gennaio 31, 2007


Un giorno di maestrale, o tre o sei o nove, e il mare di Bosa si gonfiava come una palla di pane carasau dentro il forno di casa. Non sopportava l’insistenza indiscreta sul suo ventre tranquillo e quando perdeva la calma si unfrava e riversava tutta la rabbia sulla terra, dove e come poteva. Con un urlo di fastidio avvolgeva di schiuma i ciottoli di Turas, schizzava sul molo del porticciolo, si contorceva in un respiro affannato, oltre la muraglia spartiacque. E diceva ai pescatori restatevene a casa.
Durava molte ore quella protesta furiosa. I cavalloni erano come guerrieri dalla cresta bianca lanciati all’attacco, impavidi guerrieri in lotta contro il nemico venuto da nord-ovest. Quando venivano chiamate in ritirata, le onde sembravano non voler tornare alla risacca dei giorni normali. Continuavano perciò a borbottare un instancabile mugugno, pronte a ripartire all’attacco, contro le offese del vento prepotente.
Così, il mare riassumeva il suo colore azzurro molto lentamente, solo a tratti tendeva la mano al cielo. Poi si rabbuiava di nuovo e adombrato riprendeva a ruminare i segreti dell’isola, stanco ma non ancora sfiancato.

I pescatori salivano sulla collina di Santa Filomena al primo sole. Si arrampicavano fin lassù, uno dopo l’altro, buttando con gli occhi le loro barche nel dondolio ancora forte, pregando deus di far cessare quella lotta della natura e di far sì che le reti potessero riportare un pezzo di pane alle bocche dei figli.
I primi a scendere dalla collina, avendo avuto questa o quella risposta, ne incontravano sempre altri sulla strada. Gli risparmiavano la fatica, se uno domandava notizie di quel comune parente, volubile come una donna incinta.

Ebbè su mare, e itte parede?
Eehe, già el mankende!
Cominciava la tregua, forse, e i più attrividos, quelli attrezzati di coraggio e una buona dose di imprudenza, non vedevano l’ora di rimettere i remi negli scalmi.
I più prudenti armavano le canne. Conoscevano i punti della costa rocciosa più frequentati da orate e spigole e allo smontare della marea offrivano la pastetta col formaggio. Ma quasi sempre le catture di qualche muggine di scoglio erano un misero rimedio alle giornate di lavoro perdute.

Ebbè su mare, e itte parede?
Mare ispissu. Troppu ispissu!
Bisognava aspettare, ancora per qualche giorno era meglio non rischiare. Troppe volte il cielo era stato ingannevole e il vento poteva girare. E poi era sempre meglio ascoltare il parere dei più vecchi: troppu ispissu, ancora troppo grosso.
Erano i giorni dell’attesa. Della tregua armata, della ricerca dei segni. Della natura padrona e matrigna.

Vincenzo amava quei giorni. Usciva di casa sul fare del giorno e da Poggiu Culumbu fino a Torre Argentina percorreva a piedi diversi chilometri di litorale. Osservava con occhio scrupoloso le piccole mutazioni che il vento aveva prodotto sulla vegetazione, respirava i profumi della macchia mediterranea, ascoltava i rumori amplificati dall’alba.
Poi si dirigeva alla spiaggia di S’abba druche, ancora spopolata.
Gli piaceva camminare da solo nella parte dura lungo la riva, dove l’acqua, ritirandosi, si era lasciata dietro una bella superficie compatta, bruna, liscia come uno specchio.
Su quella sabbia, dopo la mareggiata, ritrovava ogni volta un rinnovato tesoro di cose che il mare aveva restituito alla terra. Frammenti di vetro, pezzi di plastica, bambole rotte, legni lavorati, iscrizioni spagnole sulle assi di una cassa, parti di piatti in porcellana decorata, rami secchi di ginepro, scatolette di metallo. E conchiglie, chele pelose di granchio, filamenti di alghe decomposte.
La cala si popolava di strani animali a cui Vincenzo restituiva la vita. Affiancava la testa di una Barbie al guscio di un riccio, una bottiglia ad un sasso levigato e poi si sedeva a guardare, ad ascoltare. Come a teatro.
E quello strano serraglio si animava di storie, di racconti. Il mare suggeriva e gli oggetti parlavano.
Una lingua che Vincenzo conosceva molto bene.
Da quegli oggetti aveva sentito storie di emigrazione in Argentina. Di sardi partiti in guerra che non avevano fatto ritorno. Di minatori morti di silice e nostalgie.
Lì aveva sentito i tanghi e i balli sardi, le note di Satie e la voce di Chet Baker mischiati in un canto dissonante, a fare da sottofondo ad amori segreti e disperati di molti uomini e di molte donne.
In quella spiaggia aveva imparato poesie, canzoni, ninne nanne.
Aveva capito molte ingiustizie, diceva. Aveva appreso la ribellione, diceva.
Basta aspettare, diceva. Basta saper ascoltare le voci dei pescatori dalla cima della collina. O il richiamo di quanti reclamano un minuto di memoria.
Perché un giorno di maestrale arriva, prima o poi. O tre, o sei, o nove.

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