemporaneamente, non si sentiva un bel niente se non ti alternavi.
– E cosa disse a Lou?
– Che ce l’avevo sotto tiro, ma che avrei aspettato un suo ordine. Descrissi alla perfezione la pianta del garage, la posizione di ognuno dei finti poliziotti, la distanza che separava la canna del revolver dalla testa gigantesca di Al. Era impossibile sbagliare. “Gli altri sono dei coglioni” dissi. “Il capo li sta lasciando giocare un po’ ma credo che presto questo gioco finirà. Cosa devo fare?”
– E lui, Lou, cosa rispose?
– Non mi rispose, o forse si mise a parlare dentro il tubo proprio mentre gli dicevo: “L’Al è lì. L’ho Lù!”
– E allora cosa fece?
– Lo ripetei più volte, alzando il tono di voce. E questo fu un errore.
– Perché?
– Perché mi sentirono anche gli altri, evidentemente…
 Senta, ma questo non è girò, che cazzo ha sbagliato di nuovo, ha preso il monica, lei è proprio un pischello.
– Ma era la bottiglia che mi ha mostrato lei!
– Io non le ho mostrato un corno. Non posso confondere il girò con il monica, non sono mica scemo. Prenda l’altra. Sta in fondo, guardi bene c’è scritta l’annata, 1929. Esatto, quella.
– Dunque la sentirono i nemici. Cosa successe?
– A un certo punto, con la pompa nell’orecchio, sentii che qualcuno mi stava spingendo la canna di un mitra fra le natiche. “Bachisè, fai attenzione” dissi. Scarafaeis non rispose. Allora mi voltai e in quel buio riuscii a vedere che dietro di me non c’era Bachisio: c’erano due tizi, due avanzi di galera che una volta aveva pestato in una mega rissa nella tredicesima. Erano ancora senza denti e con quella faccia di cazzo cominciarono a canticchiare: làlèlìlòluuuu laaaleeeliiilooluuuu. In quel momento realizzai che era finita. Mi feci il segno della croce e invocai San Demetrio.
Uscimmo dalle tubature. Al Capone, ora, era al centro del garage. Aveva disposto tutti a semicerchio, anche quelli della sua banda, che adesso erano una ventina.  Disse solo: L’Al è lì, l’ho Lù. E accenno un sorriso. Poi ci costrinse a cantare quel ridicolo refrain. Solo io non cantai e per questo mi beccai una ginocchiata sulle palle. Gli altri se la fecero sotto e cantarono a ritmo: la-a-à  le-e è  li-ii-ì  lo-ò  lu-u-uu.
Per fortuna finì presto quello strazio. Dopo un po’ ci fecero mettere lungo una parete, con la faccia contro il muro. Io mi voltai: “Vi voglio vedere in faccia fino all’ultimo, vermi schifosi!” dissi.
Concudu fece un segno di sì con il capo. Doveva essere un piccolo cenno ma con la testa che si ritrovava fu un movimento enorme.
Le raffiche durarono un’eternità. Quando ci fu silenzio sentii che qualcuno ricominciò a cantare. Al, sparò anche a lui: “Abbi rispetto almeno dei morti” disse.
 Ma io non ero morto. Col cazzo che ero morto.
…..

Boh, non mi sta sembrando girò neppure questo.

gennaio 8, 2007

So’ deo
kudhu pisedhu chi est currinde
in mes’e s’usciareu, in maju.
Chi si firmat totinduna
incantau
dae tottu su biancu.
So’ deo
cun d’una frenalza
su giobu lebiu lebiu
a sa tilighelta
accherada in d’ una pedra.

So’ deo kudhu pastore
chi m’est abbaidende
dae attesu
cun ojos antigos e
unu risitu chi narat chi emmo
-cantas n’at tentu
cando fit creatura-

In giosso, a boltaedìe, frimmu
in oros de su riu
alluttu de lughe.

Ma deo, deo chi ido su ezzu,
e conto,
deo non bi soe.

……………………………………………………

Sono io quel bambino che corre
fra gli asfodeli, a maggio.
Che si ferma, d’un tratto
assorto
in tutto quel bianco.
Sono io
con un filo di fieno
giogo leggero alla lucertola
affacciata fra le pietre.

Sono io quel pastore che mi guarda
da lontano
con l’antichità negli occhi
e un sorriso che approva
le catture
di quand’era bambino.

Laggiù, nel pomeriggio immoto
vicino al torrente,
infuocato di luce.

Ma io, io che vedo il vecchio,
e dico,
io non ci sono.

gennaio 6, 2007

Est su mare chi chelzo.
Intendet lu cherìa
dae su conchizu,
pius accultzu.

O curret cun sas nues
in su cadhittu ‘e ferula
s’ardia ‘e su chelu.

