gennaio 8, 2007

So’ deo
kudhu pisedhu chi est currinde
in mes’e s’usciareu, in maju.
Chi si firmat totinduna
incantau
dae tottu su biancu.
So’ deo
cun d’una frenalza
su giobu lebiu lebiu
a sa tilighelta
accherada in d’ una pedra.

So’ deo kudhu pastore
chi m’est abbaidende
dae attesu
cun ojos antigos e
unu risitu chi narat chi emmo
-cantas n’at tentu
cando fit creatura-

In giosso, a boltaedìe, frimmu
in oros de su riu
alluttu de lughe.

Ma deo, deo chi ido su ezzu,
e conto,
deo non bi soe.

……………………………………………………

Sono io quel bambino che corre
fra gli asfodeli, a maggio.
Che si ferma, d’un tratto
assorto
in tutto quel bianco.
Sono io
con un filo di fieno
giogo leggero alla lucertola
affacciata fra le pietre.

Sono io quel pastore che mi guarda
da lontano
con l’antichità negli occhi
e un sorriso che approva
le catture
di quand’era bambino.

Laggiù, nel pomeriggio immoto
vicino al torrente,
infuocato di luce.

Ma io, io che vedo il vecchio,
e dico,
io non ci sono.

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