marzo 27, 2007


Cercò di calmare i suoi pensieri, ancora una volta. Continuava a ripetersi che da lì a qualche giorno le cose sarebbero andate meglio, che non bisognava arrendersi a quella sensazione di nausea. Era marzo, la fine di Marzo, l’inverno era finito e anche stavolta la primavera gli avrebbe fatto bene. La luce gli aveva sempre fatto bene.
Sistemò un disco di vinile sul piatto, lo fece girare a lungo e con un panno antistatico lo pulì dalla polvere. Poi, con molta cautela, appoggiò la testina sui solchi. Rimase fermo, ad osservare le lievi oscillazioni del braccetto, finché le note di “Naima” non riempirono la stanza: John Coltrane e Eric Dolphy erano con lui.
Era il tempo della musica, quella settimana la voleva dedicare ai suoi dischi. Da tre giorni si era isolato da qualsiasi distrazione, si era asserragliato in casa e in quasi settanta ore aveva ripetuto quel gesto decine e decine di volte. Voleva riascoltare tutto, tutto ciò che aveva amato negli anni della sua giovinezza. Per questo aveva ripulito il vecchio giradischi, per fare un altro tentativo.
In cuffia, steso sul divano; nella cucina mentre si preparava qualcosa da mangiare; con gli occhi chiusi o mentre lavava una pentola; sotto le coperte, poco prima di addormentarsi. Per tutto il giorno e fino a notte fonda nient’altro che musica: voleva provare a perdersi in quel flusso, capire se stavolta poteva funzionare.
Gli avevano detto che il tempo avrebbe guarito ogni cosa, che le ferite si sarebbero rimarginate. Bisogna avere pazienza, vedrai che passerà, è solo questione di tempo. Gli avevano assicurato così.
E invece le ferite ancora sanguinavano, tutto il corpo gli doleva come i primi giorni. 
Da quando Marta se n’era andata, lui aveva aspettato di sentirsi meglio, aveva creduto in quel saggio consiglio degli amici e, con pazienza, aveva osservato lo scorrere dei giorni. Ma non aveva ancora imparato a vivere. Un anno di separazione non era servito a niente, a niente erano valse le prove di una vita senza di lei.
Si era chiesto quale tipo di tempo sarebbe stato più adatto alla cura. E ne aveva sperimentato di ogni tipo.

Aveva cercato il tempo dell’infanzia.

Se ne andava in campagna, allora, nei luoghi del tempo dilatato. C’era un bosco di querce da sughero, a pochi chilometri dalla città, un posto che conosceva come le sue tasche. Lì, il sole rallentava il suo corso. Bastava camminare sull’erba alta, in primavera, osservare la forma degli alberi, strappare una foglia e sentirne il profumo. Oppure fermarsi davanti a un formicaio e cercare di ascoltare il rumore che quegli insetti facevano durante il trasporto delle loro provviste, mentre cercavano di far passare un seme dentro il buco del loro rifugio. D’estate era sufficiente andare vicino al torrente, guardare le libellule che volavano a pelo d’acqua, immaginare che fossero amici venuti dallo spazio e parlare con loro una lingua inventata. In autunno i funghi, d’inverno la neve sulle felci che non si piegavano, i sassi che spuntavano seri.

In quel posto il sole era sempre alto, disegnava un arco più lungo, molto più lungo. Era così, se lo ricordava bene. Aveva cercato di ripercorrere quei sentieri della memoria, la felicità di quelle scoperte. Invano, però. Presto si era accorto che le cose non erano più come trent’anni prima, aveva scoperto che i vastissimi campi erano diventati piccoli ritagli di terra e che le ferule, quei soldati dell’esercito nemico, non c’erano più ad affrontarlo in battaglia.

Aveva cercato l’assenza di tempo.

La pesca alle orate, nella spiaggia di Orvìle, là dove il mare e lo stagno si incontrano, era una successione di gesti e di attese, un inno alla ritualità e al silenzio. La scelta delle esche, degli ami, del filo, dei piombi. Lo sguardo fisso sul cimino, l’attesa della marea che cresce, il tocco di un sarago, il suono del campanello. E poi recuperare e fare un altro lancio, più lungo, oltre le onde che si infrangono. Quel tempo non aveva né un inizio né una fine, era un susseguirsi di gesti precisi, un dialogo continuo col mare: il pensiero e la risacca, nient’altro.
Per questo aveva riesumato le sue canne da surf. Tutti i fine settimana, da giugno a settembre li aveva trascorsi così, a cercare di annullare le ore, il processo ineluttabile dei giorni. Ma più delle spigole, più della calma delle notti all’aperto, aveva potuto il pensiero di lei, ancora lì, ostinato come l’ago di una bussola.