O si nono cantare
a su zintzigorru
pro unu sinzu de prata.

E’ il mare che voglio,
lo voglio sentire
dalla magica conchiglia
vicino.

Inseguire le nuvole
col cavallo di ferula
nella corsa del cielo.

Oppure cantare
alla lumaca cornuta
per una scia d’argento.

gennaio 2, 2007

Svetlana  la moldava

Soli, finalmente soli: con l’aiuto di San Costantino e una buona dose di ardimento, che da qualche parte ero sicuro di riuscire a trovare, potevo finalmente guardarla negli occhi e parlarle.
Erano mesi che aspettavo quel momento, dal tre di giugno, da quando al banco dei salumi avevo visto Svetlana, la commessa moldava.
Non mi era ben chiaro se si dovesse dire moldava o moldova e, ad essere sinceri, a quel tempo non sapevo neppure dove si trovasse la Moldavia. Ero ancora fermo alla grande Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e non mi ero mai preoccupato di dare uno sguardo ai nuovi colori dei moderni atlanti geografici. Non ero neanche certo che la creatura celestiale provenisse da quella lontana regione, in effetti poteva benissimo essere bielorussa o lettone o ucraina (e col cavolo che ci metto l’accento su quest’ultima). Tuttavia, chissà perché, mi ero messo in testa così.
Di una cosa invece ero fermamente sicuro: era stato il destino a mandarmela. Sì, perché io in quel negozio non ci sarei mai entrato, altrimenti. Invece il gommista di Via Montelongu mi aveva detto: “Sono da cambiare, quelle posteriori sono troppo lisce. Ci metto venti minuti, può ripassare fra venti minuti”. E così, quel pomeriggio, aspettando le mie gomme nuove per l’estate, decisi di fare una passeggiata nel quartiere di Murigai, dove non ero mai stato.
Vidi l’insegna: Salsiccie di Porcu. Sulle prime pensai a uno scherzo, una di quelle trovate non troppo divertenti coi cognomi sardi, tipo Roger Murru o Walter Madau o Marlon Brundu. Poi, guardando meglio, vidi che il titolare si chiamava proprio così. Troppo curioso per non entrare a dare uno sguardo.
Fu così che la vidi la prima volta: intenta ad affettare una mortadella gigantesca, si muoveva con la grazia di una gazzella, la leggerezza di una farfalla. E subito si rivolse ai clienti che aveva davanti con un sorriso mozzafiato: “a hi tohaa?”. Mi parve un angelo.
Quanto era bella, io una così bella, qui, non l’avevo mai vista. Quella chioma di capelli biondi, gli occhi lunghi e azzurri. E quel seno, sotto il camice bianco!
Ma fu soprattutto il suo accento a conquistarmi all’istante, un accento straniero fatto di consonanti aspirate che doveva essere dell’est europeo, sicuro. Decisi allora che era moldava, certo, non poteva che essere moldava. Quando uscii, con un barattolo di pomodori pelati, che buttai nel cassonetto più vicino, sentii che il mio cuore era stato attaccato da forze sconosciute e che opporvisi sarebbe stato come prendere un’aspirina contro la bronchite.
Il giorno dopo avevo detto a mia moglie: “Oggi a comprare l’affettato ci vado io”. Mi guardò stranita, come se le avessi detto “ti amo tesoro mio”. “Va bene, se proprio vuoi…” mi rispose, cercando di incrociare il mio sguardo che io tentavo goffamente di tenere fuori dalla sua portata.
Da allora, per una settimana di fila, mi recai al Market di Efisio Porcu, dall’altra parte della città. Per vederla, solamente per vederla.
Poi però mia moglie mi disse: “Lascia stare, ti danno le code e te le fanno pagare a prezzo buono, ti stanno fregando. Chi è questo Porcu?”. “E’uno che vende roba genuina, a me non sembra male”. “Lascia perdere, è un imbroglione” disse. E fu definitiva, il discorso era chiuso: contro le donne, in fatto di commercianti, è inutile discutere.
Però non potevo più rinunciare a quella visione sublime. Anche se durava pochi secondi era come l’acqua nel deserto. Gli anticorpi della solidità erano stati divorati in un sol boccone dall’attacco batteriologico dell’infatuazione e ora quel barcollamento dell’anima mi piaceva come la nutella.
Sapevo che non mi faceva bene alla salute ma continuavo a ripetermi “ancora un cucchiaio, ancora uno poi basta”.
E così quella vetrina, fra prosciutti e caciocavalli, incorniciò la mia faccia ancora per molti giorni, riflettendola mostruosamente, mentre passeggiavo lì davanti. Sotto la scritta Salsiccie di Porcu, un uomo, ormai vinto dall’ineluttabilità dell’amore, continuava a chiedersi: “entro, non entro?”
Entravo. Alla fine entravo sempre.
Il fatto è che c’era sempre un sacco di gente, tutti a comprare, cosa avranno da comprare con la crisi che c’è. Non potevo stare ad osservarla troppo a lungo e allora ci andavo più volte giorno, nella speranza di trovarla da sola. Ma niente da fare, arrivava sempre qualcuno, mi dia questo, mi dia quello. E dovevo comprare qualcosa anche io.
“Cinque fette. Sì, cinque fette”.
“Bastana?”
“Sì, bastano-ò" dicevo, allungando la finale per farle capire che in italiano i verbi non hanno il genere femminile e maschile. " Sì, sono sufficienti, sa, io vivo da solo”.
Quel “vivo da solo” mi era sembrato un passo avanti molto coraggioso, un messaggio esplicito ma non troppo diretto, da vero gentiluomo. Qualche giorno dopo avevo aggiunto “la bellezza dell’immigrazione”. Avevo letto il nome, nel cartellino che la dea teneva pinzato a fianco della scollatura commovente. “Svetlana, la bellezza dell’immigrazione” avevo detto. Lei mi aveva sorriso. Una signora, affianco a me, aveva cominciato a guardarmi male, aveva bofonchiato qualcosa tipo “medandasancora”, e allora io subito: “Cinque fette. Sì, bastano, cinque mi bastano”.
Erano anche troppe, a dire il vero, che per non buttarle ho dovuto mangiare novecentosettanta fette di salame, in tutti quei mesi. E mi faceva un po’ male il fegato. Forse è l’amore, l’amore fa venire i dolorini, mi dicevo, ma non potevo andare avanti così.
Alla fine, mi sono appostato lì vicino. All’ora dell’apertura, come un cacciatore che all’alba prende posto al passo dei tordi, ad aspettare il momento fortunato. E il momento è arrivato, una settimana fa.
Non c’era nessuno, neppure tia Nennedda che in genere è sempre lì a guardare chi entra e chi esce per poter dire è entrato quello è uscito quell’altro. Il negozio era vuoto, c’era un silenzio da biblioteca.

