febbraio 28, 2007

SANREMO – La satira con Cornacchione non ha spaventato i vertici di Rai 1, seduti ieri sera in prima fila al teatro Ariston. Durante l’esibizione del comico pero’ alcuni giornalisti avevano visto il direttore di rete Fabrizio Del Noce allontanarsi dalla poltrona per rispondere al telefonino. Stamattina lo stesso Del Noce, nella consueta conferenza stampa del dopo festival, ha risolto il piccolo ‘giallo’: "In realta’ mi ero alzato per rispondere ad una chiamata di Fiorello". (Agr)

Poi, esibendo i suoi dentoni, ha aggiunto:

AI LATI "DEI", "ZAR" COME DEL NOCE: "E’ LA TIVU’ VITALE, E’ CON LE DEMOCRAZIE D’ ITALIA."

Fabry è mostruoso, bisogna segnalarlo a Bartezzaghi.

febbraio 27, 2007

Mi è successa una cosa  strana, poco fa. Mi sono ricordato che stasera inizia il festivàl. Cosa c’è di strano, direte, ne parlano da un mese, è quasi più importante della crisi di governo. E’ vero, ma non è questo il punto. Il fatto è che mi sono ricordato che esattamente 40 anni fa, quaranta festival fa,  morì, proprio lì a Sanremo,  Luigi Tenco. E allora sono andato a riascoltarmi alcune sue canzoni, le mie preferite.  Primo groppo alla gola, che non c’è niente da fare ogni volta  che lo ascolto  mi investe una montagna di ricordi e la malinconia mi fa cùcù.  E siccome i cùcù sono come le ciliegie, ho voluto ascoltare anche Sergio Endrigo. Perché Endrigo vinse il festival un anno dopo la scomparsa di Tenco (una specie di vittoria riparatrice, si disse)  con una bellissima canzone, Una canzone per te.  E perché anche lui se n’è andato, un anno e mezzo fa, dimenticato da tutti.
Ecco, mi è venuta voglia di ricordare questi due grandi , di ricordare a me stesso che  le loro canzoni sono state  importanti per me come romanzi di formazione.

 

febbraio 26, 2007

… -2 x noi,  -1 x loro, + 1 x noi  = zero
poi ci sono i senatori a vita + 2…
mmmh, non è un prodotto notevole.
Sto facendo di conto, che, a quanto pare,  è quistione di matematica.
Sto ragionando sui numeri positivi e su quelli irrazionali.
D’altra parte  tutto è partito dalla  base di una potenza. Poi si sono sommati  fattori esterni a sinistra della radice,  radicali , radicali doppi, esponenti,  frazioni…
Si è parlato pure di incognite, di variabili e di  identità.

Dunque,   verificata la condizione detta sopra:

E poi: revisione dei coefficienti, – Dico + faccio…
No, mi arrendo, io i numeri non li so governare.

