gennaio 11, 2007


      L’intervista


Certo che c’ero! Anche se nessuno ha mai parlato di me, quella notte c’ero anch’io.
– La notte di San Valentino.
– Macché San Valentino, era San Demetrio. Avevo telefonato a casa, era il santo patrono giù in paese, avevano preparato le fave con lardo.
– Ma stiamo parlando della stessa cosa? Della strage di Al Capone?
– Sì, sì, di quello. Del macello che ha fatto la banda di quello lì, l’orgolese, Alessio Concudu.
– Al Capone.
– Sì, lo chiamavano tutti così, avevano tradotto il cognome, in America avevano questa strana abitudine. E poi aveva davvero la testa molto grande. Aveva una testa grande come quel frigorifero.
– Quindi lei si trovava in America, in quegli anni.
– Certamente.
– Era emigrato, signor Coinu?
– Diciamo così: ero andato per affari. Però non continui a storpiare il mio nome o la farò pentire di essere venuto fin qua. Io sono Meccoinu, Billy Meccoinu, con l’accento sulla o, se lo ficchi bene in testa.
– Signor Meccoinu… l’unico sopravvissuto.
– Già.
– Ma avevano colpito pure lei?
– Guardi qua. Le vede queste cicatrici?
– Sì, vicinissime al cuore.
– Ma no, non quelle, dove cazzo sta guardando? Quelli sono i segni di un’incornata, quello stupido toro di Joe Perra. Queste dico, guardi qui. Mi fecero la pancia come un colabrodo. Volevano prendermi un po’ giù quei bastardi ma avevano alzato troppo la mira. Mi colpirono qui. E qui e qui e qui e qui e qui e qui e qui e qui. E qui. La birra che avevo bevuto mezz’ora prima uscì dalle budella come da una bottiglia dopo che l’hai agitata. Mi lasciarono così, coperto da quella schiuma rossa di sangue. Morto. Sembravo un sanguinaccio di pecora appena aperto dalla lama del coltello.
– Mi vuole raccontare come andarono le cose?
– No, adesso non ne ho voglia.
– E’ stanco?
– No, semplicemente non ne ho voglia.
– Allora torno un altro giorno.
– No, dove va? Stia seduto. Però prima prenda quella bottiglia che c’è nel mobile, alla sua destra. Ecco, quella. La stappi. E prenda due bicchieri.
– Veramente io non potrei bere alcolici.
– Allora vada al diavolo. Dica al suo capo che le interviste col succo di frutta le vada a fare da un’altra parte, alle dame di carità, magari. O all’associazione le mogli dei mariti. Anzi gli dica proprio di andare affanculo.
– Vabbè, allora un dito posso assaggiarlo. Alla salute.
– Salute!
– La ascolto.
– Dunque. Eravamo in cinque: io, Antony Pickoc detto il basso, Bachisio Nieddu che tutti chiamavano Scarafeis perché era scuro scuro come una blatta, Red Joe, che poi era Rosseddu. E il capo.
– Che si chiamava?
– Lù. Era scritto Lou ma lo chiamavano Lù.
– Come Lou Reed.
– C’era anche uno si chiamava Lurìd, un messicano che non si lavava mai, gli puzzavano i piedi anche se glieli mettevi dentro una bacinella di varechina per una settimana. Ma l’avevano fatto fuori qualche anno prima, al mercato del pesce. Lo sgarrettarono come una mucca. No, il capo era Lù. Lù e basta.
– Aveva preparato lui il piano per catturare Al Capone?
– Sì, il piano era perfetto. Tutto era stato studiato nei minimi dettagli, ogni singolo movimento. Avevamo messo a punto i tempi e le possibili variazioni. E la fuga, naturalmente. Non c’era spazio per le improvvisazioni. Ad ognuno di noi aveva dato delle note, scritte in piccoli foglietti a righe. Ci ricordavano quel che dovevamo fare. Era tutto stabilito. Dopo tre settimane di prove, il capo era stato chiaro: “Non voglio tentennamenti, se qualcuno ha dei dubbi canti ora o mai più” aveva detto.
– Solo “il basso” chiese una nota meno scura, disse che non aveva capito bene. Si sentiva molto elettrico e anche noi eravamo tesi come corde di violino.Ognuno ripensava alla sua parte. Eravamo una banda affiatata, cristosanto con un direttore d’orchestra così non potevamo certo sbagliare.
– E allora cos’è che non andò?
– Il piano era perfetto ma loro suonarono le trombe. Ecco cosa non andò. Ed erano in tanti. Sbucarono come topi di fogna.
– Vi tesero un agguato.
– Proprio così, qualcuno aveva cantato prima del tempo. Aveva cagato fuori, insomma. Forse Scarafeis, o il basso che si era incazzato per via della parte che gli era stata assegnata. Non lo sapremo mai. Ma…ma che bottiglia ha preso?
– Quella che mi ha indicato lei.
– Non dica stronzate. Ho novantasette anni ma non sono così rincoglionito, so riconoscere un cannonau da un girò. Io le avevo indicato il girò. Prenda l’altra. Ecco, bravo.
– Dunque, cosa stavo dicendo?
– Della trappola.