Soli, finalmente soli.
Ho fatto finta di guardare i detersivi, per avere il tempo di rivolgere un’altra breve preghiera al mio santo preferito, per farmi trovare anche la forza di consegnarle la poesia che qualche tempo prima avevo composto per un’altra donna dell’est. Una paesia che parlava a Mara, la donna immaginaria arrivata dalla Russia con grandi sogni e aspettative irrealizzabili. Vane speranze che prima o poi si scontrano con gli dei-padri e con la triste realtà.
Ho dato un ultimo sguardo al foglietto che avevo in tasca, tutto colorato e profumato.

Mara Doliànova

Lei, sola, russa.
Anela Carlo: forte, bono.
Anela villa urbana, villa mar,
piscina su l’assai villa grande.
Anela sole, ministri.
E i
padri:
– A
mara chi amore sposa da saga! –
Ma
monti già vedono riflussi…
O
Mara, sola russa, sorgono neon
e lì
, tu, l’amore smonti.

Poi sono andato da lei. Mi sono piantato davanti, senza dire niente.
Ti prego dimmi qualcosa, dimmi…"felino". Oppure chiedimi “zampone, tesoro?” Chiedimelo con il tuo accento lontano, aspira anche le vocali, aspira anche me. No, anzi, dimmi solo “culatello”, e io capirò.
Così pensavo, mentre guardavo il banco frigo, senza vedere niente, col cuore in mille frantumi. Dimmelo, ti prego, dimmelo.
Invece, dopo un silenzio che mi è sembrato un’eternità, con una voce da pastore del supramonte doppiato da un attore romano, se n’è uscita con un: “finocchione”.
Ho sollevato lo sguardo. “E’ femminile, in italiano è… femminile, si dice fi…finocchiona” ho detto, balbettando.
“Eja, ja l’isho. Anche a Mamoiada parliamo l’italiano”.
Ridendo, me l’ha detto, la stronza. Ridendo. E io sono svenuto. Proprio come un salame.
Nemmeno l’intervento di San Costantino mi ha potuto salvare dalla lussazione della spalla destra.

Ora sono qui, ancora dolorante, a studiare le cartine geografiche. Finalmente ho imparato dove si trova la Moldavia. Ho scoperto anche la sua capitale. Indovinate un po’? Chisinau si chiama. Che in sardo vuol dire, più o meno, ridotto in cenere. Come il mio amore.
Ma allora, Svetlana, perché porti quel nome? Perché non ti chiami Cosima? O Damiana? E soprattutto: perché non sei di Persasdefogu?