febbraio 21, 2007


A svegliarmi fu un rumore che proveniva dalla cucina, qualcosa che si infrangeva sul pavimento.
Rimasi fermo, intorpidito sotto le coperte, a valutare se era il caso di alzarsi o di farsi vincere dal sonno. Infine decisi di no, i rumori della notte sono amplificati dal silenzio e dalla nostra suggestione, pensai. Stavo per riaddormentarmi quando mi parve di sentire qualcuno che parlava, una specie di supplica soffocata e incomprensibile che giungeva dallo stesso angolo della casa. Ero confuso, non riuscivo ancora a distinguere la realtà dal sogno che ancora mi scorreva nel cervello. Forse era meglio andare a vedere.
Entrando nella stanza lo vidi di spalle, curvo su una sedia, come se stesse guardando in direzione dei suoi piedi.
– Ah, sei tu – mi disse. Con un gesto della mano mi indicò un bicchiere sul tavolo, lo stesso che la sera prima avevo dimenticato vicino alla boccetta delle benzodiazepine.
– Non possiamo bere dallo stesso bicchiere. Questo, per giunta, ha uno strano odore di fragola. Dove sono finiti quelli puliti? Ne ho trovato uno solo nel pensile ma mi è scivolato dalle mani.
Esitai. Lui non si voltò.
– Sì, vado… prendo quelli di cristallo, a casa mia.
– Bene! Torna presto però, ho con me una bottiglia di buon vino e un sacchetto di noci.
In quel momento sollevò la testa e per un istante riuscii a scorgere il suo ghigno riflesso sulla finestra. Riconobbi subito la figura inconfondibile di Antonio lo zoppo, il ciabattino cui non bisognava avvicinarsi, quella specie di “mostro” che aveva fatto paura a diverse generazioni di bambini, quando ancora vivevo a Sunis, il mio paese natale.
Varcai la soglia della stanza e corsi giù per le scale. Corsi a perdifiato, per ore, finché non riconobbi casa mia, in fondo a una strada in salita, oltre il sentiero di campagna dove mi ero fermato per riprendere un po’ di fiato. Le ombre della sera cominciavano a farsi più lunghe, ma presto arrivai.
Mi ritrovai seduto sulla sponda del letto. Adesso ero sveglio. Stavo per alzarmi.
Una risata risuonava alta, oltre la parete.
Andai in cucina.
Lo vidi che leggeva, con la faccia nascosta dalle pagine del quotidiano locale.
– Ah, sei tu – mi disse, senza levare lo sguardo dalle righe – non capisco come fai a dormire così tanto. Comunque ora vado. Finisco questo articolo e vado. Si parla di te. Una morte annunciata, scrivono. C’è pure un’intervista a tua madre, lei non crede alla tesi del suicidio.
Poi tacque. Abbassò per un attimo i fogli e mi sembrò di vedere i capelli bianchi di mamma, tirati all’indietro e raccolti in una crocchia. Un terrore sconosciuto s’impossessò di me. Persi i sensi.
Non ricordo quanto tempo rimasi svenuto sul divano. Ricordo solo il flacone di pillole sul tavolino e il rumore che mi risvegliò, un suono di vetri in frantumi.
Riuscii a raggiungere il bagno con molta fatica, le gambe mi reggevano a stento. Abbassai cautamente la maniglia ed entrai. Era lì che si radeva, la faccia rivolta contro una piastrella verde acqua.
-Ah, sei tu – mi disse senza voltarsi – non capisco come, ma lo specchio si è staccato dalla parete. Forse non era fissato bene. Ti ricordi dove hai conservato il trapano? Devo rimettere a posto i tasselli. Oppure non ti ricordi? Non ti ricordi eh? Certo che non ti ricordi.
Rideva. Rideva, con un movimento delle spalle che mi impressionò. Sembrava il mio vicino, quello che era sparito qualche anno prima con tutta la sua famiglia. Era molto più alto, più grosso, ma la faccia mi sembrò la sua. La vedevo su uno dei frammenti dello specchio, gonfia, con uno sguardo privo di luce.
Cominciai a raccogliere i pezzi. Li sistemai sulla scrivania dello studio e cercai di assemblarli, come le tessere di un puzzle. Avevo quasi finito quando sbadatamente urtai contro un vaso che si trovava sull’angolo destro dello scrittoio. Si ruppe in mille pezzi. Osservavo le schegge sparpagliate su tutto il pavimento. Una in particolare attrasse la mia attenzione, aveva la forma di un occhio, un occhio azzurro, e sembrava che mi guardasse. L’orologio appeso alla parete segnava le due di notte.

Qualcuno bussava alla porta.

febbraio 20, 2007


00000000(13)

ventuno febbraio

Prendi il tuo ultimo pensiero
per esempio
guarda come si fa dura
in questo giorno
la pena.

Sei nato quell’anno
ricorda tua madre
era freddo
e imbruniva più lenta
la sera.

Nella luce incerta
rincasi l’affanno
e un pezzo di cielo
in fretta
per l’ora di cena.

auguri bobbò

febbraio 17, 2007

  Le fiabe sono finite.



Oggi, Polanca, mi ha detto così.

febbraio 16, 2007


Sono qui senza sapere perché. Forse è il sole, questo sole di Febbraio che oggi è più grande e illumina tutto. Dopo un viaggio di un’ora sono qui, nel quartiere de s’Iscalone, a Sunis, le ultime case poco prima della valle. Mi ci ha portato il sole, sì, questa luce così bianca.
Vai a vedere, mi ha detto, vai a fare due passi, puoi scendere anche al fiume, se vuoi. Puoi andare a vedere cosa è rimasto della cava di basalto, se ne hai voglia. E poi puoi recarti al lavatoio, alla fontana, al vecchio mulino. Prima, però, attraversa il paese, quel pezzo di paese che era il tuo. Guarda tutto, guarda le strade, le vecchie porte, i tetti sfondati, il vuoto intorno. Ascolta il silenzio che c’è, ascolta i fantasmi, vedrai ti farà bene.

Vico San Giorgio, sono qui, con le mani in tasca e il passo lento. Anche  lo sguardo è lento, come  di chi si fa cullare. E ora, vicino a casa tua, quasi mi fermo.