– Già, la trappola. Avevamo scoperto il loro nascondiglio, un garage in Nortte Clarche Striitt. Si riunivano lì ogni quattordici del mese. Dovevamo prenderli di sorpresa. Red Joe, vestito da lattaio, doveva presentarsi e consegnare un litro di latte. Poi doveva entrare il basso, dopo aver fatto un giro intorno al palazzo. Scarafeis e io dovevamo entrare dalle tubature della fogna. Il capo ci avrebbe aspettato fuori. Tutto filò liscio, arrivai sotto il bagno del garage con un tempismo perfetto, caricai la pistola e tolsi la sicura. Quando mi affacciai dalla tazza del vuccì, vidi che stavano tutti ridendo.C’erano cinque poliziotti che ridevano e davano delle grandi pacche sulle spalle di Rosseddu. Giocavano allo schiaffo del soldato, qualcosa del genere. “Siamo arrivati prima noi, ci dispiace molto, siamo arrivati prima noi” urlava qualcuno. E ridevano. Anche Pickoc rideva. Io no, capii subito che era una trappola, si erano travestiti da sgherri quei maledetti bastardi.
– Come se ne rese conto?
– Dalla cicatrice di Al. Per quanto si fosse truccato non riuscì a far sparire lo sfregio che aveva in faccia. E poi lui se ne stava in disparte, appoggiato al muro, in fondo al garage. Sembrava che non gliene fregasse una minchia. Quelli che si divertivano erano gli altri, due ragazzoni robusti e con un’aria niente affatto simpatica, uno spilungone con la faccia piena di pustole e un tipo grasso, un busalone. Quest’ultimo mi ricordava Rocha, quella faccia di cazzo di Rocha, il panamense.
– Cosa fece?
– Afferrai la pompa e chiamai il capo.
– La pompa?
– Sì, un tubo di gomma, di quelli per innaffiare il giardino. Un capo lo tenevo io e l’altro capo lo teneva il capo, vicino al tombino da dove eravamo entrati. Io parlavo e lui ascoltava. Oppure parlava lui e ascoltavo io. Era impossibile parlare contemporaneamente. Era impossibile anche ascoltare contemporaneamente, non si sentiva un bel niente se non ti alternavi.
– E cosa disse a Lou?
– Che ce l’avevo sotto tiro, ma che avrei aspettato un suo ordine. Descrissi alla perfezione la pianta del garage, la posizione di ognuno dei finti poliziotti, la distanza che separava la canna del revolver dalla testa gigantesca di Al. Era impossibile sbagliare. “Gli altri sono dei coglioni” dissi. “Il capo li sta lasciando giocare un po’ ma credo che presto questo gioco finirà. Cosa devo fare?”
– E lui, Lou, cosa rispose?
– Non mi rispose, o forse si mise a parlare dentro il tubo proprio mentre gli dicevo: “L’Al è lì. L’ho Lù!”
– E allora cosa fece?
– Lo ripetei più volte, alzando il tono di voce. E questo fu un errore.
– Perché?
– Perché mi sentirono anche gli altri, evidentemente…
 Senta, ma questo non è girò, che cazzo ha sbagliato di nuovo, ha preso il monica, lei è proprio un pischello.
– Ma era la bottiglia che mi ha mostrato lei!
– Io non le ho mostrato un corno. Non posso confondere il girò con il monica, non sono mica scemo. Prenda l’altra. Sta in fondo, guardi bene c’è scritta l’annata, 1929. Esatto, quella.
– Dunque la sentirono i nemici. Cosa successe?
– A un certo punto, con la pompa nell’orecchio, sentii che qualcuno mi stava spingendo la canna di un mitra fra le natiche. “Bachisè, fai attenzione” dissi. Scarafaeis non rispose. Allora mi voltai e in quel buio riuscii a vedere che dietro di me non c’era Bachisio: c’erano due tizi, due avanzi di galera che una volta aveva pestato in una mega rissa nella tredicesima. Erano ancora senza denti e con quella faccia di cazzo cominciarono a canticchiare: làlèlìlòluuuu laaaleeeliiilooluuuu. In quel momento realizzai che era finita. Mi feci il segno della croce e invocai San Demetrio.
Uscimmo dalle tubature. Al Capone, ora, era al centro del garage. Aveva disposto tutti a semicerchio, anche quelli della sua banda, che adesso erano una ventina.  Disse solo: L’Al è lì, l’ho Lù. E accenno un sorriso. Poi ci costrinse a cantare quel ridicolo refrain. Solo io non cantai e per questo mi beccai una ginocchiata sulle palle. Gli altri se la fecero sotto e cantarono a ritmo: la-a-à  le-e è  li-ii-ì  lo-ò  lu-u-uu.
Per fortuna finì presto quello strazio. Dopo un po’ ci fecero mettere lungo una parete, con la faccia contro il muro. Io mi voltai: “Vi voglio vedere in faccia fino all’ultimo, vermi schifosi!” dissi.
Concudu fece un segno di sì con il capo. Doveva essere un piccolo cenno ma con la testa che si ritrovava fu un movimento enorme.
Le raffiche durarono un’eternità. Quando ci fu silenzio sentii che qualcuno ricominciò a cantare. Al, sparò anche a lui: “Abbi rispetto almeno dei morti” disse.
 Ma io non ero morto. Col cazzo che ero morto.
…..

Boh, non mi sta sembrando girò neppure questo.

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