febbraio 12, 2007


pag.100

Chi sia quell’uomo che poco prima delle otto, vestito di tutto punto, con una cravatta a righine gialle, se ne sta in piedi davanti alla sua libreria, intento a ricontare i volumi ordinatamente disposti sui ripiani di castagno, poco importa. Ci basti sapere che ha un’età apparente di circa cinquant’anni, che vive in compagnia della moglie in un ricco appartamento al centro della città e che tutte le mattine, poco prima di recarsi al lavoro, entra nello studio per dare uno sguardo ai suoi libri.
Quella mattina li conta. Li riconta. E’ pronto a segnare in un taccuino un numero: 13131.
Nell’ultima settimana ne ha acquistato cinque, due li ha trovati allegati al quotidiano che compra ogni giorno, uno glielo hanno regalato. I conti tornano, ora può uscire tranquillo e iniziare la giornata di buon grado.
Quell’uomo sa che nei suoi libri c’è tutto. C’è tutto il sapere, tutta la memoria del mondo, tutto il passato, ogni immaginabile futuro. E ci sono tutti il libri possibili.
Non in tutti, naturalmente, molti sono superflui, ma quelli che lui ha scelto sono il fondamento della sua vita e perciò della vita di ognuno degli uomini.
Lo sa da sempre, da quando era ragazzo. Non ha avuto bisogno di leggere le Finzioni di Borges o le sacre Bibbie, o i grandi classici. L’ha scoperto da solo, un giorno, nella pagina cento di un romanzo che il padre gli aveva sempre tenuto nascosto.
Il padre non sopportava che lui potesse perdere tempo nelle letture che non avessero una stretta attinenza con la scuola e gli aveva sempre impedito di toccare anche un solo libro che non fosse di matematica o di fisica o di latino. E più questo divieto si era fatto pressante, più lui aveva sentito crescere il desiderio di andare a sfogliare dentro quelle pagine chiuse a chiave, nella stanza dei genitori.
Così quel giorno, era un pomeriggio di aprile, mentre la madre spolverava gli scaffali, era riuscito a impossessarsi furtivamente del romanzo di quell’autore russo, l’aveva nascosto sotto il maglione e di gran fretta aveva cominciato a salire i gradini che portavano alla soffitta. E subito, prima ancora di aver fatto tutte le scale, aveva aperto il libro, a caso, a pagina cento.
Egli stava lì in piedi a guardare e non credeva ai suoi occhi: la porta, la porta esterna, che dall’anticamera metteva sulla scala, era aperta, aperta anzi per lo spazio di una mano: né serratura né catenaccio…
Il padre era lì, immobile, con le braccia conserte, uno sguardo che non lasciava spazio alle parole. Cominciò a slacciarsi la cintura dei pantaloni, lentamente, mentre un ghigno di soddisfazione gli si stampava sul volto. Una cinghiata lo colpì alle mani e il libro cadde per terra, aperto su quella stessa pagina che aveva cominciato a leggere. Poi cadde anche lui, in ginocchio, sotto la ferocia della punizione insensata. Sentiva le frustate sulla carne, il respiro affannato, la malvagità di un padre folle. Una percezione che non aveva mai sentito prima di allora e che solo molti anni più tardi riuscì a definire come odio. Ma non sentiva dolore. In quel momento i suoi occhi tornarono in un punto della pagina e questo era più importante di qualunque sensazione o sofferenza fisica potesse provare.
Un pensiero tormentoso, oscuro sorgeva in lui: il pensiero che egli stava diventando pazzo e che in quel momento non aveva la forza né di ragionare né di difendersi… “Dio mio! Bisogna fuggire, fuggire!” (1)