Guardo i gatti che la abitano, sono due, che dormono accoccolati davanti alla soglia di pietra. Tu non ci sei più, Maria Pipiola. Eppure sento il tuo canto.
Non ho più paura di quel suono, strano verso animale, che accelerava i miei passi di bambino. Sento il ronzio e la tua voce al limone.

“Beeella bella bella bella bella bè”.

Maria Pipiola non eri “cantadora”. Non eri mai salita sul palco di Sant’Isodoro, tavoloni e blocchetti di cemento. O sul cassone del camion, ribalta di fronde d’alloro e filo di lampadine da sessanta, a sfidare i poeti nelle gare. Quella era roba per maschi.
Non avevi mai cantato “a sa Nugoresa”, accompagnata da una chitarra triste, l’amore per l’uomo lontano. Non un”attittu” a salutare un morto, accompagnare l’anima in cielo, in una scarna melodia di note e finto dolore. Non avevi mai partecipato ai canti sacri, nelle processioni della settimana santa. Tuo padre era comunista, a Sunis, e in chiesa non eri ben vista.
Cantavi solo alle api, tu.

“Beella bella bella bella bella bè”

Quando arriva primavera, e le piante cominciano a fiorire, prepara le arnie di sughero e disponile nell’orto. Cospargi le vesti di limone e aspetta che il sole sia alto nel cielo. Poi, girando in cerchio, con piccoli passi ritmati, intona il tuo verso monotono.Per ore, senza tregua, la tua voce. Inganna col tuo canto, come le sirene.

“Beeella bella bella bella bella bè”

Maria Pipiola sapeva che, prima o poi, la sua voce profumata avrebbe irresistibilmente attratto quei preziosi insetti vaganti nei campi alla ricerca di casa. E verso l’imbrunire, le api atterravano al suolo, addomesticate e prive di energia. Maria continuava a cantilenare sottovoce e con gesti delicati accompagnava gli sciami dentro le abitazioni che aveva preparato per loro. Migliaia e migliaia di operosi animaletti cominciavano così a produrre per lei: il miele, sua unica ricchezza, in cambio del suo canto.

"Beella bella bella bella bella bè"

Abe Maria, ché così ti chiamavano tutti. Che abitavi in una sola stanza, col pavimento di terra battuta, il bagno fuori nell’orto. Abe Maria, senza figli o nipoti, che il tuo uomo t’aveva “tradita” andando a morire partigiano. Abe Maria, né sindaco né parroco, che quelli son fascisti e da loro non voglio niente. Abe Maria, un piatto di ceci per un barattolo di miele.

"Beella bella bella bella bella bè"

Quando morì, tutto il paese la pianse. E tutti l’accompagnarono in silenzio alla sepoltura. Un lungo corteo, i passi sull’asfalto, i pugni chiusi. Uno sciame d’api guidava la fila e si sentiva solo il loro ronzio. Qualcuna si gettò nella fossa con le manciate di terra.

Ora, Maria Pipiola, il tuo giardino è pieno di erbacce.

"Beella bella bella bella bella bè



febbraio 14, 2007

Ma a me cosa me ne importa che tanto io, cosa vi credete, sono un duro e quando mi ci metto gli dico ista mudu, tue. Che tanto io festeggio domani e dopo. E dopo ancora, itte cosa est cust’ammore, che io sono un piccolo balente. balenteddu, balentino.

“strano ora pensare a te”
è notte appassita e parlo
ancora un poco fuori tempo stonato parlo
la guancia sulla mano
una penna che cade sul letto disfatto
il muro bianco ovunque ti muovi

una voce che sa di fiato
la tromba di Chet disadorna
parole masticate di vecchio re minore
il ricordo fra le tempie
museo polveroso di nomi

strano ora pensare a te
my fun-ny Val-en-tine
che non sorride non ha mai sorriso
questa ballad di guance incavate
e nulla da piangere ora
su rimpianti e paure
paure
sweet com-ic Val-en-tine
le promesse crepate anni fa

è rimasta qualche parola
da dire c’è sempre, anche ora
ricurva
nel buio dei fogli
quattordicidue quattordicidue
ricorda ma cosa

un soffio lungo sottile
la faccia rasata di fresco
unghie spezzate e silenzi
e perdoni prima dell’alba
disamore
in camicia di seta  profumo speciale.