Aveva cercato il tempo dell’attesa.

 
Per molti giorni era andato alla stazione, a vedere i treni in arrivo e in partenza, a scrutare di nascosto quelli che attendono qualcuno o quelli che si dicono addio. Aveva trascorso intere serate sui marciapiedi di quello squallido osservatorio, nel tentativo di carpire un’emozione, di rubare la gioia di un incontro o il dolore di un distacco. Per sostituire quel sentimento col suo, per tentare altre strade dell’anima. Ma ogni volta c’era lei. Lei che partiva, lei che arrivava, lei che ripartiva ancora una volta. Un treno che si allontanava.

Aveva sperimentato il tempo veloce, con estenuanti corse in macchina lungo l’autostrada, senza destinazione, concentrato solo sulla guida e non fermandosi mai, neppure per un caffè alle stazioni di servizio.
Aveva provato col tempo dei vecchi, in infiniti solitari con le carte da gioco o nella cura delle piante di geranio. Quello della fuga, dandosi alla lettura dei romanzi più avventurosi e alla visione di film complicati. E poi il lavoro, tuffandosi completamente nell’impegno, stando in ufficio fino a tardi, a rincorrere un interesse che non gli era mai appartenuto.
Ma tutto era stato inutile, il tempo che andava cercando, il tempo della guarigione, gli era sempre sfuggito.

Forse nella musica…
Estrasse un altro disco dalla custodia e lo appoggiò sul piatto. Era Edith Piaf, una canzone che non ricordava più. Pochi giri, poche parole, poche note. In pochi secondi capì che senza l’amore non si è niente, che era perduto per sempre, che il tempo giusto era quello della fine.
Lasciò finire la canzone. Poi con lentezza andò ad aprire un cassetto.

Lo trovarono dopo due giorni, con la testa spappolata da un proiettile.
Il disco continuava a girare, emettendo un lieve fruscio. La puntina era come incastrata, vicino al foro centrale del quarantacinque giri. Ad ogni giro incontrava un ostacolo e produceva un piccolo battito. Un battito costante, come quello di un orologio. 

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10 Risposte to “”

  1. aquatarkus said

    L’ispettore osservando il cadavere annunciò:
    -Mmm…interessante. Ucciso da un calibro 45 giri.
    -Il più letale a distanza ravvicinata-
    Aggiunse il medico legale prendendo il disco con un fazzoletto.

  2. birambai said

    ahah, aqua, ben mi sta!
    Date una Colt-rane all’ispettore Callaghan…

  3. A volte penso ai verbi che dicono il rapporto fra l’uomo e il tempo: fermare, trattenere, buttar via, battere, acchiappare (l’attimo in fuga), sciupare, sprecare…
    Sono quasi sempre verbi duri, che sottintendono un’azione vagamente forzuta… Che sia una reazione al sogno dell’assenza?
    Quanto a me, amo pensare il tempo come un’entità granulosa, da ‘carpere’ chicco a chicco. Perchè ‘carpere’ può indicare proprio l’atto del distaccare l’acino dal grappolo d’uva, dopo averne valutato acerbità e maturità, nel sogno di una dolcezza da spalmare sullo spazio di una vita.

  4. birambai said

    splinder è pazzo. mi sono accorto solo ora che il post era tutto sballato con i paragrafi messi alla rinfusa. O solo io lo vedevo così?
    Ho cercato di sistemare, boh, spero di non aver fatto danni.

  5. cybbolo said

    bobbotino noir esistenzialpoetico: ottimo.
    In effetti Colt-rane è acconcio per una rivoltellata.
    Immagino Ligabue con radiofreccia per una stilettata di curaro
    O Wanda Osiris per un autoavvelenamento…;-)))

  6. La solita, vecchia storia in pregevole versione bobbotiana: passiamo l’esistenza a cercare un modo, quale che sia, per ammazzare il tempo, quando è scritto – da sempre – che è lui ad ammazzare noi. In bon’ora, Biramba’.

    Gf

  7. triana said

    per questa devo ripassare, ahimé

  8. cronomoto said

    Che sorpresa!
    Il tempo della musica, e tutti gli altri.
    Bobboti!!!
    Colpita e “uccisa”

  9. birambai said

    che tempi! che tempi, cari amici.

  10. Petarda said

    e ma uffa.
    e il tempo del canto?
    io ne sono entusiasta. 🙂

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