gennaio 23, 2007

Quindici con P


– Perché fumate al contrario, Ti’ Olmì?
– Per non essere visto nel buio.
– Ma adesso non è buio, e poi… visto da chi?
– Dal nemico.
– Quale nemico?
– Il nemico, quello che non è amico.
– Ma così vi bruciate la bocca, chi ci racconterà le storie?
– Sempre meglio che una palla di fucile.
– Quelle degli austriàchi, Ti’ Olmì?
– Anche, anche.
– E me la raccontate quella di Fioravante e Rizieri?
– Più tardi, più tardi, forse. Torna dopo.

A Faghegasi c’era il maestro di muro, c’era quello del legno, del ferro, del panno. C’era la maestra del parto.  E c’era su mastru e contascias: il maestro dei racconti, il narratore.
I primi sistemavano le misere case, gli aratri, i vecchi abiti, le fardette. Qualche volta, ma molto di rado, erano chiamati a costruire qualcosa di nuovo, ad applicare la loro arte in un’opera che non fosse una povera riparazione dai danni del tempo.
La “maestra” aiutava le donne a dare vita a nuove speranze, braccia per i campi, se Dio voleva.
Tiu Olmiti Pintore riempiva il paese di parole.
 
Aveva imparato l’arte dell’affabulazione fin da ragazzo. Servo pastore dall’età di otto anni, aveva sentito raccontare centinaia di leggende dagli anziani, nelle lunghe notti passate in campagna dentro le pinnette. In seguito le aveva reinventate, quelle storie, parlando a se stesso e facendosi compagnia, nelle transumanze trascorse in solitudine, lontano da casa. Ora, in vecchiaia, esercitava uno dei mestieri più antichi del mondo.

Si sedeva in carrela, sulla panca di basalto più grande della via principale, accendeva il sigaro e lo lasciava consumare lentamente a “fuoco dentro”, godendo del sapore acre di tabacco e della frescura delle serate estive.
Durava poco quella pace tutta per lui. Un rapido passaparola si diffondeva fra le case, come un bando segreto, una silenziosa chiamata a raccolta.

– Tiu Pintore ha voglia di raccontare, è fuori in strada, ci venite comare Marì?
– Ajò, ajò che andiamo, chissà cosa s’inventa stasera.
– Se glielo chiede marito vostro, comà, magari ci fa quella de Sa Fada Manna.
– Iihii, speriamo comà, quella non la sentiamo da un mucchio di tempo.
– A Filumena diteglielo voi, io passo a casa di Billalla, così le dico di portare una bottiglia di vino, che lei ce l’ha buono.

In pochi minuti la strada si riempiva di gente. Le donne si portavano dietro le sedie da cucina, per loro e per i loro mariti, le disponevano attorno al vecchio, a semicerchio, e formavano una specie di anfiteatro, con i bambini seduti per terra, in prima fila.
Demetrio Pintore guardava tutti in silenzio. Poi levava il mezzo toscano dalla bocca e diceva sempre la stessa frase: – E allora? Perché vi siete seduti così? Guardate che stasera non ne ho voglia.
Ognuno di noi sapeva che quelle parole costituivano una specie di sigla di apertura, il prologo della serata. Bastava che qualcuno dicesse " almeno uno, Ti’Olmì, nessi unu contu, quello che volete voi" e lo spettacolo aveva inizio.
Si prendeva una lunga pausa, si lisciava la barba. I nostri occhi, pieni di curiosità, si facevano attenti a seguire ogni gesto. Ricordo ancora l’emozione che provavo nel sentire la sua voce profonda pronunciare le magiche parole:
– Datemi un numero e una lettera. Ma non so se stasera saprò accontentarvi, mi sento un po’ stanco.
Qualcuno si alzava.
– Dieci , Tiu Pintò. Oggi tocca a me proporre. Dieci con effe.
Tiu Olmiti si grattava la testa, chiudeva gli occhi, come se andasse a ricercare ricordi lontani, e subito attaccava.
– Tanti anni fa, abitava a Faghegasi Ofelia Currafò, chiamata Fantasia. La famiglia d’Ofelia era di Firenze, confinata giù a Faghe dalla follia nazifascista. La famiglia si fece subito forza e…
E narrava le vicende di una bellissima ragazza, maestra elementare, che insegnava a leggere e scrivere a centinaia di contadini nel villaggio di Faghegasi. Descriveva il coraggio di quella giovane donna che parlava agli abitanti del borgo di uguaglianza e libertà. E della sua fuga a cavallo, quando gli squadristi volevano pestarla, e di come i pastori la tennero nascosta nell’inaccessibile montagna, per un inverno intero, fra le tormente di neve. – Pariat s’inferru, ma sos fascistas ifatu, in domo, fin pejus de forasole.*
Poi s’interrompeva. Puntava il dito verso uno degli spettatori.
– Io, Ti’Olmì?
– Sì, sì, proprio tu, Birai Sale. Dammi un’ altra lettera.
– Io vi dico vu, vu di vino. Il numero rimane lo stesso.

– Se quel che vi dico non è vero, possa avere ancora venti ore di vita! E dopo averne più di venti e per avanzo altre ventimila e ventimila e ventimila. E’ vero, è tutto vero come il vino che non voglio più. E versa, oh giovanni, che la voce così mi viene bella! Vermentino, voce e cor divino!
Tutti ridevano, perché subito dopo Tiu Olmiti tracannava d’un fiato il bianco frizzante, prima di riprendere il racconto della bella Ofelia. Con la sua voce calma, poteva continuare per ore, se era in forma, con altre varianti di numeri e lettere che cambiavano il suono alla parola, i percorsi alle sue invenzioni, mescolando la vita con la fiaba, storia e “paristoria”, riso con pianto. E meravigliando i presenti come un acrobata del circo.

Ho dovuto aspettare l’età adulta per capire le regole di quello strano gioco. Solo allora ho capito quanto quell’uomo sia stato importante.

 Demetrio-Olmiti Pintore, il sette Aprile -era una sera Piovosa, di triste primavera- non ha spento la sua voce. E poetica, odo la sua P.
– Un quindici con p, tiu Pintò. Scarso, lo so. Ma è per ricordarvi.

*Trad. – Sembrava l’inferno ma i fascisti alle calcagna, o dentro casa, erano peggio del demonio.

glossario: fardetta = gonna tradizionale delle donne sarde
pinnetta = capanna di pietra e frasche
paristoria = fiaba, fola.

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