Non cambiare neanche un capello per me
sarà tutto diverso vedrai
cantiamo insieme l’ultimo chorus
sul pavimento
con le bocche allungate
nel buio

infotografabili, prima del sole


febbraio 12, 2007


pag.100

Chi sia quell’uomo che poco prima delle otto, vestito di tutto punto, con una cravatta a righine gialle, se ne sta in piedi davanti alla sua libreria, intento a ricontare i volumi ordinatamente disposti sui ripiani di castagno, poco importa. Ci basti sapere che ha un’età apparente di circa cinquant’anni, che vive in compagnia della moglie in un ricco appartamento al centro della città e che tutte le mattine, poco prima di recarsi al lavoro, entra nello studio per dare uno sguardo ai suoi libri.
Quella mattina li conta. Li riconta. E’ pronto a segnare in un taccuino un numero: 13131.
Nell’ultima settimana ne ha acquistato cinque, due li ha trovati allegati al quotidiano che compra ogni giorno, uno glielo hanno regalato. I conti tornano, ora può uscire tranquillo e iniziare la giornata di buon grado.
Quell’uomo sa che nei suoi libri c’è tutto. C’è tutto il sapere, tutta la memoria del mondo, tutto il passato, ogni immaginabile futuro. E ci sono tutti il libri possibili.
Non in tutti, naturalmente, molti sono superflui, ma quelli che lui ha scelto sono il fondamento della sua vita e perciò della vita di ognuno degli uomini.
Lo sa da sempre, da quando era ragazzo. Non ha avuto bisogno di leggere le Finzioni di Borges o le sacre Bibbie, o i grandi classici. L’ha scoperto da solo, un giorno, nella pagina cento di un romanzo che il padre gli aveva sempre tenuto nascosto.
Il padre non sopportava che lui potesse perdere tempo nelle letture che non avessero una stretta attinenza con la scuola e gli aveva sempre impedito di toccare anche un solo libro che non fosse di matematica o di fisica o di latino. E più questo divieto si era fatto pressante, più lui aveva sentito crescere il desiderio di andare a sfogliare dentro quelle pagine chiuse a chiave, nella stanza dei genitori.
Così quel giorno, era un pomeriggio di aprile, mentre la madre spolverava gli scaffali, era riuscito a impossessarsi furtivamente del romanzo di quell’autore russo, l’aveva nascosto sotto il maglione e di gran fretta aveva cominciato a salire i gradini che portavano alla soffitta. E subito, prima ancora di aver fatto tutte le scale, aveva aperto il libro, a caso, a pagina cento.
Egli stava lì in piedi a guardare e non credeva ai suoi occhi: la porta, la porta esterna, che dall’anticamera metteva sulla scala, era aperta, aperta anzi per lo spazio di una mano: né serratura né catenaccio…
Il padre era lì, immobile, con le braccia conserte, uno sguardo che non lasciava spazio alle parole. Cominciò a slacciarsi la cintura dei pantaloni, lentamente, mentre un ghigno di soddisfazione gli si stampava sul volto. Una cinghiata lo colpì alle mani e il libro cadde per terra, aperto su quella stessa pagina che aveva cominciato a leggere. Poi cadde anche lui, in ginocchio, sotto la ferocia della punizione insensata. Sentiva le frustate sulla carne, il respiro affannato, la malvagità di un padre folle. Una percezione che non aveva mai sentito prima di allora e che solo molti anni più tardi riuscì a definire come odio. Ma non sentiva dolore. In quel momento i suoi occhi tornarono in un punto della pagina e questo era più importante di qualunque sensazione o sofferenza fisica potesse provare.
Un pensiero tormentoso, oscuro sorgeva in lui: il pensiero che egli stava diventando pazzo e che in quel momento non aveva la forza né di ragionare né di difendersi… “Dio mio! Bisogna fuggire, fuggire!” (1)

Fuggì di casa all’età di diciotto anni e nessuno seppe più niente di lui.
Non è importante sapere dove andò e come riuscì a cavarsela. Se finì gli studi o se li abbandonò.
Quel che importa sapere è che quel ragazzo, da quel giorno, trovò nei libri le risposte che cercava.
Con i libri era riuscito a cancellare la memoria del padre, a trovare altri padri. A tenere vivo l’affetto per la madre, a ricordarla sempre, nella sua dolcezza silenziosa. I romanzi lo avevano salvato dallo sconforto della solitudine, da una vaga nostalgia che l’aveva sempre accompagnato dal giorno della fuga. In una novella aveva ritrovato un giorno felice della sua infanzia, in un racconto il suo compagno di giochi col quale ancora ogni tanto parlava della raccolta di monete antiche. In una poesia aveva percepito, senza afferrarlo del tutto, il senso della morte. E sempre grazie ai libri aveva intuito che, in fondo, il fine della sua ricerca era egli stesso. Infine, quando aveva superato i trent’anni, in una pagina trovò l’amore. E grazie a quelle righe si innamorò della donna che diventò sua moglie, la cosa più preziosa che avesse mai conosciuto.