Fuggì di casa all’età di diciotto anni e nessuno seppe più niente di lui.
Non è importante sapere dove andò e come riuscì a cavarsela. Se finì gli studi o se li abbandonò.
Quel che importa sapere è che quel ragazzo, da quel giorno, trovò nei libri le risposte che cercava.
Con i libri era riuscito a cancellare la memoria del padre, a trovare altri padri. A tenere vivo l’affetto per la madre, a ricordarla sempre, nella sua dolcezza silenziosa. I romanzi lo avevano salvato dallo sconforto della solitudine, da una vaga nostalgia che l’aveva sempre accompagnato dal giorno della fuga. In una novella aveva ritrovato un giorno felice della sua infanzia, in un racconto il suo compagno di giochi col quale ancora ogni tanto parlava della raccolta di monete antiche. In una poesia aveva percepito, senza afferrarlo del tutto, il senso della morte. E sempre grazie ai libri aveva intuito che, in fondo, il fine della sua ricerca era egli stesso. Infine, quando aveva superato i trent’anni, in una pagina trovò l’amore. E grazie a quelle righe si innamorò della donna che diventò sua moglie, la cosa più preziosa che avesse mai conosciuto.

Ecco perché quell’uomo sa che dentro i libri c’è tutto. Ecco perché li tiene così ordinati, divisi per argomenti, in ordine alfabetico per autore. Perché sa che ogni sera, prima di dormire, potrà prenderne uno e trovare un pezzo della propria vita e dentro quel frammento la vita di tutti. Ecco perché ogni lunedì mattina, come quella mattina poco prima delle otto, li conta e li riconta: per prendersi cura della propria esistenza .
Ora è lì, in piedi, che sta annotando un numero, un attimo prima di dare la solita raccomandazione alla sua adorata compagna, affinché li spolveri delicatamente uno per uno. Tredicimilacentotrentuno. Improvvisamente si ferma. La matita non scorre più sul foglio a quadretti del taccuino. No, i conti non tornano affatto, ce n’è uno in più. Solleva lo sguardo e ripassa in rassegna tutti i volumi, finché nel quarto ripiano del secondo scaffale non scorge una costola che lui non aveva mai visto. Quel libro non è suo, come può essere finito lì?
Lo apre, a pagina cento. Comincia a leggere e subito sprofonda nella sua poltrona preferita, quella di velluto verde. Le parole lo conquistano in un solo istante.

Sdraiato nella poltrona preferita, dando le spalle alla porta che lo avrebbe infastidito come un’irritante possibilità d’intrusioni, lasciò che la mano sinistra carezzasse più volte il velluto verde e si mise a leggere gli ultimi capitoli. La sua memoria riteneva senza sforzo il nome e le immagini de protagonisti…
…lui rifiutava le carezze, non era venuto per ripetere le cerimonie di una segreta passione.
Il pugnale si intiepidiva contro il suo petto, e sotto pulsava acquattata la libertà. Un dialogo ansioso scorreva fra le pagine come un ruscello di serpi, e si sentiva che tutto è deciso da sempre. Persino quelle carezze che avviluppavano il corpo dell’amante quasi volessero trattenerlo e dissuaderlo, disegnavano abominevolmente la figura di un altro corpo che era necessario distruggere. Niente era stato dimenticato: alibi, circostanze, possibili errori.

L’uomo salta alle ultime righe, sente che quel libro, come tutti gli altri nella sua vita non è lì per una pura casualità.

Al piano superiore, due porte. Nessuno nella prima camera, nessuno nella seconda. La porta del salotto, e allora il pugnale in mano, la luce delle vetrate, l’alto schienale di una poltrona di velluto verde, la testa di un uomo nella poltrona che sta leggendo un romanzo. (2)

L’uomo in quell’istante si volta e, ancora prima di vedere la lama del coltello, l’espressione dell’odio negli occhi di quello sconosciuto, lo sguardo terrorizzato e complice della moglie, si fa scudo col libro e con il sorriso di chi sa che nei libri c’è tutto. Anche la fine. L’incomprensibile e minutissimo momento della fine che arriva.

Note.
 1-  Da  pag. 100 di Delitto e castigo  di F.Dostoevskij
 2- Da pag.100 di Racconti  Matematici  (Einaudi) stralci di "Continuità dei parchi" di    J. Cortazar


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