febbraio 3, 2007

Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro».



La camicia inamidata, i calzoni con la riga in mezzo, la “manteca” sulle scarpe, brillantina e cappello di panno: sembrava un altro, mio padre, la domenica mattina. Senza il “bonette” di velluto e gli scarponi da campagna, era più bello.
Dopo la messa delle nove, leggeva il giornale per intero, faceva tutte le cose con calma, giacché le ore sembravano scorrere più lentamente. E sorrideva, in quel giorno di riposo. Anche i contadini, a quei tempi, santificavano la festa.
Era il giorno della carne lessa, del pranzo tutti insieme, delle risate, della poesia di Carducci che mi vergognavo a dire. Delle dieci lire in premio, quelle che mi avrebbero regalato, il lunedì, un minuto di speranza nella caccia al tesoro di Jair da Costa “l’introvabile” nella bustina targata Panini. Qualche volta c’era anche il dolce.
Poi, alle quattordici e trenta, era l’ora del rito. Ci sedevamo l’uno affianco all’altro, io e mio padre, vicini al mobile parlante con le manopole e la lucetta verde. Puntavamo l’orecchio contro la tela dorata che propagava il suono, come a volerlo captare più in fretta. Dietro il vetro, la lancetta passava per Istanbul e Mosca, Parigi e Bonn, fino a trovare un cinguettio che ogni volta mi stupiva. E, subito dopo, Enrico Ameri e Sandro Ciotti, Bortoluzzi in studio, Provenzali e Ferretti – e Luzzi dalla B – erano pronti a raccontare tutto il calcio, a farmi entrare in un mondo di sogno, minuto per minuto.
Ricordo ancora l’emozione di quei pomeriggi. Grazie a quelle voci vedevo tutto: le formazioni con i terzini e lo stopper, il centromediano col numero quattro, il centravanti col nove, i colori delle maglie, il verde del campo, il “cuoio” bianco e nero. E ricordo ancora i sussulti per le interruzioni “scusa Ameri, scusa Ameri, è l’Amsicora che si inserisce, il Cagliari sta per battere un calcio di punizione”. In quei momenti, mi concentravo con tutte le forze, dirigevo l’attesa, guidavo gli eventi: Gigi Riva era lì, pronto a calciare da trenta metri, con le mani sui fianchi. Nell’attesa gli facevo prendere la palla fra le mani, gliela facevo guardare, gli facevo sussurrare una formula magica, la stessa che le vecchie megere recitavano, con tre grani di sale nel bicchiere, per levarmi “s’ocru malu”, il malocchio degli invidiosi. Ora puoi appoggiarla con cura sull’erba, pensavo, puoi prendere una lunga rincorsa, puoi colpirla. E Lui colpiva, con una potenza impressionante, di mezzo collo mancino, senza scampo. “Rete, rete! Cagliari in vantaggio, al trentesimo del primo tempo”.
Saltavo, correvo per la cucina, esultavo, braccia in alto. Mio padre mi osservava e si illuminava di una luce speciale, di quelle rare, sulla sua faccia stanca di lavoro. I suoi occhi, in quei secondi preziosi di quelle fantastiche domeniche, si nutrivano della mia felicità, credo.

Sarebbero passati alcuni anni, prima che la televisione arrivasse in casa. Molti anni, prima che io potessi vedere una partita dal vivo, nello stadio troppo distante dal paese. Ma fu in quel tempo che scoprii il senso della strana malattia per il calcio, che conobbi la passione non spiegabile, la complicità anomala fra tifosi, quella cosa che ti fa sentir matto. Fu la radio, fu Sandro Ciotti in modulazione di frequenza, fu lo scudetto del 1970.
Ora è un’altra cosa. Ora ci sono i “centrali” al posto degli stopper, le ripartenze invece dei contropiedi, gli esterni in luogo delle ali, il numero 88 per il portiere. Ora una squadra di provincia, in un’isola che sognava la rinascita, non potrà più vincere. Ora allo stadio è meglio non andarci più.
Quel gioco, quello amato da Pasolini, sembra finito per sempre. Nella follia di questi giorni, nel putrido mondo che l’ha distrutto, parlare di gioco non si può più. La poesia del dribbling, i racconti di Osvaldo Soriano, i campetti di periferia, le figurine Panini sono roba per nostalgici.
Mi rimane il sogno. Quello che faccio spesso, il sabato notte, lui sì immutato nel tempo, da quand’ero bambino. Gigi Riva che prende la palla, l’aggiusta sull’erba…
Il ricordo con mio padre, davanti alla radio, la domenica.
La formazione: Albertosi, Martiradonna, Mancin, Cera, Niccolai, Tommasini, Domenghini, Nenè, Gori, Greatti, Riva.


Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: