gennaio 17, 2007

No, non ho ancora finito, mamma. Aspettami, però, ti prego aspettami, prometto di impegnarmi.
E’ difficile fare la lista, mamma, ogni giorno che passa diventa più complicato. E a quest’ora della notte, quando la guazza scende sulle strade e tutto diventa freddo, mi sembra di non avere più la forza di continuare. Ho scritto qualcosa, ho cancellato, ho riscritto. Ma le cose migliori le ho perdute e ho paura, adesso, di non ritrovarle mai più. Un soldato che ha perso una gamba, così mi sento, mutilato nella memoria, dal tempo che è esploso come una mina, sul campo che attraverso a ritroso. Con le schegge che cadono, e sono grandine, in questa piccola stanza. Frammenti. Ecco cosa sono, minuscoli frammenti che cerco di sistemare, prima che si sciolgano. Per fare l’elenco, mamma. Per dartelo.

C’è un treno. Anzi no, è una littorina. Ci fa dondolare, mentre stiamo in piedi. Tu mi tieni per mano e ridi della mia contentezza, nel viaggio di mezz’ora che ci porta in città. A comprare le scarpe, ad incontrare un dottore che ti deve guardare il cuore, a imparare il verde e il rosso dei semafori. E poi un palazzo così alto, pieno di giocattoli, con le scale mobili che sono una magia, e l’odore di nuovo. Anche le luci sono forti e tu sei giovane, mamma.
Mi fai sedere, a un certo punto, dentro una cabina, vicino alla stazione: tre lampi sugli occhi, per la fotografia di cinque anni che viene fuori da una bocca di metallo.
C’è una mattina, una mattina con la neve, con le impronte del gatto sullo strato ancora fresco del cortile. E ci siamo tutti, nessuno è andato a scuola e neanche a lavorare. Più tardi c’è una minestra di lenticchie che fuma nei piatti, sei piatti, mentre tu, ancora in piedi, controlli che tutto sia al posto giusto.
Ci sono le ombre, mamma. Quelle che tu riuscivi a scacciare dal mio letto quando le giogulanas della febbre venivano a trovarmi e mi facevano cadere nel buio. Aspettavi che se ne andassero e poi tornavi a dormire.
Un canto che ricordo ancora, cariasa e barraccocco tottu b’ada in binza mia.
La cura con cui mi preparavi a diventare uno dei discepoli, il giorno di giovedì santo, per il lavaggio dei piedi.
Ci sono i tuoi viaggi al collegio, quando andavi a portare un po’ di provviste al figlio più grande. Seduta sulla lambretta, come una Audrey Hepburn del paese, con i capelli intrecciati e raccolti sotto il velo, su muccaloru che non ti mancava mai quando uscivi di casa.
Ci sono i giorni di sole, quando mondavi il grano all’aperto. Il caldo del forno, dopo un giorno passato a creare forme di pane. Una volta che ti ho visto vestita non a lutto, a colori.

Aspettami, mamma, non ti sentire sconfitta. Non ancora. Come vedi sto cercando di vincere il freddo. Fra un po’ uscirò nel giardino e raccoglierò uno dei tuoi fiori bianchi.
Oppure mi metterò io a cantare per te, vicino a te, a benis comare a bodhire pruna, contro questi nemici invisibili che ti fanno così triste.
Lo so, non è la lista, non è quello che vorresti.
Ma se ci sarà ancora tempo io continuerò a cercare, a cercare. In questa piccola stanza

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