febbraio 21, 2007


A svegliarmi fu un rumore che proveniva dalla cucina, qualcosa che si infrangeva sul pavimento.
Rimasi fermo, intorpidito sotto le coperte, a valutare se era il caso di alzarsi o di farsi vincere dal sonno. Infine decisi di no, i rumori della notte sono amplificati dal silenzio e dalla nostra suggestione, pensai. Stavo per riaddormentarmi quando mi parve di sentire qualcuno che parlava, una specie di supplica soffocata e incomprensibile che giungeva dallo stesso angolo della casa. Ero confuso, non riuscivo ancora a distinguere la realtà dal sogno che ancora mi scorreva nel cervello. Forse era meglio andare a vedere.
Entrando nella stanza lo vidi di spalle, curvo su una sedia, come se stesse guardando in direzione dei suoi piedi.
– Ah, sei tu – mi disse. Con un gesto della mano mi indicò un bicchiere sul tavolo, lo stesso che la sera prima avevo dimenticato vicino alla boccetta delle benzodiazepine.
– Non possiamo bere dallo stesso bicchiere. Questo, per giunta, ha uno strano odore di fragola. Dove sono finiti quelli puliti? Ne ho trovato uno solo nel pensile ma mi è scivolato dalle mani.
Esitai. Lui non si voltò.
– Sì, vado… prendo quelli di cristallo, a casa mia.
– Bene! Torna presto però, ho con me una bottiglia di buon vino e un sacchetto di noci.
In quel momento sollevò la testa e per un istante riuscii a scorgere il suo ghigno riflesso sulla finestra. Riconobbi subito la figura inconfondibile di Antonio lo zoppo, il ciabattino cui non bisognava avvicinarsi, quella specie di “mostro” che aveva fatto paura a diverse generazioni di bambini, quando ancora vivevo a Sunis, il mio paese natale.
Varcai la soglia della stanza e corsi giù per le scale. Corsi a perdifiato, per ore, finché non riconobbi casa mia, in fondo a una strada in salita, oltre il sentiero di campagna dove mi ero fermato per riprendere un po’ di fiato. Le ombre della sera cominciavano a farsi più lunghe, ma presto arrivai.
Mi ritrovai seduto sulla sponda del letto. Adesso ero sveglio. Stavo per alzarmi.
Una risata risuonava alta, oltre la parete.
Andai in cucina.
Lo vidi che leggeva, con la faccia nascosta dalle pagine del quotidiano locale.
– Ah, sei tu – mi disse, senza levare lo sguardo dalle righe – non capisco come fai a dormire così tanto. Comunque ora vado. Finisco questo articolo e vado. Si parla di te. Una morte annunciata, scrivono. C’è pure un’intervista a tua madre, lei non crede alla tesi del suicidio.
Poi tacque. Abbassò per un attimo i fogli e mi sembrò di vedere i capelli bianchi di mamma, tirati all’indietro e raccolti in una crocchia. Un terrore sconosciuto s’impossessò di me. Persi i sensi.
Non ricordo quanto tempo rimasi svenuto sul divano. Ricordo solo il flacone di pillole sul tavolino e il rumore che mi risvegliò, un suono di vetri in frantumi.
Riuscii a raggiungere il bagno con molta fatica, le gambe mi reggevano a stento. Abbassai cautamente la maniglia ed entrai. Era lì che si radeva, la faccia rivolta contro una piastrella verde acqua.
-Ah, sei tu – mi disse senza voltarsi – non capisco come, ma lo specchio si è staccato dalla parete. Forse non era fissato bene. Ti ricordi dove hai conservato il trapano? Devo rimettere a posto i tasselli. Oppure non ti ricordi? Non ti ricordi eh? Certo che non ti ricordi.
Rideva. Rideva, con un movimento delle spalle che mi impressionò. Sembrava il mio vicino, quello che era sparito qualche anno prima con tutta la sua famiglia. Era molto più alto, più grosso, ma la faccia mi sembrò la sua. La vedevo su uno dei frammenti dello specchio, gonfia, con uno sguardo privo di luce.
Cominciai a raccogliere i pezzi. Li sistemai sulla scrivania dello studio e cercai di assemblarli, come le tessere di un puzzle. Avevo quasi finito quando sbadatamente urtai contro un vaso che si trovava sull’angolo destro dello scrittoio. Si ruppe in mille pezzi. Osservavo le schegge sparpagliate su tutto il pavimento. Una in particolare attrasse la mia attenzione, aveva la forma di un occhio, un occhio azzurro, e sembrava che mi guardasse. L’orologio appeso alla parete segnava le due di notte.

Qualcuno bussava alla porta.

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