gennaio 2, 2007

Svetlana  la moldava

Soli, finalmente soli: con l’aiuto di San Costantino e una buona dose di ardimento, che da qualche parte ero sicuro di riuscire a trovare, potevo finalmente guardarla negli occhi e parlarle.
Erano mesi che aspettavo quel momento, dal tre di giugno, da quando al banco dei salumi avevo visto Svetlana, la commessa moldava.
Non mi era ben chiaro se si dovesse dire moldava o moldova e, ad essere sinceri, a quel tempo non sapevo neppure dove si trovasse la Moldavia. Ero ancora fermo alla grande Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e non mi ero mai preoccupato di dare uno sguardo ai nuovi colori dei moderni atlanti geografici. Non ero neanche certo che la creatura celestiale provenisse da quella lontana regione, in effetti poteva benissimo essere bielorussa o lettone o ucraina (e col cavolo che ci metto l’accento su quest’ultima). Tuttavia, chissà perché, mi ero messo in testa così.
Di una cosa invece ero fermamente sicuro: era stato il destino a mandarmela. Sì, perché io in quel negozio non ci sarei mai entrato, altrimenti. Invece il gommista di Via Montelongu mi aveva detto: “Sono da cambiare, quelle posteriori sono troppo lisce. Ci metto venti minuti, può ripassare fra venti minuti”. E così, quel pomeriggio, aspettando le mie gomme nuove per l’estate, decisi di fare una passeggiata nel quartiere di Murigai, dove non ero mai stato.
Vidi l’insegna: Salsiccie di Porcu. Sulle prime pensai a uno scherzo, una di quelle trovate non troppo divertenti coi cognomi sardi, tipo Roger Murru o Walter Madau o Marlon Brundu. Poi, guardando meglio, vidi che il titolare si chiamava proprio così. Troppo curioso per non entrare a dare uno sguardo.
Fu così che la vidi la prima volta: intenta ad affettare una mortadella gigantesca, si muoveva con la grazia di una gazzella, la leggerezza di una farfalla. E subito si rivolse ai clienti che aveva davanti con un sorriso mozzafiato: “a hi tohaa?”. Mi parve un angelo.
Quanto era bella, io una così bella, qui, non l’avevo mai vista. Quella chioma di capelli biondi, gli occhi lunghi e azzurri. E quel seno, sotto il camice bianco!
Ma fu soprattutto il suo accento a conquistarmi all’istante, un accento straniero fatto di consonanti aspirate che doveva essere dell’est europeo, sicuro. Decisi allora che era moldava, certo, non poteva che essere moldava. Quando uscii, con un barattolo di pomodori pelati, che buttai nel cassonetto più vicino, sentii che il mio cuore era stato attaccato da forze sconosciute e che opporvisi sarebbe stato come prendere un’aspirina contro la bronchite.
Il giorno dopo avevo detto a mia moglie: “Oggi a comprare l’affettato ci vado io”. Mi guardò stranita, come se le avessi detto “ti amo tesoro mio”. “Va bene, se proprio vuoi…” mi rispose, cercando di incrociare il mio sguardo che io tentavo goffamente di tenere fuori dalla sua portata.
Da allora, per una settimana di fila, mi recai al Market di Efisio Porcu, dall’altra parte della città. Per vederla, solamente per vederla.
Poi però mia moglie mi disse: “Lascia stare, ti danno le code e te le fanno pagare a prezzo buono, ti stanno fregando. Chi è questo Porcu?”. “E’uno che vende roba genuina, a me non sembra male”. “Lascia perdere, è un imbroglione” disse. E fu definitiva, il discorso era chiuso: contro le donne, in fatto di commercianti, è inutile discutere.
Però non potevo più rinunciare a quella visione sublime. Anche se durava pochi secondi era come l’acqua nel deserto. Gli anticorpi della solidità erano stati divorati in un sol boccone dall’attacco batteriologico dell’infatuazione e ora quel barcollamento dell’anima mi piaceva come la nutella.
Sapevo che non mi faceva bene alla salute ma continuavo a ripetermi “ancora un cucchiaio, ancora uno poi basta”.
E così quella vetrina, fra prosciutti e caciocavalli, incorniciò la mia faccia ancora per molti giorni, riflettendola mostruosamente, mentre passeggiavo lì davanti. Sotto la scritta Salsiccie di Porcu, un uomo, ormai vinto dall’ineluttabilità dell’amore, continuava a chiedersi: “entro, non entro?”
Entravo. Alla fine entravo sempre.
Il fatto è che c’era sempre un sacco di gente, tutti a comprare, cosa avranno da comprare con la crisi che c’è. Non potevo stare ad osservarla troppo a lungo e allora ci andavo più volte giorno, nella speranza di trovarla da sola. Ma niente da fare, arrivava sempre qualcuno, mi dia questo, mi dia quello. E dovevo comprare qualcosa anche io.
“Cinque fette. Sì, cinque fette”.
“Bastana?”
“Sì, bastano-ò" dicevo, allungando la finale per farle capire che in italiano i verbi non hanno il genere femminile e maschile. " Sì, sono sufficienti, sa, io vivo da solo”.
Quel “vivo da solo” mi era sembrato un passo avanti molto coraggioso, un messaggio esplicito ma non troppo diretto, da vero gentiluomo. Qualche giorno dopo avevo aggiunto “la bellezza dell’immigrazione”. Avevo letto il nome, nel cartellino che la dea teneva pinzato a fianco della scollatura commovente. “Svetlana, la bellezza dell’immigrazione” avevo detto. Lei mi aveva sorriso. Una signora, affianco a me, aveva cominciato a guardarmi male, aveva bofonchiato qualcosa tipo “medandasancora”, e allora io subito: “Cinque fette. Sì, bastano, cinque mi bastano”.
Erano anche troppe, a dire il vero, che per non buttarle ho dovuto mangiare novecentosettanta fette di salame, in tutti quei mesi. E mi faceva un po’ male il fegato. Forse è l’amore, l’amore fa venire i dolorini, mi dicevo, ma non potevo andare avanti così.
Alla fine, mi sono appostato lì vicino. All’ora dell’apertura, come un cacciatore che all’alba prende posto al passo dei tordi, ad aspettare il momento fortunato. E il momento è arrivato, una settimana fa.
Non c’era nessuno, neppure tia Nennedda che in genere è sempre lì a guardare chi entra e chi esce per poter dire è entrato quello è uscito quell’altro. Il negozio era vuoto, c’era un silenzio da biblioteca.