Ecco perché quell’uomo sa che dentro i libri c’è tutto. Ecco perché li tiene così ordinati, divisi per argomenti, in ordine alfabetico per autore. Perché sa che ogni sera, prima di dormire, potrà prenderne uno e trovare un pezzo della propria vita e dentro quel frammento la vita di tutti. Ecco perché ogni lunedì mattina, come quella mattina poco prima delle otto, li conta e li riconta: per prendersi cura della propria esistenza .
Ora è lì, in piedi, che sta annotando un numero, un attimo prima di dare la solita raccomandazione alla sua adorata compagna, affinché li spolveri delicatamente uno per uno. Tredicimilacentotrentuno. Improvvisamente si ferma. La matita non scorre più sul foglio a quadretti del taccuino. No, i conti non tornano affatto, ce n’è uno in più. Solleva lo sguardo e ripassa in rassegna tutti i volumi, finché nel quarto ripiano del secondo scaffale non scorge una costola che lui non aveva mai visto. Quel libro non è suo, come può essere finito lì?
Lo apre, a pagina cento. Comincia a leggere e subito sprofonda nella sua poltrona preferita, quella di velluto verde. Le parole lo conquistano in un solo istante.

Sdraiato nella poltrona preferita, dando le spalle alla porta che lo avrebbe infastidito come un’irritante possibilità d’intrusioni, lasciò che la mano sinistra carezzasse più volte il velluto verde e si mise a leggere gli ultimi capitoli. La sua memoria riteneva senza sforzo il nome e le immagini de protagonisti…
…lui rifiutava le carezze, non era venuto per ripetere le cerimonie di una segreta passione.
Il pugnale si intiepidiva contro il suo petto, e sotto pulsava acquattata la libertà. Un dialogo ansioso scorreva fra le pagine come un ruscello di serpi, e si sentiva che tutto è deciso da sempre. Persino quelle carezze che avviluppavano il corpo dell’amante quasi volessero trattenerlo e dissuaderlo, disegnavano abominevolmente la figura di un altro corpo che era necessario distruggere. Niente era stato dimenticato: alibi, circostanze, possibili errori.

L’uomo salta alle ultime righe, sente che quel libro, come tutti gli altri nella sua vita non è lì per una pura casualità.

Al piano superiore, due porte. Nessuno nella prima camera, nessuno nella seconda. La porta del salotto, e allora il pugnale in mano, la luce delle vetrate, l’alto schienale di una poltrona di velluto verde, la testa di un uomo nella poltrona che sta leggendo un romanzo. (2)

L’uomo in quell’istante si volta e, ancora prima di vedere la lama del coltello, l’espressione dell’odio negli occhi di quello sconosciuto, lo sguardo terrorizzato e complice della moglie, si fa scudo col libro e con il sorriso di chi sa che nei libri c’è tutto. Anche la fine. L’incomprensibile e minutissimo momento della fine che arriva.

Note.
 1-  Da  pag. 100 di Delitto e castigo  di F.Dostoevskij
 2- Da pag.100 di Racconti  Matematici  (Einaudi) stralci di "Continuità dei parchi" di    J. Cortazar


febbraio 5, 2007

Ultimamente m’è venuto il magone della poesia. Tutta roba di una tristezza infinita. Allora mi son detto: ora ti frego bella mia, ora mi prendo gioco di te, ti "palindromo", ti scarto, ti anagrammo.
Macché, niente da fare, sempre cose cupe vengono fuori. Guardate qua. Mi devo rassegnare.

E non è

Amavo una epopea nuova, ma…
I ma, i se operarono e: " Onorare poesia!"… Mi
assale male. E la melassa.
Eterni i rigiri in rete,
i margini grami,
i verbi brevi.
Is, sumus, sì.
E corta ode vedo, atroce.
E non è l’ora per amare parole. Non è.
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una luna / una duna

Credere
spendere tempo
contro le more.
Alla luna
aspirare
impicciarsi.
Costruire
la resistenza vita.

Cedere
pendere temo.
Conto le ore.
All’una
spirare.
Impiccarsi
ostruire l’esistenza.
Via.

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Notte
di luna piena
festiva.
L’Orsa
di perle
sorride

Spande
dalle dune
dolcore e lentisco.
E un vago
frinire.

Note
d’una pena
estiva:
ora di pere
orride
spade
alle due.

Dolore lenisco.
Un ago.
Finire.

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carcere/cercare

Al San Vittore,
-latrina ovest-
la sera, la notte,
sento la realtà:
teatro.
Attore
rauco, lento
canto. E urlo.
Genet
gente,
Genet
Genet
dico soave.
Così, evado.