gennaio 24, 2007

A un certo punto gli pare di vedere tanti quadri di Francis Bacon, come in un sogno. Il fumo e le fiamme che si levano dal grande fuoco, al centro della piazza, trasfigurano la fisionomia delle persone, e anche le case intorno sembrano perdere i contorni. Si stropiccia gli occhi, nella speranza di tornare a visioni consuete, ma quando li riapre ha un brivido: vede forme di corpi dilaniati, carcasse di carne bruciata, volti spaventati e dolenti. I giubbotti sportivi dei ragazzini si confondono con gli abiti di velluto, i cusinzos con le colorate scarpe da tennis. Alcune pance gonfie di vino, sui corpi magri di adolescenti, danzano in cerchio al suono della fisarmonica. Un ballo che lui non conosce. “Unu passu torrau, unu passu torrau”gli suggerisce qualcuno in mezzo alla folla. Una donna vestita di nero spalanca la bocca e mostra una lingua scura e lunghissima sulle gengive prive di denti. C’è anche un uomo che urla parole incomprensibili, a maledire il cielo, anche lui staccato da un dipinto di Bacon. Un assemblaggio di pezzi, di occhi, di nasi.
Antonio Bandinu non è ubriaco, ha bevuto un solo bicchiere del vino stantio che il comitato organizzatore gli ha offerto. Eppure la testa gli gira come un mulinello e tutto gli sembra irreale.
Vuole uscire da quell’incubo. Va a cercare una delle tante targhe che nei muri del quartiere ripetono le frasi di Grazia Deledda. Spera di trovare lì, nelle parole che conosce, un riferimento rassicurante. Ma quando arriva all’angolo della chiesa, poco più in là, si accorge che dalle placche di cemento le parole della scrittrice sono state cancellate. Spaventato, corre di nuovo verso il falò. Trova solo poche braci, come se fossero passate molte ore, e, intorno, sul selciato, migliaia di bicchieri di plastica.
Non c’è più nessuno, sono andati tutti via, la festa in onore del santo sembra finita.
E’ rimasto solo un vecchio che con un bastone fruga in mezzo alla cenere, alla ricerca di qualcosa. Dopo un po’ si china, raccoglie un pezzo di carbone e se lo mette in tasca. Antonio si ricorda che quel gesto ha un significato, ma non ricorda quale. Forse il fuoco è stato benedetto dal prete e il carbone serve a scacciare la malasorte.
“Er gai, non b’at nudda, sun tottu mortos”. Il vecchio pronuncia le parole con lentezza, con una voce salmodiante.
“Come tutti morti, cosa vuol dire tutti morti?” Antonio si avvicina lentamente all’anziano pastore.
“Loro non lo sanno, ma sono morti. Fanno la festa nel giorno sbagliato, anziché il sedici di Gennaio. Non rispettano le tradizioni e il Santo si è offeso. E’ tornato dal demonio e gli ha restituito il fuoco.”
“Sono i tempi” cerca di replicare Antonio, “la fanno di sabato per far partecipare più gente, il giorno dopo non si lavora e…”
“Appunto, sono i tempi.”
Il vecchio fa per andare via. Poi si volta e chiede: “Tu come ti chiami?”
“Antonio”
“Ecco, ti sei salvato per questo, solo per questo. Ma adesso fai i tre giri, anche se è quasi spento. Falli bene, però, lentamente. Hai capito? Lentamente."
"S’, sì, credo di aver capito…"
"Adiosu, adesso devo andare.”
Con aria stanca e con un passo stentato, reggendo il peso del corpo con il bastone, si allontana.
Antonio Bandinu, interrogandosi sulle parole che ha appena sentito, lo segue con lo sguardo, fino all’angolo della strada. In quel punto, un maialino sbuca veloce da una porta di una casa abbandonata.

Tre giri, in senso antiorario, lenti, lentissimi.
Ala fine del terzo, Antonio Bandinu si sveglia, nel letto di casa, grondante di sudore.
Sul comodino, mentre guarda la sveglia che segna le quattro, vede un pezzetto di carbone.

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