Soli, finalmente soli.
Ho fatto finta di guardare i detersivi, per avere il tempo di rivolgere un’altra breve preghiera al mio santo preferito, per farmi trovare anche la forza di consegnarle la poesia che qualche tempo prima avevo composto per un’altra donna dell’est. Una paesia che parlava a Mara, la donna immaginaria arrivata dalla Russia con grandi sogni e aspettative irrealizzabili. Vane speranze che prima o poi si scontrano con gli dei-padri e con la triste realtà.
Ho dato un ultimo sguardo al foglietto che avevo in tasca, tutto colorato e profumato.

Mara Doliànova

Lei, sola, russa.
Anela Carlo: forte, bono.
Anela villa urbana, villa mar,
piscina su l’assai villa grande.
Anela sole, ministri.
E i
padri:
– A
mara chi amore sposa da saga! –
Ma
monti già vedono riflussi…
O
Mara, sola russa, sorgono neon
e lì
, tu, l’amore smonti.

Poi sono andato da lei. Mi sono piantato davanti, senza dire niente.
Ti prego dimmi qualcosa, dimmi…"felino". Oppure chiedimi “zampone, tesoro?” Chiedimelo con il tuo accento lontano, aspira anche le vocali, aspira anche me. No, anzi, dimmi solo “culatello”, e io capirò.
Così pensavo, mentre guardavo il banco frigo, senza vedere niente, col cuore in mille frantumi. Dimmelo, ti prego, dimmelo.
Invece, dopo un silenzio che mi è sembrato un’eternità, con una voce da pastore del supramonte doppiato da un attore romano, se n’è uscita con un: “finocchione”.
Ho sollevato lo sguardo. “E’ femminile, in italiano è… femminile, si dice fi…finocchiona” ho detto, balbettando.
“Eja, ja l’isho. Anche a Mamoiada parliamo l’italiano”.
Ridendo, me l’ha detto, la stronza. Ridendo. E io sono svenuto. Proprio come un salame.
Nemmeno l’intervento di San Costantino mi ha potuto salvare dalla lussazione della spalla destra.

Ora sono qui, ancora dolorante, a studiare le cartine geografiche. Finalmente ho imparato dove si trova la Moldavia. Ho scoperto anche la sua capitale. Indovinate un po’? Chisinau si chiama. Che in sardo vuol dire, più o meno, ridotto in cenere. Come il mio amore.
Ma allora, Svetlana, perché porti quel nome? Perché non ti chiami Cosima? O Damiana? E soprattutto: perché non sei di Persasdefogu?

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: